Nostalgie comuniste – una sindrome da “persi nella globalizzazione”?

La nostalgia per il comunismo è in aumento in Europa orientale. Così ci sono proteste pubbliche. Sono questi sintomi di una sindrome da “lost in globalization” degli abitanti dell’Est? Molto probabilmente sono solo tante prove viventi che i regimi post-socialisti non sono riusciti a fornire una rete di sicurezza sociale per i cittadini più vulnerabili. In più, la governance praticata dai correnti politici è percepita in gran parte dell’Europa orientale – anche più spesso di quanto non giustamente – come carica di corruzione e mancanza di trasparenza.

L’inverno è una stagione di rivoluzione in Europa orientale. Tutti i regimi socialisti sono caduti nell’inverno del 1989, mentre la gente sfidava il gelo per scendere in piazza allo scopo di mandare a casa i loro governanti. Nella mia patria, in Romania, oggi [il 9 dicembre-ndr] commemoriamo le vittime della nostra sanguinosa rivoluzione. Questo è il periodo dell’anno in cui le teste parlanti dei talk show pontificano sul comunismo e gli analisti politici dissezionano sui giornali la nostra tormentata transizione alla democrazia, mentre il resto di noi accende candele in memoria dei defunti. Le cifre di un recente sondaggio di opinione dei romeni sul comunismo e il periodo della transizione mostrano che quasi la metà dei cittadini (il 44,7%) ritiene che il comunismo era una cosa positiva per la Romania, mentre circa la stessa percentuale crede che la gente viveva una vita migliore sotto il vecchio regime.

L’umore della popolazione non è troppo diversa nel resto del blocco orientale. In Slovacchia, il 66% delle persone sostengono che vivevano meglio sotto il comunismo di quanto non facciano ora. In Russia, la percentuale dei nostalgici si aggira intorno al 48%, mentre in Ungheria è intorno al 62%.

Per quanto concerne la realtà quotidiana in Romania, alcuni ambiti della vita sono infinitamente meglio oggi rispetto a prima dell’89. Prima di tutto la condizione delle libertà personali, in particolare per la classe media e i romeni più colti. La libertà ha sostituito il totalitarismo e per molti di noi, me compresa, è un dono inestimabile per cui i nostri genitori hanno combattuto a caro prezzo e talvolta pagato anche con la vita. Allo stesso tempo, la trasformazione della Romania da un’economia chiusa a una aperta ha spianato la strada ad opportunità economiche e scelte personali. Prima, nel periodo che precede il Natale la preoccupazione principale dei nostri genitori era dove trovare anche un piccolo pezzo di carne per la cena di Natale. O sarebbero stati in fila per giorni solo per comprare una brutta bambola per le loro figlie (siamo chiari: era disponibile un solo modello). Gli scaffali dei pochi supermercati erano quasi vuoti, salvo per le lattine di fagioli e di concentrato di pomodoro. E il cibo era anche razionalizzato. Oggi, invece, la nostra principale preoccupazione nel periodo delle vacanze è se il corriere arriverà in tempo a consegnare il regalo che abbiamo comprato in uno dei negozi della scintillante galassia on-line. E c’è un supermercato ben fornito ogni poche centinaia di meetri con diversi tipi di zucchero, olio o formaggio che competono in prezzo e qualità.

Nonostante questo, la sicurezza sociale peggiora di giorno in giorno, e molte persone rimpiangono profondamente i servizi sociali forniti al tempo del comunismo. I servizi d’igiene potevano pure essere tremendi, come l’educazione che abbiamo ricevuto, ma erano gratuiti e lo Stato garantiva che ogni cittadino ne beneficiasse. I tassi di alfabetizzazione salivano alle stelle con il programma di alfabetizzazione forzata che giungeva in ogni piccolo villaggio nel Paese con l’obiettivo di trasformare i contadini in operai produttivi e, alla fine, nell’Uomo Nuovo che il socialismo cresceva con pazienza. Lo stesso accadeva con i servizi sanitari di base. La disoccupazione era inesistente (anche se l’occupazione e le condizioni di lavoro erano deprimenti) con l’economia sotto il controllo dello Stato e della sua politica di industrializzazione forzata. La diffusa percezione che “lo stato forniva tutto” ha resistito al passare del tempo.

Con l’arrivo del capitalismo, gli insuccessi nel creare le condizioni necessarie per una crescita inclusiva hanno lasciato fasce della popolazione in una condizione molto precaria – in particolare gli anziani, i rom e la popolazione rurale. L’8% dei bambini romeni vivono in grave povertà con circa 3 euro al giorno (Fonte: UNICEF Survey). Altre statistiche dimostrano che 2 romeni su 5 vivono in condizioni incompatibili con le norme sociali di una società europea (le loro entrate sono inferiori al 60% del reddito disponibile medio nazionale). In campagna, l’agricoltura di sussistenza su terreni restituiti ai contadini dopo essere stato sequestrato per 50 anni dal regime comunista sta lasciando molti in condizioni di vita disastrose. Quest’anno [2013-ndr], l’Istituto nazionale di statistica ha confermato che la soglia di povertà relativa in Romania è circa pari al salario minimo. In altre parole, coloro che lavorano a salario minimo (e molti non hanno neppure quello, come i disoccupati, i pensionati e chi vive sul sostegno sociale) sono considerati automaticamente poveri.

Tutto sommato, mentre una considerevole parte della popolazione ha raccolto enormi benefici dalla globalizzazione e dalla fine del comunismo, i segmenti più vulnerabili della società sono stati lasciati indietro. Prendendo atto di questa situazione, l’Economist Intelligence Unit ritiene che il rischio di disordini sociali nel Sud-Est Europa nel 2014 è salita a un massimo storico.

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(Corina Murafa via futurechallenges.org)

Traduzione Buongiorno Slovacchia, testo con licenza CC 2.0 BY-NC-SA Condividi allo stesso modo

Foto: Spilla dei pionieri con il motto “Sempre pronti” (Wikimedia Commons, pub.domain)

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