GELOSIA – novella

I quattro che abitavano in casa di Myra, a Bratislava, si erano conosciuti in circostanze diverse, ma ormai formavano un gruppo omogeneo e molto affiatato.

Motore del gruppo era lei, Myra, insegnante di slovacco e di inglese che amava molto viaggiare; ed anche quando non era in viaggio dedicava il suo tempo ad organizzare il necessario per visitare il prossimo Paese, di preferenza uno anglofono.

Seguendo un´usanza piuttosto diffusa in Slovacchia, e ancora  più accentuata nella sua famiglia, si era dedicata ad una sorta di “turismo di scambio“, che consisteva nel recarsi all´estero alloggiando in casa di qualche persona del posto, conosciuta nelle più diverse occasioni, con la promessa, implicita o esplicita, che quelle stesse persone, a loro volta, venendo in Slovacchia, avrebbero abitato nella sua casa di Bratislava per tutto il periodo della loro permanenza in città.

Questa “attività“, ereditata ed amplificata, veniva praticata su larga scala, quasi senza intervallo, da Myra, specie da quando, come molti giovani slovacchi, aveva deciso di andare a vivere da sola, benché nubile. Pian piano, ma non troppo piano, la sua casa si era guadagnato un simpatico appellativo: nella sua cerchia di amicizie essa era ormai definita, attingendo alla cultura francese, un bordel.

Vi arrivava gente di ogni parte del mondo, soprattutto inglesi, ma anche di altri Paesi d´Europa, africani, orientali, medi ed estremi, messicani, canadesi. Insomma essa era un vero porto di mare. Una nota di colore era data dal fatto che molti dei suoi “inquilini“ erano gay.

Era ciò un caso  o aveva un significato particolare? Pur non potendolo affermare con certezza, la seconda ipotesi ci sembra la più attendibile; infatti Myra, fin dalla prima gioventù, aveva sofferto di alcuni piccoli complessi, come ad esempio del fatto di essere alquanto bassa di statura, il che aveva comportato la quasi impossibilità di essere avvicinata dai giovani più aitanti  e il destino di essere scelta, nelle diverse occasioni della vita, solo da uomini anziani o da ragazzi poco cresciuti in altezza, tutta gente di palato facile, ma di futuro incerto.

Inoltre, una certa timidezza, derivante dall´ambiente familiare, le aveva bloccato da un certo tempo la sessualità e inculcato una certa paura del maschio. Verso i maschi, comunque, essa aveva un doppio e contrastante atteggiamento.

Da un lato, a causa della forte carica di erotismo che era innata in lei, sentiva verso di essi una forte attrazione, che frequentemente l´aveva portata a partecipare – anche oltre il lecito – alle loro discussioni spesso piene di allusioni e di doppi sensi volgarotti, ad adottarne il linguaggio e la mentalità, addirittura a subire le pesanti avances dei più audaci, che avrebbero sicuramente irritato donne meno compiacenti e accalorate; dall´altro, bisogna considerare che il suo era un ardore che si fermava sempre prima del “fatto“: la paura del maschio e del sesso la faceva chiudere a riccio di fronte all´eventualità di poter avere un rapporto. Insomma i maschi avevano avuto con lei vita facile fino ad arrivare davanti alla porta della sua camera, ma lì si erano dovuti fermare avevano dovuto fermarsi e accontentare solo di qualche frase ammiccante, a volte anche osé, e nulla più.

Questo atteggiamento di chiusura verso l´altro sesso aveva avuto due eccezioni, quando si era recata all´estero per lavoro o per diporto.

Come tutti sanno molte donne, quando lasciano il loro habitat, cioè l´ambiente in cui vivono, e per qualche giorno si trovano altrove, dove nessuno le conosce e dove mai si saprà da dove esse vengono, si “lasciano andare“ facilmente, si liberano dei loro tabù e danno libero sfogo ai loro più reconditi desideri. Basta considerare, ad esempio, le gite scolastiche, durante le quali, appena lasciato il luogo d´origine e sicure di conservare l´anonimato, le studentesse si scatenano nel linguaggio, che diviene più scollacciato, e nel comportamento, che si fa più che permissivo.

Qualcosa di simile era accaduto a Myra. All´estero per la prima volta aveva avuto la possibilità di sentirsi non più diversa, ma normale, non più indicata come “quel tipo bassino“, ma trattata da essere umano. La lontananza dal luogo natìo, la possibilità di essere finalmente una donna non misurata in centimetri, la pressione della sua intrinseca sensualità, il desiderio di “normalità“ la spinsero, quando era già arrivata all´età di 30 anni, a cedere, in tempi e luoghi diversi, a due uomini che ragionevolmente non avrebbe dovuto neanche prendere in considerazione, in quanto assai lontani dal suo mondo

L´uno, infatti, di professione scultore, era un quarantenne sposato, con l´unico obiettivo di cambiare ogni tanto “pietanza“.

Come se ciò non bastasse, era stato protagonista di una piccola disavventura che lo aveva segnato alquanto. Trovandosi un giorno a passeggiare, in una notte d´estate, assieme ad un amico fraterno con cui era solito uscire, era incappato in un gruppo di belle ragazze, che lui stesso aveva definito “mozzafiato“. Si era di colpo invaghito di una di esse, in verità eccezionalmente bella e seducente. E poiché le ragazze in questione altro non erano che professioniste del sesso, aveva deciso subito di approfittarne, come si suol dire “costi quel che costi“.

Nonostante le proteste dell´amico, che gli faceva rilevare come – durante la sua assenza –  lui sarebbe rimasto solo, di notte, in un quartiere desertico e con tanti delinquenti in giro, lo scultore non volle sentire ragioni e andò. Al ritorno – dopo poco più di mezz´oretta – l´amico, ormai salvo dalle temute insidie di quella zona, guardò il reduce dalla battaglia d´amore e gli disse: – Mi sembri un pò strano, che è successo? La ragazza – avevi ragione tu – era bellissima e sicuramente ti ha soddisfatto. Che c´è dunque? –

Dopo essersi fatto pregare un pò, l´altro esclamò: – Ma che ragazza e ragazza!…Quando si è tolto lo slip è comparso qualcosa di molto somigliante al battaglio di una campana.

– Cosa? – allibì l´amico.- E tu? Naturalmente te ne sei andato di fronte a quello schifoso spettacolo! – Ma no. Sono rimasto. Mi pareva male andarmene, una volta che ero ormai a casa sua… Sai, per non umiliarlo. E del resto il “lavoro“ l´ha fatto… – Ma non l´avrai anche pagato questo buffone che ti ha attirato con l´inganno? – E che cosa dovevo fare, farmi ammazzare dal suo protettore?-

Cercava di minimizzare lo scultore, ma aveva subito un trauma dalle conseguenze curiose e spiacevoli ad un tempo: da allora gli era comparso uno strano blocco psicologico anche con la moglie, consistente, pur avendo erezioni normali, nel non  arrivare mai all´eiaculazione.

Si era messo quindi in testa che provando con una donna diversa dalla moglie, sarebbe riuscito a sbloccarsi. E, per uno strano caso della vita, in questa rete tanto stupida quanto egoistica, c´era incappata Myra. La quale povera e inconsapevole ragazza si trovò a fungere da cavia senza saperlo.

Per cui si potrebbe dire, visto che il “blocco“ di lui non disparve neanche con lei, che Myra, pur avendo finalmente assaggiato il “frutto del peccato“, nella sostanza era rimasta… all´asciutto!

Con l´altro non era andata molto meglio. Si trattava di uno studente di origine libanese e di religione islamica, di tre anni più giovane ed alto 199 centimetri: quanto di peggio potesse capitarle! Quando li vedevano assieme, tutti dicevano: – Sembrano la elle con la i, volendo sottolineare la  loro  diversa distanza dalla superficie terrestre: lei “rasoterra“, lui con “la testa fra le nuvole“. E la testa fra le nuvole doveva averla davvero, perché solo a uno così poteva capitare quello che capitò a lui nella buia notte nebbiosa di un rigido inverno di una strada di periferia. Stava parlando, con un suo cugino, della moglie-bambina che gli era stata promessa come prima perla del suo harem, nel suo Paese d´origine, quando, di colpo – causa sicuramente il freddo – il levantino fu colto dal bisogno improvviso di svuotare la vescica. Il luogo era buio, le case silenziose come tutta la zona attorno. Si infilò, deciso, in un cortile e ritornò dopo qualche minuto, con la faccia soddisfatta di chi si è liberato di un peso…ma anche con una domanda che si affrettò a rivolgere al cugino: – Sai, Omar, mi è capitato un fatto assai curioso: quando ho aperto la valvola di scarico non ho sentito il rumore che fa di solito lo spruzzo – stavolta abbondante come non mai – quando tocca terra. Sai, quel fruscio dolce, melodioso che accompagna lo scarico… e, mentre diceva questo, come d´abitudine, si infilava l´indice nel naso.

Stava cominciando ad elaborare un´ipotesi pseudoscientifica per spiegare il “fenomeno“, quando fu prevenuto dall´apparizione di un grosso cane-lupo proveniente dallo stesso angolo buio, il quale, dopo essersi riscaldato al calore di quell´improvvisata sorgente termale sotto cui gli era capitato di trovarsi, dopo qualche sbruffo, prese a scuotersi di dosso tutto il liquido che voluttuosamente aveva assorbito.

Al cugino sbalordito non restò che ridere e dire: – Ringrazia Dio che non te l´ha staccato con un morso, forse perché soddisfatto del teporino che gli è piovuto addosso…

Se il cagnone tutto sommato uscì soddisfatto dall´insolito episodio che gli era “piovuto addosso“, non lo fu certo il povero arabo del suo rapporto con Myra. Non solo – a causa della enorme differenza di altezza – non poté mai guardarla in faccia nell´intimità, ma fu costretto dalla prudenza della piccola insegnante slovacca a praticare costantemente un logorante coitus interruptus che gli stava facendo saltare il sistema nervoso, provocandogli continui rutti simili ai gorgoglíi di un rubinetto da cui, anzicchè acqua, esca aria.

A far cessare provvidenzialmente tutto ciò intervenne lo stop definitivo e deciso della ragazza, in partenza, potremmo dire in fuga, per la sua città: l´arabo, ammutolito dalla decisione, si mise un dito nel…naso, eruttò un´ultima volta, come per scaricare tutta la sua tensione, e scomparve per sempre dalla scena.

Due relazioni non facili dunque, da cui per giunta era esclusa ogni prospettiva matrimoniale: sia con il primo, in quanto già sposato, sia col secondo, cui la formazione storico-ambientale impediva – se mai ne avesse avuto l´intenzione – di sposare una donna non vergine.

Situazioni piuttosto facili da prevedere per Myra, come per chiunque altra.

Ma le due occasioni, benché affrontate con una certa leggerezza, erano state piuttosto ghiotte: lontane da “occhi indiscreti“ le due relazioni – aveva pensato Myra – avrebbero potuto soddisfare i suoi prepotenti impulsi sessuali, aiutarla a superare molti inutili tabù che le rattristavano la vita e, soprattutto, a farla sentire “normale“, non più “nana“ fra molti giganti, ma una donna come tante.

Poco tempo dopo, però, come s´è visto, le cose si erano messe male ed erano finite anche peggio, in modo traumatico. La consapevolezza, tardivamente acquisita, di essere stata solo un “diversivo“, un “oggetto“ di piacere, un “biglietto omaggio“ per il “riposo del guerriero“ provocò in lei una chiusura ancora più forte di quella precedente le due relazioni. Entrò in campo una sorta di “rimozione“ psicologica nei confronti del passato e specialmente del recente passato, di cui stranamente finì per dimenticare gli episodi più crudi. Costruì una sorta di diga nei confronti degli uomini, riversò la sua libido verso i viaggi e le amicizie, ambedue coltivate con la passione che le altre riservano al loro uomo.

***

Questo retroterra psicologico spiega abbastanza bene la sua propensione ad aprire le porte del suo cuore e della sua casa a molti gay. Con essi si assicurava la presenza rassicurante e la vicinanza protettiva degli uomini, ma di uomini dei quali sapeva che essi mai avrebbero potuto e voluto…attentare al suo onore.

Uno di essi era Virgin, un professore belga che aveva conosciuto durante uno stage professionale. Per la verità, quando l´aveva conosciuto, Virgin non era gay e neppure vergine. Lo sarebbe diventato – gay intendo, non vergine – quando, dopo una lunga convivenza con una moglie di vent´anni più anziana di lui, sarebbe transitato, inaspettatamente e rapidamente, sull´altra sponda.

Quel matrimonio anomalo la diceva lunga  sui suoi gusti più autentici: forse nella moglie più che un´amante aveva cercato una madre. Quella vera, infatti, era stata abbandonata dal marito, ma si era presto consolata prendendosi un amante di 17 anni più giovane, trascurando i tre figli, che finirono tutti col deragliare. Il fratello maggiore di Virgin aveva preceduto il nostro eroe nei nuovi orientamenti sessuali e si era fatto una fama nell´ambiente, dove “operava“ col nome d´arte di “Mary“; la sorella minore, Madeleine, un fiore di ragazza, quello che si dice un “biscottino“, un bocconcino prelibato, un fiore delicato da sfiorare appena, si era ben presto rivelata più forte di un uomo, battendo, nelle gare ginniche del liceo, tutte le sue amiche. Le quali, a poco a poco, le divennero, secondo il pudico linguaggio slovacco, “più che amiche“. Insomma la virginale Madeleine non ci mise molto ad andare ad ingrossare il numero delle seguaci della poetessa Saffo.

Questo clima familiare e una certa debolezza della sua struttura psichica, da sempre assai gracile, avevano alfine favorito in Virgin il manifestarsi di quella che forse era una tendenza congenita. Fin da piccolo, ad esempio, si era ritrovato davanti allo specchio a guardare e a volte indossare gli abiti e gli ori della sua mamma.

Dopo aver concluso i suoi studi, aveva incontrato una donna più anziana di lui, ma soprattutto più esperta, dalla pettinatura che ricordava un garofano. La spregiudicata matrona dalle forme giunoniche aveva deciso di fare di lui un ex “virgin“, cioè di educarlo alle cosiddette “gioie dell´amore“ e l´aveva preso con sè. Il nuovo corso di studi si era rivelato, per il povero Virgin, doppiamente defaticante: per il corpo, presto svuotato di ogni energia, e per la sua scarsa virilità, ormai in serio pericolo di esaurimento.

L´occasione di “saltare il fosso“ si presentò, in modo semplice  e imprevisto, durante un viaggio in tram, quando, nel sedile accanto al suo, prese posto un signore robusto, con baffi e cravatta. Sarà stato il loro sesto senso o qualcos´altro di indefinibile, fatto è che i due finirono per scendere, mano nella mano, alla stessa fermata, molto vicina al poco frequentato giardino pubblico in cui furono visti entrare.

Quando l´indomani la moglie di Virgin aprì il biglietto con cui il marito le comunicava la sua “fuga d´amore“, la povera signora, che non era certo una novellina in fatto di sorprese amorose, quasi svenne. Ma, generosa com´era, volle salvare il “suo“ Virgin dal rimorso di averla lascata “sola e inconsolabile“. Si consolò, infatti, alcuni giorni dopo, con un altro giovane, un puledro ventiduenne, che andò ad arricchire la sua scuderia, ottenendo, in cambio, il delizioso ruolo di “mantenuto“ nullafacente.

Virgin si stancò presto dell´omone che l´aveva sedotto: i suoi “modi“ rudi e nodosi gli facevano male. Lui, così esile e raffinato, che teneva la tazzina del caffè col dito mignolo appena piegato e non alzava mai la voce, non poteva tollerare le urla di piacere di quel partenaire così volgare che spesso lo coglieva di sorpresa, anche durante il sonno. Trovò il coraggio di lasciarlo quando incontrò un altro gay, un gracile éfebo proveniente da una famiglia patrizia decaduta, che aveva, secondo una diffusa abitudine nobiliare, due nomi.

Si chiamava Pávol Erick, ma lui, “sveltino“ come certe sue performances erotiche, preferiva un nome più breve, derivante dai suoi due ufficiali: tutti quindi lo chiamavano Pavick.

La famiglia di Pavick aveva posseduto un pregevole terreno, con annessa miniera, nel Congo, allora belga, e questo le aveva assicurato un certo benessere. Ma una delle tante rivoluzioni che ci furono dopo la fine del colonialismo costrinse i nobili belgi ad abbandonare tutto. Uno di loro, però, Pavick appunto, portò con sè un ricordo, bello o brutto secondo i…punti di vista. Una notte che il giovane nobile era andato a pesca e aveva preferito non rientrare a casa e andare a dormire in una capanna situata nella sua proprietà, anche un gigantesco ribelle negro che aveva perso i contatti con la sua tribù, decise di rifugiarsi nello stesso posto per passarvi la notte.

Il negro, stanco e sudato per la lunga corsa, si lasciò cadere sul letto per riprendere fiato. Inaspettatamente si trovò fra le mani qualcosa di morbido, liscio. Non ci pensò due volte. Il povero Pavick si svegliò di colpo, lanciando un grido lacerante.

Non poté fare altro che una doccia, ma qualcosa ormai era penetrato in lui.

Tornato in patria, sposò una fanciullina, figlia di immigrati siciliani, di quelle tutte “casa e chiesa“, cui la mamma non aveva  detto nulla: era ancora convinta la poverina, ad esempio, che il “sottone“ (così lo chiamava) servisse solo come via di scarico per la vescica.

Sicché un giorno fu facile per Pavick dirle che lui avrebbe fatto un viaggio verso “l´altra sponda“, perché aveva pensieri “neri“ che glielo imponevano. Lei, ancora ignara dei “sogni proibiti“ del marito, sentendo parlare di sponde, capì che il suo “uomo“ doveva andare a pesca e non si accorse nemmeno del loro divorzio.

Virgin lo conobbe il giorno che andò a trovarlo in ufficio, per una sua pratica. I loro sguardi si incrociarono, le loro mani si sfiorarono, e Pavick, quasi senza accorgersene, disse: –  Io esco alle quindici dall´ufficio. Ci sarai?

Da allora non si lasciarono più, anche perché decisero di vivere insieme.

Come s´è visto, Pavick aveva dei precedenti simili a quelli di Virgin, anche se era approdato all´altra riva  su una barca diversa e non aveva la sua prestanza fisica. Era, infatti, assai più basso di statura, potremmo dire che era mingherlino. Piu allegro del suo partner, viveva la vita senza complessi. Rimase un pò contrariato solo quando seppe che la giovane moglie si era consolata con un congolese di Leopoldville, delle cui prestazioni non si lamentava affatto.

Pavick comunque non era geloso del suo sostituto nell´antico talamo, solo che ogni tanto fantasticava: – È lui che…? E si sentiva attraversare da un…brivido.

I due dunque, Virgin e Pavick, presto conosciuti – secondo il ritornello di una nota canzone italiana – come “la coppia più bella del mondo“, si erano messi insieme, travolti da una passione che nulla aveva da invidiare a quelle vissute dalle più fortunate coppie etero.

Nessuno avrebbe potuto indovinare a chi dei due era riservata la parte del maschio e a chi quella della femmina. È piuttosto ipotizzabile, in base a certi segnali che ogni tanto arrivavano, che i loro ruoli erano intercambiabili, con un´accentuazione da parte di Virgin del senso di possesso nei confronti dell´amante, con cui finalmente si sentiva realizzato. Pavick appariva meno complessato: egli prendeva allegramente la vita e tutto (ma proprio tutto) quello che Virgin gli offriva.

I due in pubblico tenevano, anche in considerazione della posizione sociale che occupavano, un contegno abbastanza corretto. Tranne una volta, in un cinema, quando, non accorgendosi che, nonostante il buio della sala, si erano lasciati andare, da buoni francofoni, ad un sublime (per loro, è ovvio) bacio “alla francese“. La cosa aveva turbato una donna che, essendo incinta, era stata colta da malore. Accortisi del fatto, prima che il marito, che aveva capito la situazione, potesse “riprenderli“ per la scenetta osé, i due si erano dileguati, facendo perdere le loro tracce.

Virgin aveva conosciuto Myra – lo abbiamo già detto – per ragioni professionali e, successivamente, le aveva presentato Pavick, non accorgendosi dello sguardo scrutatore che questi aveva lanciato alla ragazza. Veniva allora da chiedersi se i due non fossero sostanzialmente ambivalenti. La natura capricciosa li aveva portati a sbarcare sull´altra sponda, ma forse un ritorno al punto di partenza non era proprio da considerarsi impossibile.

Insomma un guazzabuglio di sesso e amore che i bigotti “benpensanti“ giudicavano disgustoso, ma che, per i protagonisti di questa storia, era quanto di meglio la vita potesse offrire.

Ferdinando Leonzio

La Gelosia, continua. Leggi il resto

 Foto: Otello (Shehal Joseph/flickr)

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