Fuga dall’Italia, la corsa delle aziende per evitare la chiusura

Hanno ‘guadagnato’ le prime pagine in Italia nelle ultime settimane i casi di alcune aziende che di punto in bianco chiudono tutto e riaprono all’est, complici le ferie agostane, e lasciando di stucco i lavoratori, i sindacati e le autorità locali. Vedi la Firem di Formigine (Modena) che, chiusi gli impianti a inizio agosto, ha deciso di far ripartire a settembre la sua produzione di resistenze elettriche in Polonia, adducendo l’insostenibilità del fare impresa nel Belpaese. L’alternativa, ha detto il titolare Fabrizio Pedroni, era chiudere tutto. E non è certo l’unica, allo stesso modo anche da Milano (Hydrotonic Lift) e Forlì (Dometic Italy) altri hanno trasferito in gran segreto gli impianti per proseguire l’attività altrove, e nella lista ci sono anche grandi aziende come Indesit, che delocalizzerà 1.400 posti di lavoro in Polonia e Turchia.

Ma non si tratta più solo di manifattura, scrive Matteo Tacconi in un articolo per Europa. Anche i servizi si spostano oltrecortina, da quelli finanziari a quelli sanitari. I call center, ad esempio, con gli operatori delle grandi società di servizi (quelle telefoniche per dirne una) che rispondono ormai sempre più spesso con accento più o meno marcato dell’Est Europa. Fenomeno in affioramento è quello dei servizi sanitari, per i quali Tacconi cita il caso del Policlinico di Monza, che ha aperto una clinica a Bucarest con 140 posti letto, e di un dentista che ha deciso di affrontare di petto la concorrenza del ‘turismo dentale’ aprendo lui stesso uno studio odontoiatrico a Belgrado. Utilizzando specialisti locali, la cui qualità, dice, è indiscutibile, riesce a proporre servizi low-cost per la clientela italiana e cure a costi superiori alla classe media in ascesa della capitale serba.

Del resto, purtroppo l’Italia ha perso decisamente competitività, ricorda Patrizia Polliotto del Comitato di gestione della Compagnia di san Paolo di Torino (e presidente del comitato piemontese dell’Unione nazionale consumatori). Se a breve «non avverrà un’inversione di tendenza, i consumatori italiani non potranno più acquistare prodotti e servizi italiani», ha detto lapidaria commentando la fuga di imprese. Se l’Italia vuole fermare questa emorragia di teste e capitali bisogna che metta presto mano alla questione. Il governo Letta, scrive oggi Panorama sul suo sito, ha stilato in quattro punti il lavoro da fare per ridare competitività al nostro Paese: semplificazione normativa, abbattimento del costo del lavoro, snellimento della burocrazia, attenzione al comparto immobiliare, volano di un atteso ulteriore sviluppo del turismo. Senza dimenticare il problema di lungo corso della certezza del credito.

Le analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre danno un quadro fosco della situazione: sono oltre 27mila le aziende made in Italy che al 31 dicembre 2011 (ultimo dato disponibile) hanno trasferito all’estero in tutto o in parte la propria attività. Una crescita che nel decennio (2000-2011) ha raggiunto la percentuale del 65%.

(P.S.)

Foto: Frederic Argazzi/flickr

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