Carlo Petrini, l’innovatore slow con le radici nella terra

Il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, una celebrità nel suo campo non solo in Italia, è stato premiato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente quale “Champion of the Earth” 2013 per la sua leadership nel difendere la sostenibilità agroalimentare con la promozione presso i consumatori delle piccole produzioni alimentari locali di qualità.

Carlo Petrini ha avviato il movimento Slow Food 27 anni fa con l’obiettivo di salvaguardare la biodiversità e tutelare o riportare in auge micro-tradizioni artigianali a rischio di estinzione. La difesa della biodiversità agroalimentare è uno dei principali obiettivi di Slow Food; per questo sono nati i progetti dell’Arca del Gusto, un catalogo che descrive circa 1.220 prodotti a rischio di estinzione in oltre 75 paesi, e dei Presìdi, oggi oltre 400. Entrambi hanno la finalità di proteggere, salvaguardare e valorizzare la produzione tradizionale sostenibile e di piccola scala. A questi si aggiunge la rete di Terra Madre presente in 150 paesi con oltre 2000 comunità del cibo. Da ricordare anche il progetto dei Mille Orti in Africa, attivo in 25 paesi africani, a sostegno del diritto delle comunità locali alla sicurezza e alla sovranità alimentare. Nel 2004 è stato inserito dal Time Magazine tra gli “eroi dei nostro tempo” nella categoria Innovator, uno di quelli che salverà il nostro pianeta. Allora gli dedicò questo articolo.

Proponiamo qui invece una interessante intervista rilasciata da Petrini nel gennaio scorso alla redazione italiana di Marie Claire intitolata “100 domande per Carlin Petrini”, che ha risvolti di sicuro interesse non solo per l’attività pubblica di Petrini, ma anche per l’uomo, una personalità forte e spigolosa, di quelli che sanno quel che vogliono e fanno di tutto per ottenerlo. Riprendiamo qui solo alcune delle domande e risposte:

Perché ogni anno 5 miliardi di tonnellate di cibo finiscono tra i rifiuti?

«Perché c’è un sistema alimentare criminale, che iperproduce per abbassare i prezzi, non importa poi se la roba si butta. E noi continuiamo a pagare: in salute per le emissioni di CO² e il cibo scadente, e in tasse per l’eccesso di rifiuti».

Lei come se la cava in cucina?

«Male. In genere ci pensa mia sorella. Quando sono solo mi limito a una pasta o a un uovo sbattuto. E mi dispiace. Il mio amico Enzo Bianchi (il fondatore della comunità di Bose-ndr) dice che cucinare è una forma di preghiera, e ha ragione».

Quando la cucina è poesia?

«Quando anche nella sua forma più alta esprime semplicità».

Quando invece diventa retorica?

«Quando dimentica che la sua prima vocazione è la sussistenza».

Lei sostiene che l’Africa è il paradigma del futuro del pianeta. Di che futuro si tratta?

«Quello di un mondo che ha di fronte una sfida. 24 milioni di persone che muoiono di fame, quando noi buttiamo migliaia di tonnellate di cibo, sono un presente e un futuro inaccettabili».

Vista da tavola l’Europa è una fortuna o una sventura?

«Come istituzione l’Europa vuol dire molta burocrazia e troppe lobby, però anche straordinarie intuizioni, come la denominazione di origine protetta, un esempio per il resto del mondo».

La cosa che in assoluto la fa ridere di più?

«Boh, non so, scriva quando mi chiamano guru».

Lei si sente più un filosofo, un gaudente o un contadino che ha scelto l’impegno?

«Filosofo è dire tanto. Mah, un cinin di tutti e tre».

Come si farà a non diventare un popolo di ciccioni?

«È un guaio: oggi l’obesità non è più frutto dell’abbondanza, ma delle merde che ti mettono nel cibo. Ci si salverà con una nuova cultura alimentare».

Lei ha incontrato molti grandi della terra: chi l’ha emozionata di più?

«Un capo degli indios Yanomami, quelli che vivono nella foresta amazzonica».

Questo bene o male il tono dell’intervista. Leggila tutta a questo link.

(Red, Fonti slowfood.it, Marie Claire)

Foto: fonte Uff.Stampa Slow Food

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