La Birreria – novella

La birreria del piccolo paese irlandese era il ritrovo preferito da molti degli abitanti del luogo, specie il sabato sera. Si giocava a carte, si raccontavano le piccole vicende della settimana, si parlava di sport e di donne, mentre la birra scorreva a fiumi ed il locale si riempiva di fumo. In quell’afosa sera d’estate c’era anche stata una specie di gara di abilità tra bevitori, per stabilire quale di quelle spugne viventi fosse la più capace di ingerire l’agognato liquido. Non si badava certo alla qualità del prodotto; per gli affezionati clienti sembrava più che mai valida quella pubblicità italiana che, promuovendo presso i consumatori un processo di identificazione tra un boccale di birra e la ragazza seminuda che la beveva, così recitava: «Bionda o bruna, purché sia birra!».

Un gruppo, piuttosto numeroso in verità, si era abbandonato, a partire dal tardo pomeriggio, con particolare trasporto a quel rito che era ormai divenuta la bevuta: alcuni, cinque o sei di esso, erano seduti attorno ad uno dei tavoli dislocati all’interno del poco illuminato locale e si facevano notare soprattuto per gli urlacci che lanciavano all’indirizzo dell’oste, continuamente chiamato a rifornirli di birra, un barilotto dopo l’altro.

Altri tre o quattro stavano appoggiati al bancone, ciascuno col suo boccale stracolmo, che di colpo, con gesto rapido e deciso, veniva svuotato da quegli autentici campioni che erano. Tutti erano rossicci, nei capelli e nella carne, e il naturale rossore era acuito dall’enorme quantita di birra ingoiata, mentre il sudore colava dalla loro fronte copioso e sembrava mescolarsi alla birra, per poi scendere lungo tutto il loro corpo. Uno in particolare, un gigante di quasi due metri, sembrava avere in corpo piu birra che sangue e la lunga cintura sembrava reggere appena gli immensi pantaloni. Aveva le guance rosse e gli occhi suini e l’atteggiamento lascivo: non parlava molto, ma si capiva che era il capo dell’allegra comitiva.

Ad un tratto egli sembrò svegliarsi dal languido torpore che gli procurava quel paradiso liquido in cui era voluttuosamente immerso e il suo sguardo fu attirato dall’insolita figura che improvvisamente si stagliò contro la luce del piccolo ingresso, appena nutrita dagli ultimi raggi del sole morente. Dopo il breve attimo di attesa, il rossiccio pachiderma e i suoi ebbri compagni poterono ammirare i dolci lineamenti della bellezza muliebre che si era affacciata sulla soglia del fumoso locale, anche se molti si dedicarono subito alla ricerca della forma delle mutandine nere, che la improvvida fanciulla aveva messo sotto il vestito bianco.

La bellissima dama bianca, il cui capo era adornato da un grande cappello dello stesso colore, e i cui lineamenti erano superbi e delicati nello stesso tempo, era una bellissima ragazza bionda, alta più o meno 178 centimetri, peso presunto quasi settanta chili, nel cui volto si mescolavano una purezza di fondo che rasentava l’ingenuità e la promessa di un paradiso erotico. Quando ella scese i due o tre scalini dell’ingresso del locale, e si avviò, con passo un po’ incerto, verso il bancone, tutti si chiesero: – Ma chi è quel bel pezzo di …?

La ragazza, originaria della Siberia centrale, della sua terra ricordava ben poco: i piccoli villagi sperduti, i pescatori solitari, l’immensa distesa di neve; soprattutto si ricordava di quella volta – aveva allora appena sedici anni – che i cani imbizzarriti della sua slitta le avevano preso la mano e stavano trasportandola lontana dai suoi, forse ad una morte fatta di freddo e di fame. Le era rimasto impresso il giovane, bruno ed aitante, tutto imbacuccato nella sua pelliccia, apparso improvvisamente, che con coraggio e con fermezza non comuni, aveva fermato i cani e  l’aveva poi consegnata ai genitori, che ormai disperavano di poterla più ritrovare.

Successivamente, dopo la seconda guerra mondiale, alla quale il padre aveva partecipato come partigiano, la sua famiglia si era trasferita in una grande città della Slovacchia, in cui l’intrepido genitore aveva fatto carriera, diventando prima presidente del Comitato di quartiere, poi sindaco della città ed infine grosso funzionario del Comune. La Slovacchia era diventata per la ragazza la sua nuova patria, dove essa aveva potuto studiare, conseguire il diploma e frequentare con successo l’Università, precisamente la facoltà di lingue, dove aveva dimostrato particolare propensione per il francese.

Nel corso degli anni aveva sviluppato un’altra passione, quella per i viaggi, che l’avevano portata in molte parti del mondo. Quell’anno era stata attirata dalla dolce terra di Irlanda, dal suo inimitabile verde accarezzato dalla lieve brezza, dalla gentilezza degli abitanti e dalle poetiche leggende che popolavano quelle terre deliziose. L’escursione fatta quel giorno, annunciata dalla guida come una piccola marcia di mezz’ora, in realtà era durata un’ora e mezza e, benché ella fosse un’eccellente camminatrice, l’aveva sfiancata alquanto. Si era cosi staccata dalla piccola comitiva che stancamente rientrava in albergo, per bere qualcosa di fresco, promettendo di rientrare prima del sopraggiungere della stellata notte irlandese.

La dolcissima ragazza, superato un attimo di esitazione, ordinò, con un tono di voce celestiale, una bibita al cedro, con cannuccia, ed andò a sedersi nell’angolo opposto a quello in cui si trovava il corpulento irlandese, che continuava a sudare come una bestia da soma.

Ad ogni sorso che la ragazza, con finta indifferenza, ma oramai tutta rossa in viso, beveva, faceva eco un complimento proveniente dal fondo più buio della sala: – Vorrei essere io quella bibita!, oppure: – Me lo dai un bacio?, o addirittura: – Come succhi bene, tesoro!

L’atmosfera si stava facendo assai pesante per la ragazza, sempre più emozionata e impacciata, ansiosa di andarsene al più presto da quel luogo, ma assai incerta su quello che avrebbe potuto trovare oltre la soglia del locale.

Fu a quel punto che nella birreria entrò un giovane alto, bruno, delle movenze assai virili, tutto giacca e cravatta, nonostante il caldo, un tipo di cui le slovacche avrebbero tranquillamente potuto dire: – Ecco un bel ragazzo! Tutto in lui sembrava indicare l’origine siciliana, compreso un certo incedere da uomo sicuro del fatto suo.

Entrò senza guardare nessuno, senza nemmeno salutare, ed ordinò un bicchiere di latte.

Per un attimo gli astanti si guardarono negli occhi e poi esplosero in una fragorosa risata. Una voce rauca, che sembrava uscita da un barilotto di birra, rincarò: – Ehi, piccolino, la mamma non ti ha detto nulla? Questa è una birreria! – Il giovane non rispose, sedette al banco, si tolse per un attimo gli occhiali scuri che gli conferivano un’aria misteriosa e strinse tra l’indice e il pollice la radice del naso, come per concentrarsi su qualcosa. Fu in quell’attimo che alla ragazza, ormai terrorizzata dalla soffocante atmosfera densa di fumo e di birra, parve riconoscere il giovane della slitta che anni prima l’aveva salvata in Siberia.- Ma no – , si disse,  – non puo’ essere – : quello era un giovane eroe, mentre questo si è accocolato al banco come un cagnolino.

Mentre questi poco delicati pensieri turbinavano nel cervello della giovane, si udì la voce del pachiderma ubriaco che sembrava il leader del branco e che non aveva mai cessato di concupirla fin dalla sua comparsa nella birreria: – Vieni da me, biondina, che ti faccio divertire…

Mentre così bofonchiava, barcollando ed asciugandosi con un fazzoletto ormai matido il sudore e la birra che colavano copiosi da ogni parte ed arrivavano al petto villoso per perdersi tra i folti rossicci peli, prese ad avvicinarsi alla ragazza, che non ebbe neanche la forza di gridare, tanto era terrorizzata. Stava quasi per prenderla, quando improvvisamente, come per incanto, apparve sotto il suo mento la punta fredda di un coltello, un coltello assai simile a quelli che  circolavano in Sicilia come arma di difesa e di offesa. Un coltello, lungo circa venti centimetri, con la lama nuova ed affilata, che luccicava alla luce tremolante del torbido locale, un coltello impugnato saldamente dal misterioso giovane, che , con voce che sembrava provenire da un altro mondo, così parlò: – Inginocchiati, porco, e chiedi perdono alla signorina e a me, se no ti sgozzo.  Il “porco”, grande e grosso com’era, non se lo fece dire due volte e si buttò carponi, biascicando incomprensibili parole. Per tutta risposta si ebbe un calcio nell’immenso sedere e rotolò sul pavimento grugnendo di dolore. Qualcuno dei suoi amici accennò ad intervenire, ma solo per un attimo: glielo sconsigliò il luccichio della lama che il giovane fece lentamente roteare, accompagnando il gesto con uno sguardo deciso che non lasciava dubbi su cosa sarebbe potuto capitare a quell’ubriacone che avesse avuto la pessima idea di intromettersi. Si rivolse quindi alla tremante turista, con voce pacata ma ferma: – Lei vada, signorina, a costoro ci penso io.  La ragazza, del tutto sconvolta, annuì ed uscì dal locale, mentre il giovane, finito lentamente il suo bicchiere di latte, pagava il conto. Poco dopo uscì anch’egli, con passo lento e sicuro, senza salutare, così com’era entrato.

Appena in strada il bruno gentiluomo ebbe un moto di sorpresa nel vedere che la bionda fanciulla appena da lui salvata era ancora lì, seminascosta in un angolo buio, tremante e spaurita.

– Ma come, signorina, è ancora qui? Perché non torna a casa? Qualcuno di quei maiali potrebbe uscire… – Il fatto è – rispose lei – che con questo buio ho paura a tornare in albergo.

Il giovane la guardò fisso, quasi la misurò e quindi le propose di accompagnarla con la sua auto. La ragazza, sollevata, ben volentieri accettò e qualche minuto dopo i due furono davanti alla porta dell’edificio in cui alloggiava la comitiva slovacca. La macchina si fermò di colpo, ma la fanciulla sembrava esitare: – Perché non salite a mangiare qualcosa? A quest’ora dovete essere affamato…

Il giovane, che era di poche parole, sembrò riflettere un attimo e poi disse: – Va bene.

La cena, ricca e abbondante, si era prolungata fin quasi la mezzanotte, creando una specie di complicità fra i due giovani che siedevano l’uno di fronte all’altra. Gli sguardi si erano più volte incontrati e si erano parlati in modo piuttosto esplicito. Sembrò perciò naturale, alla fine del pasto, che il giovane bruno, di probabile etnia greca, un siciliano della Magna Grecia insomma, prendesse fra le sue la mano della giovane siberiana divenuta slovacca e le dicesse: – È ora che io vada. O vuoi che rimanga? – Rimani, sussurrò la giovane donna, con un filo di voce.

Quella notte non ebbe nulla da invidiare alle più grandi battaglie della storia…

I cinque giorni che seguirono non furono da meno: il sesso la faceva da padrone e i loro corpi erano spesso intrecciati come quelli di due serpi in amore. Stranamente nessuno dei due aveva detto all’altro: – Ti amo, ma il loro rapporto era diventato così intenso da rendere assai doloroso il momento del distacco. La comitiva, infatti, doveva ormai rientrare in Slovacchia.

I due bellissimi giovani si separarono senza parlare, con un lungo bacio appassionato privo di promesse, poiché essi sapevano che non le avrebbero potuto mantenere e che le loro vite così diverse avrebbero preso strade ancora più diverse.

                                                                      ***

La giovane bionda ormai portava, anche se con riluttanza, occhiali da vista, mentre procedeva alacremente verso una brillante carriera: insegnante, interprete in manifestazioni internazionali, alta funzionaria culturale, prestigiosa docente universitaria, coautrice di dizionari, insignita di alte onorificenze… I suoi successi professionali non si contavano più. E intanto si era incrementata la sua passione per i viaggi, principalmente verso i paesi francofoni, anche al di fuori dell’Europa, in Africa, in Asia e in America. Mentre portava a casa, dai posti più lontani, i suoi piccoli trofei, che erano piuttosto dei souvenir, e la sua libreria, come la sua cultura, cresceva a vista d’occhio, una leggenda si era sviluppata attorno a lei e alle sue passioni.

Si diceva che le sue frequentazioni femminili, tutte donne di alto profilo culturale, avessero una particolare propensione per l’altro sesso, principale oggetto delle loro conversazioni senza veli o reticenze. Si diceva che essa aveva intrecciato varie relazioni a Praga e a Parigi, qualcuno diceva perfino che c’era stato un tempo in cui aveva tenuto contemporaneamente due amanti neri, uno in Africa e l’altro in Francia. Si dicevano tante cose, ma qual’era la verità nessuno lo saprà mai. E del resto che cosa importava, specialmente da quando aveva deciso di cambiare stile di vita ed era diventata una sfinge impenetrabile in fatto d’amore ed aveva assunto un atteggiamento rispetto al sesso che la faceva classificare dai più come fredda e insensibile? La sua vita, giunta alla soglia dei quarantasei anni, era ormai tutta viaggi e scuola, fino allo scoppio di quel fulmine a ciel sereno, di cui diremo fra poco.

Del bruno isolano, taciturno per vocazione, isolato ed ammusonito, prestante e generoso, si sapeva poco. Chiuso nel suo paesino siciliano, innamorato del suo coltello che continuava a carezzare amorevolmente come un’amante, il suo atteggiamento un po’ guascone aveva portato qualcuno a mettere in giro la voce che con quell’arma aveva ucciso due uomini per gelosia. Non era vero, naturalmente, anche se era stato visto ripulirne dal sangue la lama: si trattava del sangue di due cani che avevano infastidito una sua fidanzata e che egli aveva sgozzato senza scomporsi, grazie al suo notevole sangue freddo.

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, si era dato agli studi storici, con buoni risultati, ed aveva scritto per molte riviste specializzate. Aveva alle spalle una situazione familiare pesante: orfano di entrambi i genitori fin dalla più tenera età, era cresciuto coi nonni materni ed aveva acquisito quell’aria un po’ triste che lo contraddistingueva. Ciò lo aveva reso bisognoso d’affetto, quindi molto sensibile alle attenzioni altrui, e la sua insicurezza gli aveva acceso la passione per i coltelli che maneggiava con estrema perizia: da uno di essi non si separava mai e lo curava come un figlio. Aveva anche acquisito una grande autostima nei rapporti con gli altri e la capacità, tutta siciliana, di trasmettere messaggi chiari con gesti apparentemente insignificanti. Ad esempio abbassare lentamente gli scuri occhiali da sole e guardare negli occhi l’interlocutore significava inequivocabilmente avvertirlo che stava prendendo una strada sbagliata e che sarebbe stato assai meglio per lui “riaggiustare il tiro”; come, peraltro, il gesto di ripulirsi le unghie con la punta del coltello, con grande impegno e sfacciata ostentazione, equivaleva a porgli una domanda ben precisa: – Amico mio, sei stanco di vivere?

Aveva anche dovuto registrare il fallimento del suo matrimonio, contratto per quello che gli era sembrato amore e non era stato altro che illusione e risoltosi in un deserto sentimentale arido e senza avvenire. Era così arrivato ai cinquant’anni chiuso in una vita da lupo solitario, avendo come compagni solo i suoi amati studi e il suo coltello prediletto. Anzi no, c’era qualcos’altro, in verità. C’era il ricordo della bellissima siberiana e di quei meravigliosi cinque giorni passati con lei in Irlanda: ricordo dolce e doloroso nello stesso tempo, perché gli ricordava un episodio assai piacevole della sua vita, che però egli vedeva ormai come qualcosa di irripetibile.

– Un momento -, si disse un giorno,  – perché irripetibile?  In effetti, per uno come lui, il cui coraggio sfiorava la temerarietà, che aveva affrontato situazioni inquietanti o anche pericolose, e ne era uscito sempre vincitore, grazie al suo sangue freddo e al suo fedele coltello, non doveva essere impossibile rintracciare la fanciulla che gli aveva trafitto il cuore.

Si mise a cercarla per ogni dove, avvalendosi di tutti i mezzi di comunicazione accessibili all’uomo, interessò ambasciate, giornali, detective privati, avvocati, fin quando un giorno poté ricevere sul suo computer una lettera di lei.

Come quando il fuoco incontra la benzina, lo scambio di mail, di giorno in giorno fattosi piú intenso ed appassionato, suscitò nei loro cuori e nei loro corpi un incendio incontrollabile. Ben presto le lettere non bastarono piú e divenne sempre piú impellente l’esigenza di incontrarsi per ripetere – questo non se lo dicevano, ma lo pensavano ambedue – la gioia di un tempo, per amarsi con tutta la passione di allora, ma anche con tutta l’esperienza dell’oggi. La donna, per la quale sembrava che il tempo non passasse mai, almeno a giudicare dalla prepotenza con cui i suoi seni turgiti sembravano voler schizzar fuori dalla camicia, venne a rilevarlo all’aeroporto, per poi ospitarlo a casa sua.

Non ci fu bisogno di molti convenevoli e di rimebranze del bel tempo passato, perché i due, dopo una gustosa cenetta da lei approntata, finissero a letto.

Il letto era largo appena un metro e quaranta centimetri, era cioè non molto stretto, perché i due potessero comodamente dormire, ma anche non molto largo, quasi volesse costringerli ad abbracciarsi. Ma non c’era affatto bisogno di nessuna costrizione perché i due si abbracciassero dalla mattina alla sera e poi di nuovo e di nuovo.

                                                                         ***

[…]

Ferdinando Leonzio

La Birreria, fine prima parte. Leggi il resto.

Foto: Daniel Stark/flickr

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