Ricordando Jan Palach, 45 anni dopo

Il giorno 16 gennaio di quarantacinque anni fa, in piazza San Venceslao a Praga, lo studente ventenne Jan Palach si diede fuoco per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e contro la repressione. La sua agonia atroce durò per tre giorni, fino al 19 gennaio quando morì.

Il suo gesto ebbe una risonanza vastissima e suscitò una emozione profonda nella Cecoslovacchia invasa, tanto che , quando il 25 gennaio si tennero i funerali, ci fu un lunghissimo corteo con la partecipazione di una folla infinita, più di 600.000 persone.

Questa è la storia di Jan Palach in tre righe. Ma chi era questo studente fino ad allora ignoto? e cosa lo spinse a questo gesto estremo?

Jan Palach e la Primavera di Praga

Jan Palach era nato l’11 agosto 1948, da famiglia cattolica. Era studente e nonostante la sua richiesta di iscriversi ad una facoltà umanistica era stato ammesso a quella economica. Solo due mesi prima della sua tragica morte era riuscito ad ottenere il trasferimento.

Il giovane Palach seguiva con speranza la primavera di Praga, la fase di apertura iniziata nel suo paese il 5 gennaio 1968 con la nomina di Alexander Dubcek. Dubcek era un comunista riformista fautore di un socialismo dal volto umano, più aperto e più democratico. “Il socialismo dal volto umano” è anche il titolo della sua autobiografia.

Questa nuova stagione politica, per fare solo un esempio, consentì il voto segreto nelle decisioni più importanti prese dagli organi del partito liberando il dibattito e facendo venir meno il finto unanimismo. La primavera era un pericolo perché avrebbe senz’altro portato a forme di liberalizzazione incompatibili con l’ortodossia marxista leninista, e per questo i sovietici la vedevano con estrema preoccupazione.

Dopo alcuni avvertimenti un corpo di spedizione del Patto di Varsavia (con soldati di tutti i paesi membri tranne la Romania) invase la Cecoslovacchia il 20 agosto dello stesso anno, ponendo fine a questo audace esperimento.

Nei giorni dell’ invasione il partito comunista cecoslovacco, al potere nel paese, tenne il suo 14° congresso (clandestino) nella fabbrica CKD di Praga protestando per l’invasione perpetrata da truppe provenienti dagli altri paesi comunisti. Tra la popolazione lo sconcerto fu grande, e sui muri della città di Praga si leggevano scritte come “Lenin svegliati, Breznev è impazzito”.

Con l’invasione calò una saracinesca sulle speranze della Cecoslovacchia ed iniziò un periodo di plumbea repressione, poi sfociata nella stagione della “normalizzazione” husakiana. Ma non tutti si piegarono a questa cupa normalità.

E quindi, il 16 gennaio 1968, il giovane Jan Palach raggiunse il centro di Praga e dopo essersi cosparso di benzina si diede fuoco davanti al Museo Nazionale, proprio ai piedi della scalinata, come avevano fatto i monaci buddisti del Vietnam.

Le reazioni in Italia

Delle reazioni in Italia alla morte di Jan Palach si è occupato Francesco Caccamo, intervenuto tra gli altri ad un convegno tenutosi a Roma presso l’Istituto Sturzo.

Il sacrificio di Palach suscitò un grande clamore anche in Italia. L’Unità titolò “Tragedia a Praga”. L’ articolo, a firma di Pajetta, esprimeva il dolore del partito e la solidarietà al popoplo cecoslovacco,  affermando però che si trattava di un atto individuale lontano dal modo in cui i comunisti intendono la lotta politica.

Negli stessi giorni, sul Corriere, Enzo Bettiza – attento osservatore della situazione politica d’ oltre cortina – scrisse che il gesto di Palach dava inizio ad una fase di transizione pericolosa, in cui gli equilibri interni al PC cecoslovacco sarebbero passati dai riformatori (l’area di Dubcek) ai realisti ortodossi (Husak ed amici).

Sul fronte cattolico vi fu un intervento del papa Paolo VI e del cardinale Beran, esule a Roma. La Civiltà Cattolica, rivista prestigiosa, giustificò il gesto suicida comprendendo le gravi ragioni che lo avevano animato. In particolare, lo difese il teologo cattolico Zverina secondo il quale  “Un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e  “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita” .

Dopo la morte del giovane vi fu un dibattito parlamentare in cui tutti i partiti espressero solidarietà, ciascuno a suo modo. Il PCI prese le parti del partito comunista cecoslovacco, condannando l’invasione sovietica. Questa fu una prima grave rottura con l’Urss, poi riassorbita a distanza di tempo, anche grazie ed un viaggio di Armando Cossutta a Mosca. La preoccupazione del Pci era esprimere una partecipazione ben distante dalle manifestazioni di tipo fascista che in quei giorni si svolgevano in Italia.

La commemorazione di Jan Palach venne tenuta il  24 gennaio 1969 da Sandro Pertini, presidente della Camera, che con parole molto sentite ne ricordò la figura e disse che la libertà finisce sempre per trionfare sulle forze brutali.

La Primavera di Praga e l’eredità di Masaryk

Nello stesso convegno, Francesco Leoncini ha ricordato che la Primavera di Praga fu un contrappeso al totalitarismo sovietico  pur essendo molto critica nei confronti delle società occidentali. La Primavera si ricollegava al processo in atto in Europa occidentale nel secondo dopoguerra, in cui si assisteva, con modalità e declinazioni diverse, ad una forte affermazione dei diritti sociali.

Rientravano in questo fenomeno la dottrina sociale della chiesa, il laburismo inglese, il socialismo democratico tedesco ed il liberalsocialismo di Rosselli. Più di tutto il liberalismo sociale di Masaryk, padre della Cecoslovacchia democratica tra le due guerre che era diventata il quinto paese più prospero d’Europa, una piccola Svezia. Con Masaryk, e fino all’ invasione tedesca, il paese aveva vissuto quasi 30 anni di democrazia di stampo occidentale.

Nell’intervento è stata ricordata la testimonianza di Jiri Palach (il fratello) intervistato da Enzo Biagi. Jiri parla di Jan come di un credente da bambino, che all’età di 16 anni aveva letto la Bibbia. Jan Palach non era praticante e non si sa se in età adulta avesse conservato la fede trasmessa in famiglia, ma ogni sera i due fratelli recitavano la preghiera loro insegnata dalla madre. Insomma, l’humus culturale era quello del cristianesimo cecoslovacco. Alcuni hanno fatto un parallelo con Jan Hus, di cui il prossimo anno ricorre il 600 ° anniversario e che precorse di 100 anni Martin Lutero.

L’eredità di Jan Palach nella Cecoslovacchia postcomunista

Negli anni del regime sulla figura di Palach cadde il silenzio, ma nel 1989, dopo la caduta del muro, gli venne intitolata la piazza nel centro di Praga fino ad allora dedicata all’Armata Rossa. Nel 1990 il nuovo presidente della libera Cecoslovacchia Vaclav Havel gli dedicò inoltre una lapide ben visibile, colocata nel centro della città.

Quando il giovane Palach si diede fuoco i suoi scritti ed i suoi articoli vennero ritrovati in uno zaino lasciato a distanza dalle fiamme. In un appunto il giovane dichiarava di essere membro di un gruppo di volontari pronti a darsi fuoco l’ uno dopo l’ altro per la libertà e in segno di protesta. Vi si legge infatti:

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a darsi fuoco per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà».

Palach fu eroico e nei giorni dell’agonia continuò a sostenere l’esistenza di una organizzazione, senza mai smentirsi. Non si sa se dicesse il vero o no, ma ciò che più conta è che egli ebbe coscienza della risonanza del suo gesto estremo perchè la dottoressa Jaroslava Moserova, che lo aveva subito soccorso, gli portò i messaggi di solidarietà dei cittadini, dei lavoratori e degli studenti: ”Ho parlato con lui abbastanza e ho potuto sentire le sue opinioni sulle cose, era un giovane assolutamente normale, razionale, equilibrato. Sono sicura che sapesse cosa stava facendo”. Durante i due giorni di agonia “gli portavamo i messaggi della gente, da parte di operai, minatori, dall’università, avevano capito, e anche lui seppe che non era stato un gesto vano”.

Quindi Jan Palach, nelle ultime ore, seppe. Seppe del grande appoggio popolare, seppe dell’ indignazione, seppe che il suo gesto era stato compreso. Seppe di essere l’eroe di un popolo oppresso, di aver dato ali alla speranza dei cecoslovacchi.

(Gianluca Ruotolo, via Eastjournal.net)

Foto: 1) Bologna, 25 gennaio 1969. Manifestazione per Jan Palach e la Primavera di Praga. Walter Breveglieri / Il Fatto Quotidiano / Flickr, 2) carta d’identità di Jan Palach e 3) Memoriale su Piazza Venceslao a Praga. Wikimedia Commons

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