Morto Tibor Huszar, il grande fotografo amico degli zingari

È scomparso questa notte a 61 anni Tibor Huszar, uno dei più noti fotografi slovacchi. Era nato nel 1952 a Reca, un villaggio vicino a Senec, a una manciata di chilometri dalla capitale Bratislava e viveva da tempo in una tenuta ad Harmonia, sulle colline sopra Modra circondato dai vigneti. Fotografo documentarista, ha viaggiato molto e realizzato progetti che sono spesso sfociati in libri. Libri ricchi, corposi e meditati, che lui preparava con amore, con maniacale attenzione al dettaglio, con immagini che “sono più vere della realtà”, come scriveva del suo lavoro il vecchio amico e scrittore Ľuboš Jurík.

Immagini rigorosamente in bianco e nero. Lui evitava il colore, non lo “sentiva” suo, rimaneva ancorato alla tradizione, bianco e nero e macchina reflex analogica, con la vecchia buona pellicola. La macchinetta digitale (a colori, quella) la teneva per le istantanee o qualche immagine di famiglia, e la usava un po’ come un bloc notes per gli appunti. Lo si vedeva spesso in giro con la sua amata Leica 35 mm al collo. Obiettivo fisso, sguardo da rapina e prontezza di riflessi, questo il suo armamentario per ogni situazione. Situazioni che a volte lo hanno messo in imbarazzo. Diceva che più di una volta aveva rischiato il linciaggio in qualche insediamento rom. Ma la sua figura massiccia e la risposta pronta (e, da giovane, la gamba lesta) lo avevano sempre salvato d’impaccio.

Cigani-Gypsies, © Tibor Huszar

Dopo il ginnasio a Pezinok, aveva frequentato la cattedra di fotografia artistica alla Facoltà di Cinema e Arti dello spettacolo di Praga (FAMU). Negli ultimi dieci anni si era speso molto nell’insegnamento, presso l’Università di San Cirillo e Metodio a Trnava e all’Accademia di Arti dello spettacolo a Banska Bystrica. Completati gli studi di dottorato all’Accademia di Belle Arti di Bratislava (VSVU), dal 2006 si era qualificato professore, lavorando alla Facoltà di Mass media dell’Università di Giurisprudenza di Bratislava e poi di nuovo a Trnava. Con gli studenti, che lo adoravano, ha avuto sempre un rapporto molto intenso.

Fin da ragazzo, a Reca, Tibor aveva avuto contatti con coetanei di etnia rom, e aveva con loro un rapporto aperto e senza pregiudizi, una frequentazione che gli ha dato la possibilità di entrare nelle loro famiglie e muoversi nel loro mondo quasi inosservato, come un occhio segreto, attento alla verità delle immagini e delle situazioni, senza alcun romanticismo, ricorda sempre Jurík. È così che fin da quando ha preso in mano la macchina fotografica, fin dagli anni ’70, ha iniziato un ciclo sui rom, la loro vita, le loro abitudini, il lavoro, il gioco, le tradizioni. Un lavoro documentario immenso che ha prodotto nel tempo tre libri, due dei quali esauriti da tempo, un ciclo che lo ha reso celebre in patria e all’estero. La foto simbolo di questo lavoro di anni e anni è un’immagine presa durante una veglia funebre (vedi qui sotto, cliccare per zoomare). Una stanza affollata di uomini (le donne sono in un’altra stanza) con il tavolo ingombro di decine di bottiglie e bicchieri, quel che resta di tre giorni del rito tzigano per eccellenza.

Cigani © Tibor Huszar – dal sito Sme.sk – cliccare per zoomare

Nel corso degli anni ha poi avuto diverse esperienze in paesi e continenti diversi, dalle favelas del Brasile alla prima Guerra del Golfo, dai cambi politici degli anni ’90 nella Russia di Eltsin ai villaggi ungheresi, dalla Cina al Giappone, da New York agli indios del Messico, alle tribù del Sud Africa, e poi Parigi. Al ritorno della democrazia in Cecoslovacchia aveva seguito nel 1990 i viaggi dell’allora presidente Vaclav Havel, e poi negli anni successivi le campagne elettorali in Slovacchia di Vladimir Meciar. Era bravo, e dalle sue esperienze aveva tratto numerosi libri, tomi pieni di sentimento e uno sguardo indagatore, curioso. Una caratteristica che non l’ha mai abbandonato, la curiosità.

Oltre che ai viaggi, suoi libri sono dedicati a figure della cultura internazionale, a personalità pubbliche della Cecoslovacchia degli anni ’90, alla spiritualità e alle chiese in legno dell’est slovacco. E poi al teatro, altro grande amore di Tibor, che ha edito un libro monumentale sul tema della rappresentazione. Ma il libro che forse amava di più era “Réte Reca”, intitolato con il doppio nome del suo villaggio natale (in ungherese e slovacco), un luogo dove ha sempre mantenuto forti contatti di profonda amicizia e affetto, e dove ha “mappato” alcuni anni fa i personaggi locali con asciuttezza e affetto, in gran parte sullo sfondo neutro di un telo bianco. Lavorava come fotografo freelance, non potendo essere altro per carattere. Sul suo profilo Facebook, alla riga “occupazione”, si legge “Slobodný umelec”, artista libero.

Manhattan, New York © Tibor Huszar

Sue opere sono in raccolte pubbliche e private slovacche e internazionali, e aveva ricevuto diversi premi. Tra questi, il riconoscimento per i libri più belli dell’anno, nel 1999 per “Koloman Sokol”, e nel 2001 per “New York – City of Tolerance”. Per quest’ultimo, nello stesso anno, ricevette anche un premio del Ministero della Cultura. Nel 2007 il premio “Sigillo d’oro” gli venne del momdo poligrafico per il libro “Sulle ali dell’eternità”. Sempre nel 2007 il riconoscimento Fotografo dell’anno per le pubblicazioni “Retrospektiva”, “Sulle ali dell’eternità” e “Anelli di eternità”. Nel 2011 a Praga ricevette il premio culturale europeo Trebbia per la promozione delle arti. Ne fu molto orgoglioso. Nel 2012 è stato candidato al prestigioso premio slovacco Kristalove kridlo (Ala di cristallo), l’ultima occasione, persa, per dargli questo riconoscimento da vivo.

New York © Tibor Huszar

Il suo sito web ancora non riporta la notizia della scomparsa. Ma quella musica splendida e struggente che fa da colonna sonora (la casa-studio di Tibor ad Harmonia era stipata di centinaia di dischi jazz che ascoltava perennemente), quella melodia lenta e malinconica si adatta in maniera inappuntabile al dolore di amici e parenti, o di chi ha apprezzato la sua arte. Un’atmosfera, quella musica, quasi rivelatrice di un’anima riservata e forse un po’ infelice, nascosta dietro a una fisicità pubblica chiassosa e dirompente, e a un modo di proporsi appassionato e a volte un po’ sfacciato. Era malato, da tempo. Ma con esiti altalenanti: a volte sembrava in peggioramento, ma poi sentivi che si era trasferito a Parigi, città che adorava e dove continuava a lavorare, e poi ti capitava di vedere un documentario in tv su di lui  (vedi più sotto), dove mostrava la sua verve come sempre… Aveva avuto un ricovero improvviso, proprio in Francia, e rimase in coma per qualche tempo. Subì un’operazione importante, e si stava lentamente riprendendo. Aveva un cuore grande, una generosità naturale, condita da una buona dose di ingenuità. Ed era caparbio. Era anche un po’ narciso, un po’ innamorato di sé e della sua arte, ma ne aveva tutte le ragioni.

Cigani-Gypsies, © Tibor Huszar

Lo conobbi anni fa, quando ebbi modo di organizzare con mia moglie una sua mostra a Bologna. La scelta cadde sul tema rom, al quale era dedicata una rassegna di tre giorni di cultura dalla Slovacchia, pescando dalla sua sterminata produzione. La sua mostra “Gypsies-Cigáni”, 60 fotografie tratte da trent’anni di lavoro, fu accolta con estremo calore da quasi un migliaio di visitatori che in tre settimane riempirono pagine e pagine del registro di mostra, che fu una delle sue ultime. Di quella esperienza Tibor ricordava lo stupore compiaciuto nell’entrare in quello spazio espositivo di stampo rinascimentale, dove domina un grande Ercole bronzeo pacioso e allo stesso tempo minaccioso (Sala Ercole a Palazzo d’Accursio, il palazzo comunale di Bologna). Ancora anni dopo, incontrandolo al battesimo di un suo libro – la versione riveduta, aggiornata e arricchita di Gypsies-Cigáni, ci vide con grande piacere e ci ringraziò ancora. All’ospite (l’allora direttrice del Teatro Nazionale Silvia Hroncova) e ad altri presenti disse con fervore: “ho fatto tante mostre in giro per il mondo, anche a Parigi. Ma una sala come quella, non l’avevo ancora vista”.

Rimase un suo cruccio non essere riuscito a fare il ritratto di Umberto Eco. A Bologna mi aveva chiesto di aiutarlo a contattarlo, pensando che non sarebbe stato difficile fissare un incontro. Ma fu inutile, perché eravamo in giugno, a lezioni sospese, Eco era fuori Bologna e non sarebbe rientrato tanto presto. Fu comunque cortese da rispondere alla mia email scusandosi.

New York Stock Exchange, New York © Tibor Huszar

Ancora sto ascoltando la musica dal sito web, in loop continuo e ossessivo. All’improvviso, una grande commozione mi assale, inaspettata, e gli occhi mi si inumidiscono, ora che sto per finire il pezzo… Sfoglio con delicatezza qualcuno dei suoi libri, sfuggiti anni fa misteriosamente a una razzia, che rimarranno qui a sua memoria. Amava la vita, a dismisura, direi, e non voleva lasciarsene sfuggire nemmeno un pezzo. Lo vidi fare mangiate pantagrueliche, dove si concedeva tutto, e tutto insieme. Salvo poi fare diete estreme per settimane, a base di tè e poco altro. Per disintossicarsi, diceva, con il sigaro perennemente in bocca. Fino all’ultimo non ha rinunciato ad essere se stesso, a vedere amici, a passare del tempo in buona compagnia. Domenica, mi dice un amico, non stava molto bene, e ha chiesto di essere accompagnato nel suo studio, un basso edificio a poche decine di metri dall’abitazione, arrampicato su per la collina. Qui è rimasto, solo, tutto il giorno. Poi alla sera si è fatto riportare in casa. Chissà, forse un presentimento…

Scorro le decine di messaggi sul suo profilo Facebook, dove i tanti amici, ex studenti, conoscenti fanno l’ultimo saluto all’uomo, e non solo all’artista. Jana scrive “Ti sarò grata per sempre, Tibor. Grazie”. Monika: “…la parte fisica di te se ne è andata, ma la prova della vita l’hai superata… Grazie di essere stato, anche se per poco, parte dalla mia vita”. Ivan: “R.I.P., mio amico, ora davvero, solo virtuale…”. Stanislav (Bajer), posta un bel ritratto di Tibor (vedi sopra) che, a occhi chiusi, si accende la pipa: uno scatto in bianconero fatto appena pochi mesi fa nella casa di Harmonia, e scrive “Un grande uomo, amico, artista… “.

© Arnold Newman

Sul sito, come sul suo curriculum, Tibor mostrava con orgoglio un suo ritratto realizzato da Arnold Newman, il grande fotografo che conobbe a New York nel 1995, dove lui riempie completamente con la sua stazza la misura della fotografia, tagliata in verticale. Barba e capelli (entrambi simpaticamente arruffati) di color nero corvino, maglione nero, le mani grandi e paffute incrociate in primo piano, davanti a lui, seduto a un tavolo chiaro. Lo sguardo sorridente, ma con una punta di fragilità. Un’immagine spendida, è così che lo voglio ricordare.

Ciao Tibor! Fai un buon viaggio.

(Pierluigi Solieri)

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Il ritratto sotto il titolo: © Stanislav Bajer

Qui una selezione delle sue pubblicazioni:
1979 Gotické a románske fresky Gemera, OSPSOP, Rožňava
1982 Prírodný park v Betliari, Východoslovenské vydavateľstvo, Košice
1987 Dezider Milly, text S. Illečková, Tatran, Bratislava
1988 Pražské rozhovory, text Ľ. Jurík, Slovenský spisovateľ, Bratislava
1989 „1989“, text A. Fárová, Nakladatelství Radost, Praha
1990 Prezident v Bratislave, text V. Havel, Archa
1990 Pápež Ján Pavol II., Praha – Velehrad – Bratislava, Osveta, Martin
1990 Riport o Nežnej revolúcii, Obzor, Bratislava
1993 Cigáni, Gemini, Bratislava
1995 Portréty, Slovart, Bratislava
1998 Koloman Sokol, Tibi Agency, Bratislava
2000 New York – City of tolerance, Tibi Agency, Bratislava
2006 Na krídlach večnosti, Tibor Huszár
2007 Letokruhy večnosti, Tibor Huszár
2007 Retrospektíva, Tibor Huszár
2008 Cigáni, Tibor Huszár

Foto © Pierluigi Solieri

Foto © Pierluigi Solieri

 

Per saperne di più:
http://www.tiborhuszar.com/
http://www.martinus.sk/knihy/autor/Tibor-Huszar/
https://sites.google.com/site/allegrait/lsibproggypsies

http://www.ephoto.sk/fotoscena/knihy-casopisy/retrospektiva/

Documentario Tibor Huszar, Návrat späť (Tornare indietro, 2012)

 

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