La Polacca – novella eroticomica

Iniziamo oggi la pubblicazione di una serie di novelle (sexy ed ironiche) scritte negli ultimi anni da Ferdinando Leonzio, un connazionale che vive da tempo a Bratislava. Professore in pensione e appassionato cultore di storia e di ricerca storica (sua la Storia breve della socialdemocrazia slovacca pubblicata in luglio), Leonzio ha scritto La Polacca per rispondere a una sfida lanciatagli da un amico. Soddisfatto del risultato, questo specifico genere letterario lo ha appassionato, e lui, conterraneo del Pirandello ben noto nel mondo per la sua raccolta “Novelle per un anno”, ha proseguito in seguito con la stesura di altre storie. Se La Polacca è ambientata in Sicilia, le altre trovano invece la loro ambientazione in Slovacchia. Pubblichiamo tuttavia anche la prima perché è propedeutica alle altre. Ogni venerdì potrete leggere parte di una novella, che ci accompagneranno per molte settimane (anche se per il momento non per un intero anno) fino alla fine del ciclo. (P.S.)

La Polacca

L’antica città greca della costa orientale sicula, terra di retori e di poeti, di epiche lotte sociali, di redditizi commerci e di scrittori a tempo perso, non era più quella di una volta.

La “lira”, che in passato aveva arricchito soprattutto i proprietari terrieri, anche piccoli, ormai non “girava” più, anche se stranamente erano stati aperti in città vari nuovi sportelli bancari.

I politici non avevano la tensione ideale e la grinta oratoria di un tempo, ma più modestamente si accontentavano di “dibattere i problemi”.

I giovani vivevano il lavoro come un miraggio: molti avevano abbandonato i luoghi della loro infanzia e i pubblici o privati ritrovi prima pullulanti di vita, per emigrare altrove, forse senza neanche i rimpianti degli emigranti del passato.

L’unica, ma certo la più numerosa, categoria che ci aveva guadagnato in questo quadro sociale più grigio che nero, era quella delle donne.

Esse ci avevano guadagnato in bellezza e in altezza, insomma in prestanza fisica, certamente per il miglioramento qualitativo dell’alimentazione, prima frugale e povera, verificatosi negli ultimi decenni, ma forse anche perché l’aria si era fatta più salubre, dopo il prosciugamento di una vicina mefitica palude; un ruolo importante doveva aver giocato anche il fatto che le donne del luogo, in fatto di trucco e di abbigliamento, si erano perfettamente allineate ai dettami della moda più avanzata, seguendone tutte le più avveniristiche evoluzioni e quindi aumentando il loro già notevole sex appeal. Nulla a che vedere con gli antichi scialli che coprivano gran parte del volto e con le lunghe gonne che arrivavano fino alle caviglie!

Ma dove i loro progressi erano stati più corposi era nel campo del costume e della psicologia. Addio agli atteggiamenti di finta indifferenza, con lo sguardo perso nel vuoto e il passo che si faceva più frettoloso al sibilare di un allusivo complimento, scaturito come per caso da qualche gruppo di sfaccendati che, protetti dall’anonimato, stazionavano stancamente davanti alla porte dei bar…

Ormai le ragazze ti guardavano dritto negli occhi e se volevano qualcosa (o qualcuno) lo dicevano chiaramente e, se potevano, se li prendevano senza tanti complimenti, con sofisticata e sbarazzina audacia, ferma restando la possibilità di cambiarli con qualcosa di meglio o di diverso.

Anche il loro linguaggio si era evoluto, facendosi più libero e spregiudicato, con il ricorso ad espressioni che in passato si ritenevano appannaggio esclusivo dei maschietti, caratterizzate, fra l’altro, da un intercalare quasi ritmico di parole allusive e simpaticamente provocatorie.

I vecchi, di fronte a tale presunta “sfrontatezza”, rimanevano allibiti e la facevano oggetto di infiniti quanto inutili commenti, durante le ore passate sui sonnacchiosi sedili della villa comunale; i giovanotti, invece, spesso indifferenti, avevano in qualche modo accettato il passaggio dal ruolo di cacciatori a quello di prede ed avevano cominciato a rivolgere i loro interessi prevalentemente alla pizza ed alla motocicletta, quando riuscivano ad evitare le insidie della droga.

Ormai dunque in città le donne, le giovani e le meno giovani, erano tutte carine o addirittura belle, ma erano anche istruite, disinibite, moderne e dominatrici.

Erano dominatrici le donne, ed inconsapevolmente dominavano i giorni e le notti di Tano Rodrigues, dai piú intimi chiamato affettuosamente Tanino.

Come indicava il suo cognome, Rodrigues contava ascendenze fra gli antichi signori spagnoli dell’isola, ma era perfettamente integrato nella realtà siciliana, anche se spesso, come tanti del resto nel suo paese, tendeva a mitizzare la “civiltà del Nord”. La sua era una famiglia, piuttosto benestante, di piccoli proprietari, nella quale egli si distingueva per il suo persistente celibato e per la sostanziale leadership che vi esercitava.

Fin da piccolo Tanino aveva mostrato di possedere una notevole vivacità intellettuale, interessandosi di tutto ciò che lo circondava e manifestando una curiosità via via crescente per le più disparate discipline, con una particolare propensione per la letteratura erotica. In quest´ultimo campo si era fatta una cultura notevole, che spaziava dal Kama Sutra all’Ars amatoria di Ovidio, dal Decamerone di Giovanni Boccaccio ai Sonetti lussuriosi e dubbi amorosi di Pietro Aretino e proseguiva con gli scritti di Casanova e De Sade, per spingersi fino alle opere moderne di maggior successo, come Il delta di Venere di Anaïs Nin e la Lolita di Vladimir Nabokov e alle notissime Histoire d´O di Pauline Réage ed Emmanuelle di Emmanuelle Arsan. Era ormai considerato un maestro in questo campo, specie fra gli anziani, che erano soliti dire che avevano dimenticato come si fa, ed ai quali egli cercava di rinfrescare la memoria, rielaborando le sue letture alla luce di una fantasia un po’ perversa, corredata di un vocabolario allusivo e sognante che affascinava il suo pubblico di arrapati vegliardi.

Aveva inoltre manifestato una strana tendenza per la polemica e per la contestazione, da lui considerate come forme di esercizio ginnico per la mente. Degno erede della tradizione sofistica assai radicata in città, era diventato capace di elaborare, in pochi minuti, tesi contrastanti con quelle esposte dagli ignari interlocutori che incappavano nella sua ben congegnata ragnatela di paradossale logica e di furbesca razionalità. E quando la discussione non nasceva spontaneamente era lui a suscitarla artificialmente, dopo aver scelto rapidamente la “vittima” da scarnificare. Esordiva in quel caso con una sua tipica espressione: «Non pensa lei che…?»: se il malcapitato rispondeva che no, non la pensava in quel modo, in tempi velocissimi gli arrivava in faccia una sventagliata di osservazioni, di appunti, di rilievi psicologicamente più micidiali delle pallottole di un mitra, tanto da lasciarlo tramortito per tutta la giornata; se invece la risposta consisteva in un accomodante «sì, penso proprio di sì», allora doveva vedersela con una singolare quanto fantasiosa applicazione del sillogismo aristotelico, che, partendo dalla tesi inizialmente proposta («Non pensa lei che…?»), approdava ad una conclusione imprevedibile e paradossale, predisposta da Tanino con un’altra suggeritrice domanda retorica: «E quindi?…». Chi cascava in questo ingegnoso trabocchetto pseudologico faceva la fine della mosca nella ragnatela, la quale più si divincola e più ne viene avviluppata. I suoi amici dicevano scherzosamente che era d’accordo col farmacista, in quanto gli procurava molti clienti afflitti dall’emicrania che egli con generosità dispensava…

Ma non era questo il suo solo passatempo. Rodrigues, ormai nella piena maturità, nella sua vita era stato molto attivo: aveva studiato, a scuola e in privato, costruendosi una cultura superiore alla media, aveva lavorato ed era entrato in politica, ricoprendo molti incarichi nelle istituzioni cittadine, aveva anche avuto qualche relazione sentimentale di scarsa importanza. Ma non si era sposato. Questa scelta aveva avuto delle ripercussioni nella formazione della sua personalità: aveva sviluppato il suo attaccamento alla famiglia d’origine in cui egli intendeva compresa tutta la sua numerosa parentela collaterale; aveva accentuato il suo impegno nel sociale inteso nel senso più vasto possibile, tanto che si era fatto promotore di numerose società aventi le più disparate finalità: dai corsi di cucito a quelli di culinaria, dalla musica classica e operistica alla diffusione del “tandem” ciclistico e della navigazione a vela, dai corsi di educazione politica all’imprenditoria televisiva, ecc.; aveva infine coltivato una larga rete di amicizie, fra cui spiccava quella con due strani tipi, soprannominati rispettivamente “il Professore” e “l’Ingegnere”, vittime preferite del “tritacarne Rodrigues”, ma anche affettuosamente ammessi alle sue più intime confidenze ed ai suoi più inconfessabili pensieri; un insegnante in pensione il primo, con il pallino della storia, un bravo meccanico l’altro che, grazie al suo forbito interloquire, si era guadagnato sul campo il prestigioso soprannome;  ma la sua cerchia era costituita soprattutto da donne, per lo più attempate gallinelle, con le quali egli entrava in contatto (telefonico) quasi ogni giorno (sì, era anche appassionato utente del telefono cellulare), tanto numerose da poter costituire, almeno così sostenevano i suoi amici, un vero e proprio harem.

Le coltivava, le seguiva, le consigliava, le utilizzava nelle sue frenetiche iniziative; e loro morbidamente lasciavano fare, con una sorridente e ammiccante lascivia che penetrava nell’animo di Tano, eccitandone con sensuale perfidia le più segrete fantasie, sicché nel suo scalpitante immaginario finivano per fondersi brillantemente umorismo e avventura, con un tocco di erotismo, mitigato da una vaga ironia.

Egli aveva così superato dolcemente i cinquant’anni, conservando intatta la sua giovinezza psicologica, tutta basata su un erotismo in parte represso ed in parte speso nei mille rivoli di un’esistenza spumeggiante e fantasiosa, cosa che a volte ingenerava nei più intimi l’aspettativa di un avvenimento quasi preannunciato da mille piccoli segnali, simili a quelli che indicano l’approssimarsi di un’eruzione vulcanica.

Una volta, ad esempio, in seguito ad una sua prolungata assenza dalla solita cerchia, si sparse la voce di una sua fuga d’amore, la cosiddetta fujtina. Ancora oggi non ci è dato sapere se quella notizia, sostanzialmente in linea con la sua personalità,  fosse vera o solo immaginata. Rimane il fatto che un suo intimo, interpellato dagli amici sulla condizione di Tanino in quel periodo, si espresse in modo sibillino con un: «Vola, vola…», che in dialetto siciliano poteva significare havi u cori ‘nto zuccuru (letteralmente: ha il cuore nello zucchero, cioè: è  felice)

Ma – si sa – il tempo passa per tutti e da ultimo Tanino era rimasto solo con la vecchia madre, non più in grado, secondo una simpatica espressione locale, di “dargli verso”; anzi era la signora ad avere bisogno di particolari cure ed attenzioni, cosa a cui il figlio certo non si sottraeva, anche se era ben consapevole che da solo ben difficilmente ce l’avrebbe potuto fare. Ci voleva un aiuto.

E sarà proprio la ricerca di una persona idonea a prendersi cura della madre, ed anche di se stesso, a fare scattare in Tano la scintilla che – è il caso di dirlo – darà fuoco alle polveri, provocando una svolta significativa nella sua vita, sempre così in bilico tra una realtà intensa e frenetica e un sogno inebriante benchè nebuloso.

Nell’ultimo decennio erano approdate in città, provenienti per lo più dai Paesi dell’Est europeo – Albania, Polonia, Romania, Slovacchia, Ucraina, ecc. – numerose lavoratrici, o aspiranti tali, in cerca di un’occupazione che garantisse loro, ed ai loro cari che erano rimasti nel Paese d‘origine, una vita migliore ed un futuro più rassicurante. Esse erano intese, nel linguaggio comune della popolazione indigena, come “le polacche”, forse perché quelle provenienti dalla Polonia erano le più numerose, o forse perché le lavoratrici di quella nazionalità erano state le prime ad arrivare in città. Come che sia, le straniere si erano adattate prestissimo ai costumi locali ed avevano conquistato la fiducia e l’apprezzamento dei residenti, sia per la dimostrata voglia di lavorare, sia per la loro onestà in tutti i campi, sia per la loro modestia e bontà.

Era dunque fra esse, molto brave nel lavoro di assistenza ad inabili ed anziani, – pensò Rodrigues – che bisognava cercare per risolvere il suo problema.

Attraverso un suo amico che da tempo faceva ricorso ai loro servigi, poté contattare alcune di esse.

Diciamo alcune, e non solo una, per poter operare un’adeguata selezione, in quanto la prescelta doveva riscuotere l’approvazione di sua madre, poiché l’anziana signora, persona all’antica, cresciuta nel culto dei valori più solidi di serietà e moralità, sicilianamente interpretrati, difficilmente si sarebbe ficcata in casa la prima venuta, poiché con in giro un figlio schettu (schietto, puro, cioè celibe), di cui ella forse intuiva le inquietudini e i pruriti, la situazione poteva indurre in tentazione, o comunque “far parlare la gente”.

Tuttavia è risaputo che in questo tipo di scelte di solito è la simpatia a farla da padrona. Alla fine Tano, ma meglio sarebbe dire la sua mamma, optò per Halina Piluski, una polacca di trentadue anni, venuta in Italia da qualche mese e provvisoriamente ospitata da una sua connazionale. La finezza – la ragazza si era diplomata in un liceo linguistico – la serietà, la competenza, la solerzia, l’affidabilità che ben prestò dimostrò, confermarono la famiglia Rodrigues nella sua scelta.

Tuttavia un’ombra di malinconia, quasi di tristezza, sembrava balenare ogni tanto nello sguardo della Polacca, in cui si intravvedeva un’antica sofferenza ed una lotta interiore.

Chi era dunque Halina, e perché era venuta in Italia? Per lavorare, si dirà, come tutte le altre. È vero, ma c’era anche un altro motivo, forse da lei non confessato neppure a se stessa.

Nata in una famiglia della piccola borghesia un po’ retrograda e baciapile, fin dall’adolescenza si era sentita attanagliata fra una forza interiore che inesorabilmente la spingeva verso l’altro sesso e la rigida educazione puritana ricevuta. Sicché, quando alcuni anni prima, dopo aver ceduto al suo fidanzato, si era lasciata avviluppare nelle spire di un altro rapporto piuttosto “intenso”, era andata incontro alla riprovazione non solo dell’altra sua personalità, quella cioè inibita e repressiva, ma era stata colpita anche dalla condanna inappellabile della sua famiglia e dell’ambiente sociale in cui era vissuta.

La sua, dunque, era stata quasi una fuga disperata dall’ostracismo bigotto che la circondava ed anche un estremo tentativo di conciliare la sua libido “esuberante” con l’inibizione arcigna di  un’ipocrita educazione sessuofobica.

Alla fine Halina era riuscita, sia pure con grandi sforzi di volontà, a dominare i suoi impulsi erotici, soprattutto dedicandosi al lavoro, cosa in cui riusciva benissimo. Ma dominare purtroppo non significa cancellare.

Ed infatti il fuoco covava sotto la cenere, pronto ad esplodere alla prima occasione. E il fuoco si chiamava Tano, u schettu ranni, (il maturo celibe) preda, anche se per altri motivi, della libido che ormai agitava di continuo le sue notti solitarie.

I due, Halina e Tano, diciamolo subito, erano due persone “per bene”, esemplari sotto ogni punto di vista, in particolare sotto il profilo comportamentale, tutto fatto di rispettosi formalismi all’inglese. Ad esempio Tano, anche nelle ore più torride, non si faceva mai vedere da Halina in canottiera e lei, che indossava sempre abiti di estrema sobrietà, non si faceva mai vedere in atteggiamenti men che casti.

Tuttavia qualcosa di vagamente morboso sembrava aleggiare attorno a tutti quei comportamenti vagamente ottocenteschi e quasi ostentati, a quei servizi da caffè di porcellana, a quella mobilia di antica fattura, alla penombra creata da quelle persiane abbassate. Un giorno Tanino vide quello che non doveva vedere. Era un pomeriggio afoso, di quelli che fanno sudare anche stando fermi e l’anziana signora, molto stanca, era andata a schiacciare un pisolino;  anche il figlio, dopo aver distrattamente seguito un telegiornale locale, si accingeva a ritirarsi nella sua stanza, dove già pregustava il piacere di ascoltare, disteso nel suo solitario lettino e rinfrescato da un piccolo ventilatore, un po’ di musica da camera. Per arrivarci egli doveva percorrere un corridoio in cui si trovava uno dei tre bagni della grande casa, situato proprio accanto alla sua stanza, da cui era separato da una sottile parete munita, non si sa da quando e perché, di un piccolo foro. Il foro era occultato da un quadro, ad esso sovrapposto, in cui era incorniciata una foto del tempo dell’attività politica, di quando Tano era portavoce di un noto parlamentare.

Come suol dirsi, “è l’occasione che fa l’uomo ladro”; ed in effetti, in questo caso, sollecitato da un rumore come di doccia in funzione, il pensiero che gli affiorava nel cervello era quello di carpire un’immagine che non gli apparteneva.

Se fu il caso, o il diavolo, o l’istinto primordiale, o altro, non lo sappiamo; sappiamo solo che il gentiluomo di mezza età, il cittadino esemplare, il politico navigato e quant’altro Rodrigues era stato fino ad allora, rapidamente si dileguarono, lasciando il posto ad un impulso incontrollabile e lascivo. Tutto avvenne in pochissimi secondi: salì sul letto, spostò il quadro, appoggiò l’occhio sul piccolo foro della parete e rimase estasiato ed inebetito ad un tempo.

Lo spettacolo che gli si parò davanti, il corpo senza veli dell’ignara Halina fu per lui una rivelazione: sotto quel vestiario anonimo e quasi monacale si nascondeva una donna bellissima e conturbante come una statua scolpita dal sommo Fidia.

Da quel momento Tano non fu più lui. Quando incontrava Halina, anche nelle occasioni più innocenti, un turbamento improvviso lo assaliva, il sangue cominciava a pulsargli nelle tempie e il cuore accelerava i suoi battiti. L’uomo che sempre era stato dentro, con i suoi inconfessati appetiti, ora veniva fuori con prepotenza, gridando quello che ad ogni costo voleva…

Quello che voleva era chiaro: Tano aspettava, con impazienza, solo l’occasione giusta per prenderlo. Si puo’ dire che ormai non pensava che a quello.

[…]

Ferdinando Leonzio

La Polacca, fine prima parte. Leggi il seguito.

Foto: narciss/flickr

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