Cosa attende l’UE, quattro punti di vista per un futuro obbligato

In una serie di quattro articoli dal titolo programmatico “Cosa attende l’UE”, Presseurop.com ha pubblicato nei giorni scorsi quattro pezzi di giornali internazionali che affrontano alcuni aspetti del futuro dell’Unione. Nel primo, “La successione a Barroso è già cominciata”, il romeno Adevărul scrive che con le elezioni europee del 2014 la carica di Presidente della Commissione potrebbe assumere un’importanza molto maggiore dell’attuale. A Bruxelles, socialisti e popolari si preparano per la prima volta a una campagna elettorale con candidati e programmi, in una battaglia che sarà senz’altro influenzata dai grandi cambiamenti provocati dalla crisi economica, e dall’attuale forte diffidenza della gente nei confronti della classe politica. Il risultato prevedibile sarà l’arrivo di qualche piccolo partito euroscettico o addirittura antieuropeo, probabilmente con l’obiettivo comune di creare una minoranza di blocco nel Parlamento europeo, scrive il giornale. Tutto, però, è sospeso nell’attesa ansiosa delle elezioni tedesche (anche se a vincere sarà comunque la Merkel), che avranno influenza sui rapporti di forza nella politica europea.

Nel secondo articolo, “Le riforme non bastano”, Tony Barber scrive per il Financial Times che Irlanda, Italia e Ungheria hanno in cantiere profondi cambiamenti istituzionali per reagire alla crisi. Pur con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita politica nei rispettivi paesi, se nei primi due casi i risultati saranno “soltanto” sacrsi e comunque insufficienti a cambiare davvero qualcosa, nel terzo potrebbero essere molto negativi.

Dublino vorrebbe abolire il senato, con un referendum da tenersi probabilmente entro la fine dell’anno, che non ci si sarebbe da stupirsi se ottenesse il via libera dei cittadini irlandesi, considerato il tracollo finanziario che il paese ha subito e che i politici non hanno impedito. Mentre in Italia la strana coalizione al governo si ripromette di riscrivere la legge elettorale, cancellare le 86 province, uno dei capitoli meno utili della mastodontica macchina pubblica del Belpaese (che conta ben ottomila amministrazioni comunali, scrive FT), e ridimensionare il Parlamento (il più numeroso del vecchio continente) che gode di un sistema bicamerale unico in Europa che garantisce a senato e camera gli stessi poteri. La scadenza fissata per adottare questi cambiamenti è il 2014, ma se il governo dovesse cadere le riforme potrebbero dissolversi nel fumo. Ma Budapest, scrive Barber, è l’esempio più spropositato di una riforma costituzionale mal concepita. L’Ungheria, che nel 1989-90 ha fatto fuori una volta per tutte il comunismo, a differenza dei paesi vicini ha faticato per vent’anni per sostituire la costituzione comunista, e la pesante revisione del 2011 non è stata ispirata dal desiderio di migliorare la democrazia ungherese o la qualità delle leggi che regolamentano la politica economica, ma dal tentativo di Fidesz di tricerarsi nella sua supremazia politica, per esempio con la riforma elettorale già approvata che taglierà da 386 a 199 i seggi nel prossimo Parlamento da eleggersi nel 2014, rendendo ben più difficile per i partiti più piccoli di ottenere spazi sulla scena politica nazionale.

In “Una terza via per l’Europa”, Sergio Fabbrini sul Il Sole 24 Ore illustra come, in un momento in cui c’è una diffusa consapevolezza che l’UE abbia perso il suo futuro – tra i tecnicismi e gli esoterismi messi in campo nel tentativo di porre un freno alla crisi finanziaria – il metodo intergovernativo in uso finora non sia in grado di superare i dissidi tra gli stati. Le divisioni tra i cittadini europei (tra quelli del Nord e del Sud e, all’interno di ogni Stato membro, tra chi subisce gli effetti della crisi e chi invece si avvantaggia di quest’ultima), sono diventate palesi e sembrano enormi, scrive Fabbrini. Eppure le stesse leadership politiche continuano a perseguire i loro obiettivi di breve periodo. Mentre la disoccupazione cresce, la diseguaglianza aumenta e l’Europa conta sempre di meno nel mondo, il futuro dell’Unione sembra appeso ai risultati di quella o di quell’altra scadenza elettorale nazionale. L’Unione intergovernativa che il Trattato di Lisbona ha istituzionalizzato nel campo della politica economica e monetaria, basata su un coordinamento volontario dei diversi governi nazionali, è destinata ad accentuare l’influenza di alcuni governi (degli stati grandi ed economicamente forti) e a ridimensionare quella di altri governi (degli stati piccoli ed economicamente deboli). La complessa struttura tecnocratica per la gestione dell’Eurozona ha reso la gestione e la prevenzione delle crisi sempre più lontane dagli interessi e dalle richieste dei cittadini. Ma, scrive il Sole, non esiste una vera alternativa. Una struttura di Europa federale, organizzata intorno alla centralità del Parlamento con la Commissione europea che deve diventare espressione della maggioranza partitica di quest’ultimo, può, con i suoi 28 stati membri (dalle più diverse caratterisstiche demografiche, culturali, linguistiche, economiche e politiche) trasformarsi in uno Stato parlamentare di tipo nazionale? Serve necessariamente un compromesso che ristabilisca l’equilibrio.

Infine, in “Impariamo dalla Svizzera” il think tank americano Foregin Affairs crede che l’integrazione UE dovrebbe prendere a modello il lento e graduale sviluppo della Confederazione elvetica, che ha garantito equilibrio tra i poteri e consenso da parte dei cittadini. La storia, scrivono i due autori Nicolas Berggruen e Nathan Gardels, ci offre pochi esempi rilevanti di federazioni politiche di successo. A fine Settecento, quando furono una federazione, gli Stati Uniti erano un pugno di stati nati da poco e scarsamente popolati, con cultura e lingua comuni, dunque non possono fornire insegnamenti di rilievo per l’Europa di oggi. L’esperienza della Svizzera, invece, ne offre molti di più, uno dei quali è la gestazione lenta. “Una federazione richiede tempo”, dice l’ex diplomatico svizzero Jakob Kellenberger. “Sono occorsi secoli prima che le persone che vivono nei cantoni svizzeri si conoscessero a vicenda, e poi c’è voluto un lungo periodo di confederazione prima di arrivare alla federazione piena nel 1848”. Secondo Kellenberger la federazione svizzera funziona perché il centro ha saputo rispettare pienamente l’autonomia dei cantoni (mai particolarmente ansiosi di cedere integralmente la loro autorità) ed è stato sempre attento a non abusare dei propri poteri. Tutti i poteri non specificatamente delegati al governo federale dalla Costituzione svizzera, oltretutto, sono rimasti di pertinenza dei cantoni. Gli autori propongono dunque un bicameralismo per l’Europa, dove il Consiglio europeo ne diventerebbe la camera alta, a rappresentanza proporzionale alle popolazioni nazionali, con compiti deliberativi di più lungo termine e di ampia portata.

L’unico modo di rispondere all’attuale sfida all’Europa, a fronte delle molteplici incertezze per i leader europei e le rispettive opinioni pubbliche, conclude l’articolo di Foreign Affairs, significherebbe impegnarsi finalmente in questa trasformazione, invece di rimanere paralizzati dall’indecisione.

(La Redazione)

Foto TPCOM/flickr

 

it → en
campaign
sostantivo: campaign, countryside, country, land, estate

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

  

  

  

 SKG Auto & Tir Services s.r.o.

Vai al sito

novembre: 2017
L M M G V S D
« Ott    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  

ARCHIVIO

Dal diario di una piccola comunista

pubblicità google