La Polacca – novella eroticomica, parte 2 di 2

Era una calda sonnolenta serata in famiglia, con la televisione accesa, il solito quiz in programma, la Polacca e la signora distrattamente sedute sul divano e Tano, con quel suo nuovo sguardo sanguigno da condor delle Ande, appollaiato sulla poltroncina accanto, che agognava la sua preda in modo sempre più incontrollabile.

Tanto incontrollabile che la sua mano, quasi meccanicamente, finì per incontrare quella di Halina.

Fu come una scossa elettrica, un lampo che in un attimo si irradiò nei loro corpi e ne risvegliò i sensi: l’istinto dell’uomo, ardente come non mai, si sentì libero da ogni orpello; ma anche la ragazza dovette cedere a quella sua propensione naturale, che forse aveva qualcosa di patologico, e che ora, in un attimo, aveva spazzato via le cautele impostile dalla ragione.

Le mani si strinsero, gli sguardi si incontrarono, i corpi fremettero… E non ci fu  bisogno di parole.

Con una scusa accompagnarono a letto l’ignara madre e poi entrarono nella stanza di lui.

Quando Tanino poté finalmente avere fra le braccia la sensuale colf dai capelli biondi e poi penetrare nelle più segrete stanze del piacere, raggiunse quell’estasi da lui tante volte sognata e mai prima pienamente raggiunta.

Anche la bella donna poté dare libero sfogo alla sua particolare femminilità fino ad allora repressa, assaporando, con sollievo da tanto tempo non provato, la gioia di un rapporto esaltante e sereno nello stesso tempo.

Era evidente che la cosa non sarebbe finita lì, con quella lunga e meravigliosa notte, perché troppo i due, più o meno inconsapevolmente, l’avevano aspettata.

Ora che i freni inibitori erano crollati come argini travolti dall’impeto della corrente che agitava le acque ribollenti e sensuali dell’insaziabile desiderio, la relazione si fece stretta, costante, incontenibile. La studiata astuzia dei due riusciva a malapena a nascondere all’anziana signora Rodrigues la realtà intensa del loro rapporto; infatti, appena i due rimanevano soli non avevano bisogno di parole, perché sapevano entrambi come sarebbe andata finire.

La Polacca appariva ora felice e rilassata: lavorava e canticchiava mentre pensava al prossimo incontro e alle mille possibili varianti dello stesso tema. Libera ormai da tutti i vecchi condizionamenti razionali, morali o sociali che fossero, viveva come una libera forza della natura, luminosa ancella di Afrodite gioiosamente vagante nell’inebriante giardino del piacere.

Anche Tano non poteva più fare a meno di pensare, in tutti i momenti della giornata, alla conturbante polacca, alla quale si sentiva avvinto da una miriade di sottili e forti fili, come una preda indifesa ma felice di essere mangiata dal vorace ragno. Le sue motivazioni, però, erano diverse da quelle di Halina, derivanti – lo abbiamo detto – dal prepotente impulso di una dilagante libido che le circostanze avevano liberato dai crudeli ceppi della repressione personale e sociale. Per Tano si trattava invece di sogni e desideri accatastati in un cantuccio della sua personalità, dove per tanto tempo erano rimasti vagamente speranzosi di un barlume di felicità, ed ora invece pienamente realizzati. Non era, ovviamente, il suo travolgente rapporto, solo un volgare remedium comcupiscentiae; era soprattutto il bisogno di incanalare le molteplici estrinsecazioni della sua effervescente personalità nell’unica “attività” che adesso gli sembrava degna di essere praticata; ed era anche l’ansia di recuperare il tempo della sua giovinezza, perduto, lo ripetiamo, nei rivoli di mille altri impegni, fra i quali l’amore aveva avuto un ruolo del tutto secondario.

Preso nei lacci di un Eros incontrollato ed insaziabile, si era abbandonato nelle braccia di una concupiscenza inizialmente né morbosa né cupa, ma libertina e allegra. Ma l’Eros così intensamente vissuto rischiava di portarlo dritto da Thanatos.

La storia del recupero degli anni perduti, in sostanza – lo diciamo prosaicamente – consisteva in una specie di riscossione in unica soluzione degli arretrati, che alla sua età, non decrepita, ma neanche verde, rischiava di far saltare il banco.

Mai come allora sembrò veritiero il detto “Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere”. Tanino però non fumava né beveva.

                                                                            ***

Rodrigues non si riconosceva più. Usciva poco, ma quel tanto bastava perché gli amici si accorgessero dei cambiamenti che si erano verificati in lui. Essi osservavano il pallore del suo volto e le sue gambe barcollanti, lo sguardo distrattamente perso e la voce fioca: era evaporato anche il suo interesse per le cose che un tempo lo avevano, anche emotivamente, coinvolto, riguardanti soprattutto la realtà politica, sociale, culturale, ricreativa della città.

Tutte cose che ora vagamente ricordava come «baggianate» di un tempo scioccamene sprecato. Per lui ora esisteva una sola realtà, un solo chiodo fisso, un’unica cosa per cui valesse la pena di vivere.

«O morire», si dissero i suoi amici, quando, a spezzoni e mozziconi, vennero a sapere del tipo di “attivita” che univa il Nostro alla conturbante straniera, del ritmo di essa, non certo adeguato ad una situazione in cui di giovanile non bastava avere solo la psicologia.

Si preoccuparono gli amici, e decisero di intervenire per tirar su Tanino dalle sabbie mobili, dolci e fatali ad un tempo, in cui stava per inabissarsi.

E fra di essi il ruolo più attivo lo assunsero i due più intimi, gli intronati zimbelli di un tempo, quelli che, con finta indifferenza, avevano finito per consentire di essere soprannominati “l’Ingegnere” e “il Professore”, i quali si divisero i compiti.

L’Ingegnere, cultore, sia pure a modo suo, di svariate discipline, umanistiche e non, aveva, o pensava di avere, una padronanza assoluta della psicologia applicata. Egli dunque avvicinò Halina e, col dovuto tatto, le spiegò che la sua anomalia, ora che erano state spazzate via tutte le incrostazioni delle vecchie convenzioni sociali, era completamente scomparsa; per cui, in buona sostanza, essendo essa guarita, la sua relazione con un uomo di lei tanto più anziano non era più accettabile da nessun punto di vista. Anzi, all’uomo che tanto aveva amato e che, in fin dei conti, l’aveva tirata fuori dal suo blocco psicologico, era dovuto un ultimo gesto di profondo altruismo: lasciarlo vivere!

Il buono ed esperto amico si mise in contatto, per via informatica, anche con la famiglia della ragazza, e seppe trovare le parole giuste per una riconciliazione. Ed alla fine riuscì, preciso come un sofisticato computer, ad accompagnare la ragazza alla stazione di partenza verso il suo sito natio, verso una nuova vita serena e normale.

E Tano? Egli era rimasto a guardare tutte queste operazioni come inebetito, soffocato tra Eros e Thanatos, sbigottito dal vuoto improvviso che gli avrebbe provocato la separazione che egli aveva intuito imminente, e tuttavia incapace di qualsivoglia iniziativa.

Di lui si occupò il Professore, al quale era stato affidato il compito forse più arduo, perché – si diceva – si era occupato in passato di tante altre storie: convincere Tano a fare un passo indietro e quindi a salvarsi dall’immeritato destino in cui stava alacremente precipitando. Per aprirgli gli occhi e scuoterlo dal suo torpore, al Professore non restò altro che prospettargli, senza tante storie, la drammatica conclusione verso cui stava allegramente trotterellando, utilizzando l’arma retorica a Tano più cara, quel piccolo capolavoro lessicale di cui tante volte egli si era servito nei più agitati confronti di opinione. «Non pensa lei… che così continuando… ecc. ecc. ?».

Tanino si arrese quasi subito e crollò come un sacco vuoto, forse perché non ce la faceva più a vivere nel contrasto fra un corpo non proprio gagliardo ed una psiche ancora fresca e birichina.

Si arrese Tanino, ma non tornò ad essere quello di prima. Recuperò fisicamente, divenne più riflessivo, meno impetuoso e più saggio: un vero maestro di vita, a cui non sarebbero mancati gli allievi. Si vedeva però che qualcosa in lui si era spenta…

Le esigenze familiari tuttavia erano rimaste le stesse di prima, con l’aggiunta che ora Tano faceva assai meno assegnamento sulle proprie forze per mandare avanti la baracca. Era più che prima necessario un aiuto in casa.

Questa volta però tutti, e Tano per primo, vollero evitare ogni possibilità che si ripetesse la precedente situazione, per cui la scelta cadde su un uomo: un giovane sui venticinque anni, alto, bruno di carnagione, un vero saraceno riccioluto, robusto e quindi idoneo anche a lavori pesanti, il quale subito si dimostrò assai utile per gestire gli affari di famiglia.

Un giorno il Professore, che lo stimava molto, venne a trovare Tano e, conoscendo ormai la strada come le sue tasche, percorse il corridoio, da cui poté udire la voce del maggiordomo, che canticchiava, mentre gli spruzzi di acqua riepida gli percorrevano in mille rivoli il bronzeo corpo, ed entrò, ospite inatteso, nella stanza dell’amico.

È difficile descrivere il suo sbigottimento di fronte alla scena che gli si parò davanti: il quadro con la grande foto di Tano con l’onorevole non era al suo posto. Tano stava ritto sul letto, in punta di piedi, mugolando come un gatto, con l’occhio incollato al buco, da cui si percepiva chiaramente il rumore della doccia, e nemmeno si accorse dell’arrivo dell’amico.

Nell’attimo di smarrimento che seguì, il Professore si pose la fatale domanda: – Ma che fa? È passato di là? Ha saltato il fosso? C’è stato un rovesciamento di fronte? Possibile? Proprio lui?

Raccolse le sue forze e con tutta la risolutezza di cui era capace, più confuso che persuaso, ebbe appena la forza di gridare: «No, Rodrigues, non lo faccia. È pericoloso!».

Ma questa è un’altra storia.

Ferdinando Leonzio

La Polacca, fine – leggi la prima parte

Foto narciss/flick

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