Rapporto Italiani nel mondo: emigrazione oggi libera scelta in cerca di opportunità

L’ultimo Rapporto Italiani nel Mondo 2013, l’ottava edizione dell’indagine a tutto campo sull’emigrazione italiana presentata la scorsa settimana dalla Fondazione Migrantes, mette in luce diversi aspetti che, se in gran parte confermano tendenze e convinzioni riguardo al fenomeno della moderna emigrazione, danno anche un quadro parzialmente diverso da quello che si legge sui media mainstream. Nel Rapporto, ad esempio, viene confutata almeno in parte la tesi che chi lascia il Bel Paese sia un “cervello in fuga”: i ricercatori, giovani e meno, che si vanno a cercare un lavoro fuori dai confini nazionali sono la categoria alla quale più spesso viene attribuita questa definizione. Ma proprio i ricercatori, secondo l’indagine Migrantes, sono in generale coloro che rifiutano tale demarcazione, rivendicando piuttosto la libertà di scelta e la ricerca di opportunità per mettersi alla prova, andando là dove li portano i propri interessi scientifici e personali, pur mantenendo uno stretto rapporto con la Patria d’origine (un legame oggi fortemente facilitato dagli strumenti della modernità digitale – social networks, chat, email, telefonate via rete – che danno la possibilità di essere interconnessi con diversi “mondi” paralleli a costi estremamente ridotti). Come la quasi totalità degli italiani all’estero, anche loro ci tengono a reclamare la propria appartenenza regionale, o meglio ancora a dichiarare in dettaglio il campanile di provenienza, fonte di orgoglio ancora più della nazionalità.

I nuovi migranti, del resto, risultano avere caratteristiche completamente diverse da quelle dell’emigrazione dei due secoli precedenti. Molti di coloro che si spostano all’estero hanno già avuto nell’infanzia e adolescenza esperienze di trasferimenti, con la famiglia o durante gli studi, sia in Italia che fuori di essa, e sono abituati a viaggiare, anche grazie al turismo di massa low-cost. Il concetto di casa per loro, spiega il rapporto – inteso come senso di radicamento in un luogo definitivo – è ipotetico e non necessariamente localizzato in Italia. Per loro è normale l’idea di un pendolarismo a medio o lungo raggio.

Decidere di emigrare, ha detto alla presentazione del rapporto mons. Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, «oggi non deve essere un allarme sociale, ma una valida opportunità di crescita data soprattutto ai più giovani o, comunque, a quelle persone che vogliono percorrere strade diverse e mettere alla prova se stessi». «Il confronto con realtà europee o oltreoceano […] è […] un’opportunità di arricchire ed essere arricchiti dalla diversa provenienza culturale e dalla differente formazione»: questo fenomeno di scambio e messa i comune di competenze potrebbe essere, secondo mons. Perego, «la condizione attualmente più favorevole alla globalizzazione».

Dentro all’universo degli italiani all’estero, coloro cioè che possiedono cittadinanza e passaporto italiano ma vivono fuori dei confini nazionali, ci sono persone che partono per amore, o per cercarsi un’opportunità, ma anche tanti che cercano di sfuggire alla disoccupazione o fanno un’esperienza di studio. Storie più o meno felici, facili o difficili, di realizzazione o di perdita, di riuscita o con un triste epilogo.

Se la comunità italiana più numerosa vive in Argentina (oltre 691mila persone), è l’Europa ad avere nel complesso i numeri più alti; nei primi cinque paesi del vecchio continente, tra Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Regno Unito, vivono oltre due milioni di cittadini italiani, quasi la metà del totale, 4.341.156 – il 7,3% della popolazione residente nel Bel Paese.

L’analisi demografica degli italiani all’estero (quelli iscritti all’Aire, che hanno stabile residenza in un paese straniero) mostra che il 48% di loro sono donne, il 54% è celibe e il 38,1% coniugato, mentre vedovi sono il 2,6% e divorziati il 2,0%. Il 15,5% di tutti gli italiani residenti all’estero è minorenne, il 21,0% ha un’età tra i 18 e i 34 anni, il 25,0% ha tra i 35 e i 49 anni, il 19,1% ha un’età compresa tra i 50 e i 64 anni e il 19,4% ha più di 65 anni.

Il Programma comunitario Erasmus ha coinvolto nell’anno accademico 2010-2011 (ultimi dati disponibili) quasi 20mila studenti italiani; le destinazioni preferite la Spagna (7.547 studenti), la Francia (3.338), la Germania (2.199), il Regno Unito (1.849) e il Portogallo (1.011). Il tirocinio (stage) del programma Erasmus presso imprese o istituzioni pubbliche di un paese dell’Unione, disponibile dal 2007, ha visto partecipare, fino all’anno accademico 2010-11, 6.603 studenti italiani. Nonostante questi numeri, in realtà la partecipazione all’Erasmus resta più bassa rispetto ad altre nazioni. La ragione, spiega il Rapporto, starebbe negli investimenti limitati dedicati al programma, con una copertura ridotta, nell’ultimo anno accademico disponibile, a 199 euro al mese per la mobilità per studio ed a 493 euro per i tirocini. Borse di questa entità, si legge nello studio, permettono di partecipare solo a studenti che hanno alle spalle famiglie che possono permetterselo.

Sempre dai registri dell’Aire, il Rapporto mette in rilievo che la presenza italiana in Cina ha registrato un costante trend di crescita negli ultimi sette anni, e la popolazione italiana residente nel 2013 è più che triplicata rispetto al 2006 (+239%), passando da 1.989 iscritti a 6.746, con un picco di trasferimenti nel 2006 (+27%) e nel 2009 (+25%). I residenti sono particolarmente concentrati tra Hong Kong e i dintorni di Shanghai (34% e 37%), mentre il resto vive tra la circoscrizione di Pechino (16%) e Canton (13%). Riguardo alla Cina viene anche registrato un fenomeno di emigrazione “di rientro”, con giovani cinesi nati in Italia che, forti del bagaglio di cultura italiana e cinese, decidono di ritornare nel paese di origine.

Infine, il Rapporto tratta anche temi come cittadinanza e diritto di voto. Se da un lato è giusto riconoscere un diritto di uguaglianza tra tutti i cittadini italiani che hanno legami affettivi alla loro Patria, pur non vivendoci più da tempo, e la loro partecipazione attiva e piena alla vita politica della nazione, dall’altro è giusto anche chiedersi fino a quale generazione deve essere consentito mantenere la cittadinanza a chi lascia definitivamente il paese di origine. Da tempo l’Italia sta valutando la modifica della legge sulla cittadinanza, dice il Rapporto, una normativa ormai desueta rispetto alla società pluriculturale moderna, e anche rispetto alla struttura della popolazione connazionale all’estero, essendo più rispondente, secondo la Fondazione, alle peculiarità delle dinamiche migratorie italiane del Novecento più che alle nuove mobilità caratterizzate da precarietà logistica e frequenti spostamenti.

Tra i partecipanti alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo 2013 anche il presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero Claudio Micheloni, senatore Pd eletto all’estero, che ha sottolineato la necessità di riformare la rete diplomatica e consolare italiana nel mondo, dando più priorità ai servizi rispetto alla diplomazia. Informando di aver depositato lo stesso giorno il Disegno di Legge dal titolo “Delega al Governo per il riordino e l’adeguamento della rete diplomatica e consolare italiana nel mondo e per il rafforzamento dei servizi per l’economia e per i cittadini italiani all’estero”, Micheloni ha detto di voler dimostrare «che è possibile lavorare in modo diverso e con le stesse risorse. Servono meno diplomazia e più servizi», una tendenza già avviata da altri paesi europei. Ci sono poche risorse, è vero, ammette, «ma quelle che ci sono vanno utilizzate con serietà». Togliendo il collegio elettorale estero, ha poi aggiunto, «chi ci rimette non è l’emigrazione, ma questo Paese».

(Pierluigi Solieri, fonte 9colonne.it)

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