Società: spreco di cibo e impatto ambientale, presentato rapporto FAO

È stato presentato qualche giorno fa a Roma un nuovo ed importante Rapporto FAO sullo sperpero di cibo a livello globale che, per la prima volta, si focalizza sulle conseguenze ambientali del problema. Lo studio, dal titolo “The Food Wastage Footprint-Impacts on Natural Resources” (“L’impronta ecologica dello sperpero alimentare: impatto sulle risorse naturali”, n.d.a.), mette in evidenza l’impatto devastante che le perdite alimentari hanno sull’ambiente e, in modo particolare, sul clima, sulle risorse idriche, sull’utilizzo del territorio e sulla biodiversità.

Prima di entrare nei dettagli è importante fare un po’ di chiarezza e precisare il significato dei termini “perdita”, “spreco” e “sperpero”. Per perdita alimentare s’intende la riduzione non intenzionale del cibo destinato al consumo umano. Tale riduzione non intenzionale deriva da una serie di inefficienze presenti nella catena di approvvigionamento alimentare, quali ad esempio la carenza di infrastrutture e logistica e la mancanza di tecnologia, competenze o capacità gestionali. La perdita di cibo avviene principalmente nelle fasi di produzione e di lavorazione post-raccolto, cioè quando i prodotti rimangono sul campo o quando vengono scartati durante le fasi di lavorazione, immagazzinamento e trasporto.

Il termine spreco alimentare, invece, si riferisce allo scarto intenzionale del cibo (destinato al consumo umano e) ancora perfettamente commestibile. Lo scarto, in questo caso, è dovuto al comportamento tenuto dalle aziende e dai singoli individui, soprattutto da parte di esercenti e consumatori finali. L’espressione sperpero alimentare, infine, indica l’insieme di perdite e sprechi.

Il Rapporto FAO sottolinea come lo sperpero di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno (che corrispondono ad un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo) genera non solo enormi costi economici, ma anche ambientali. I costi economici dello sperpero – che includono solo i costi diretti ed escludono dal conteggio pesci e frutti di mare – vengono quantificati in 750 miliardi di dollari all’anno.

A questi elevati costi economici si aggiunge l’impatto devastante dello sperpero sulle risorse naturali del pianeta, quelle stesse risorse da cui dipende la sopravvivenza degli esseri umani. Si calcola che ogni anno, sempre a livello globale, il cibo prodotto ma non consumato sperpera un volume d’acqua pari alla portata del fiume Volga; consuma 1,4 miliardi di ettari di terreno (il 30% circa della superficie agricola mondiale) ed immette in atmosfera 3,3 miliardi di tonnellate di gas effetto serra.

Dallo studio FAO emerge che il 54% dello sperpero totale si verifica ‘a monte’, cioè durante le fasi di produzione, raccolto e primo immagazzinamento e, quindi, è ‘perdita’ alimentare, mentre il 46% dello sperpero avviene ‘a valle’, nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo e, quindi, ed è ‘spreco’. Le perdite alimentari, in generale, si concentrano nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, mentre gli sprechi alimentari sono una caratteristica dei paesi ad alto e medio reddito.

Un interessante capitolo, inoltre, rende noto che più un prodotto ‘va avanti’ lungo la catena produttiva, maggiore è la sua impronta ambientale, poiché i costi ambientali che vengono sostenuti ‘a valle’ – durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo – vanno a sommarsi ai costi ambientali iniziali, quelli già avvenuti ‘a monte’ – durante la produzione e il raccolto. Detto in parole povere: prima un alimento viene consumato rispetto alla catena produttiva, meglio è per tutto il pianeta.

I dati sono impressionanti: mentre il volume dello sperpero di carne è, tutto sommato, relativamente basso, il settore genera un impatto ambientale elevato in termini di occupazione del suolo ed emissioni di carbonio, in particolare nei paesi ad alto reddito che, da soli, sono responsabili dell’67% di tutto lo sperpero di carne – e se a questi aggiungiamo l’America Latina si arriva all’80%.

Lo sperpero di cereali ha notevoli ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sull’uso delle risorse idriche e del suolo del continente asiatico. Ma è la produzione di riso, in modo particolare, a causare elevate emissioni di metano e sperpero alimentare nella regione. Lo sperpero di frutta contribuisce in modo significativo al consumo di acqua in Asia, America Latina ed Europa, mentre quello di verdura in Europa, Asia e Sud-est asiatico.

Si tratta di sperperi inammissibili, se teniamo presente che oltre 800 milioni di persone sul pianeta soffrono la fame. “Oltre all’imperativo ambientale, ve n’è anche uno di natura etica: non possiamo permettere che un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo vada perduto o sprecato a causa di abitudini inappropriate-inopportune, quando vi sono 870 milioni di persone che soffrono la fame”, ha sottolineato José Graziano da Silva, Direttore Generale FAO, durante la presentazione del Rapporto.

 “Tutti noi”, ha continuato, “agricoltori e pescatori, lavoratori del settore alimentare e supermercati, governi locali e nazionali, singoli consumatori – dobbiamo apportare dei cambiamenti ad ogni anello della catena di approvvigionamento alimentare al fine di evitare, in primo luogo, lo sperpero di cibo e dobbiamo riutilizzare o riciclare il cibo, laddove è possibile”.

Per questo, insieme al nuovo studio, la FAO ha pubblicato anche un interessante manuale che spiega come ridurre le perdite e gli sprechi alimentari durante ogni singola fase della catena produttiva. Il manuale, che si intitola “Toolkit: Reducing the Food Wastage Footprint” (“Guida pratica: come ridurre l’impronta ecologica dello sperpero alimentare”, n.d.a.), rende note anche molte esperienze positive che documentano come governi nazionali, enti locali, agricoltori, aziende e singoli consumatori abbiano adottato misure efficaci per fronteggiare il problema.

(Laura Pavesi, via ilcambiamento.it)

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