Vajont, dopo 50 anni l’Italia non ha imparato la lezione

Sono trascorsi 50 anni da quello che è tragicamente passato alla storia come il disastro del Vajont. Erano le 22.39 del 9 ottobre 1963 quando una frana di oltre 260 milioni di metri cubi di roccia e terra precipita dal monte Toc sul lago artificiale e smuove 50 milioni di metri cubi d’acqua. In pochi minuti una gigantesca ondata colpisce i paesi che si affacciano sul versante opposto del lago (Erto e le frazioni intorno) e un’altra investe Casso, scavalca la diga da poco costruita e piomba sui paesi della valle sottostante, tra cui Longarone.

A perdere la vita, nel giro di pochi minuti, sono 1.910 persone, tra cui 487 bambini. Circa quattrocento corpi non sono mai stati trovati. Longarone e le frazioni vicine sono state spazzate via, come anche alcune frazioni di Erto e Casso.

In seguito al disastro viene subito aperta un’inchiesta, a cui segue un processo, dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971, che si chiude con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per omicidio colposo plurimo.

Il progetto “Grande Vajont” per la costruzione di una diga alta 200 metri e un serbatoio di 50 milioni di metri cubi d’acqua tra la valle del Vajont e del Piave, al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto, era stato lanciato nel 1940 dalla Società adriatica di elettricità (Sade), un’azienda idroelettrica privata e approvato nel 1943 dal Consiglio superiore dei lavori pubblici.

Nel 1956 si apre il cantiere e la Sade chiede di portare l’altezza della diga a 266 metri e l’invaso a 150 milioni di metri cubi d’acqua. Il 22 marzo 1959 una frana di circa 3 milioni di metri cubi di roccia si riversa nel vicino bacino della diga di Pontesei, finita di costruire sempre da Sade due anni prima. La frana genera un’onda di venti metri che uccide il sorvegliante della diga. I cittadini di Erto e Casso, preoccupati, costituiscono un comitato. Nel settembre del 1959 la costruzione della diga è finita.

Nel 1960 dal monte Toc, su uno dei versanti del lago, si staccano due frane. Due campanelli di allarme purtroppo non ascoltati.

Tre anni dopo, quindi, si verifica il colossale disastro, predetto e temuto da cittadini, esperti e giornalisti.

Negli anni precedenti al 1963 la giornalista Tina Merlin diede voce agli abitanti di Erto e Casso, due paesini che sorgono nella stretta valle del Vajont, fortemente contrari alla creazione dell’invaso artificiale. La giornalista denunciò così i pericoli che avrebbero corso i due paesi se la diga fosse stata effettivamente messa in funzione. Inascoltata dalle istituzioni, Tina Merlin venne denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” tramite i suoi articoli, processata e assolta dal Tribunale di Milano. La Merlin tentò di pubblicare un libro sulla vicenda, “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe”, che tuttavia trovò un editore solo nel 1983.

Inascoltato fu anche, tra gli altri, il geologo Edoardo Semenza i cui avvertimenti non furono presi in considerazione.

Oggi (ieri – ndr), in occasione del 50esimo anniversario del disastro, come spesso tristemente accade si parla di una “tragedia annunciata” e di una “strage evitabile”.

«La memoria del disastro che il 9 ottobre 1963 sconvolse l’area del Vajont suscita sempre una profonda emozione per l’immane tragedia che segnò le popolazioni con inconsolabili lutti e dure sofferenze. Il ricordo delle quasi duemila vittime e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale induce, a cinquant’anni di distanza, a ribadire che quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità». Questo il contenuto del messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il presidente del Senato Grasso ha voluto portare ieri a Longarone le scuse dello Stato dopo 50 anni di inchieste a vuoto, dubbi, responsabilità rimosse.

Ma al di là delle scuse e delle dichiarazioni ufficiali, quel che probabilmente bisognerebbe domandarsi oggi è se il nostro Paese ha appreso la durissima lezione impartitaci dalla natura con il disastro del Vajont.

Dopo quella immane tragedia, la storia del nostro Paese ci racconta di altri morti e distruzioni. Le alluvioni e le frane degli ultimi anni, con le vittime e la devastazione che portano dietro, continuano a testimoniare la mancanza di cura del nostro fragile territorio.

Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, ha affermato ieri: «questo Paese sta letteralmente cadendo a pezzi: o noi interveniamo in maniera strutturale o andremo sempre a fare una sorta di elenco di disgrazie e di morti».

(A.P., via ilcambiamento.it)

Vedere anche: 50 anni dopo il silenzio di un cimitero senza cancelli

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