1968: quell’agosto del ’68 eravamo a Praga

Il nostro gruppo “Laici per il socialismo” aveva stabilito contatti con una scuola tecnica di Praga. La primavera di Dubcek, che seguiva il maggio francese e tedesco, ci aveva stimolato. Il contatto fu stabilito tramite un indirizzo apparso sul giornale francese Le Monde, che descriveva un nuovo modello di gestione in questa scuola tecnica, di cui non ricordo il nome ma situata vicino al quartiere olimpico.

Partimmo in quattro su una macchina. Ottenere i visti fu un’impresa titanica, credo che ci vollero dieci viaggi al consolato di Milano.

Arrivammo a Praga passando velocemente dall’Austria e attraversando la frontiera in prossimità di Bratislava, città che poi divenne la prigione di Dubcek, una volta deposto da segretario generale del partito e promosso giardiniere del locale orto botanico.

Con me c’erano Claudio, Gigi, Renato. La macchina, una  Fiat 1100, era del papà di Claudio. Lui era il più anziano: aveva 20 anni ed era il responsabile del gruppo “Laici per il socialismo”, che aveva sede nel cortile della sede distaccata della scuola elementare del quartiere la Villetta.

Costituimmo il gruppo in quella primavera, attaccati alla radio e ai giornali, per capire che cosa stava succedendo nel mondo. Alcuni di noi erano impegnati nel movimento studentesco, altri già lavoravano nelle fabbriche.

Il viaggio fu lungo e durò quasi un giorno. Le città  e i paesi scorrevano veloci. Il controllo alla frontiera austriaca verso quella cecoslovacca fu veloce. Le macchine, quell’inizio di agosto, erano poche e i poliziotti allegri dispensavamo molti sorrisi, invitandoci con le braccia larghe ad accelerare. La sera dormimmo in una locandina molto graziosa. Mangiammo quello che c’era: intingolo di carne con purè, formaggi e molta birra, dolce e non fredda.

Ad una certa ora  forse il cuoco, forse il barista, si presentò in sala con una fisarmonica ed iniziò a suonare “Rosamunda”. Nessuno di noi la sapeva e quindi facevamo solo il verso con la bocca, e per quel che si poteva mantenevamo il ritmo. Noi avevano voglia di capire e di parlare di politica, loro di suonare e di divertirsi. Tutti, in uno stentato italiano o francese, ci dicevano che noi eravamo fortunati perché potevamo essere li e loro no. In Cecoslovacchia, dicevano, manca libertà, per noi “no passaport”.

– Ma Dubcek? – insistevamo noi.

La risposta era stata affidata  al cuoco, che alzava le braccia e sconsolato diceva:  – Dubcek bravo, no durare, no possibile, no liberare dai russi, socialismo no libertà, voi avete libertà. –

In quelle ore pensammo che fosse un anticomunista e quindi per forza contro.

Il mattino di buon ora eravamo già in viaggio, a mezzogiorno eravamo alla periferia di Praga.

Per raggiungere  la scuola tecnica escogitammo il trucco del taxi: uno di noi prese un taxi e gli altri lo seguirono in automobile.

In poco più di mezz’ora eravamo di fronte alla scuola tecnica. Il simbolo, posto nella piazzetta antistante, era una grande ruota dentata. Presentammo la lettera di accredito in portineria.  Dopo pochi minuti ci venne ad accogliere un gruppetto di ragazzi, guidati da un signore brizzolato.

Parlavano un italiano quasi perfetto e ci invitarono subito in mensa. Solito intingolo di carne, polenta o purè di patate, pane scuro, formaggi, salumi e birra dolce.

La loro era una scuola tecnica professionale che preparava gli operai per le fabbriche. In particolare  disegnatori, tornitori, fresatori, manutentori e saldatori. La maggior parte degli operai della Škoda erano stati reclutati in quella scuola.

Ci fecero subito visitare i reparti: grandi officine, grandi aule da disegno, aule con i banchi piene di ragazzi e ragazze. Dal punto di vista della struttura sembrava una scuola tecnica, molto simile alla nostra.

Ci consegnarono del materiale e ci indicarono sulla cartina il luogo dove avremmo pernottato, a nostre spese, poco distante dal centro di Praga, vicino alla mitica piazza S. Venceslao. L’appuntamento era il lunedì mattina alle 10 presso la scuola. Era solo venerdì.

All’ostello ci fu assegnata una camera a sei letti con  degli  armadietti. Le docce  e i bagni erano comuni in fondo al corridoio.

Deposte le nostre poche cose, lo zaino e il sacco a pelo, con la macchina ci precipitammo in città. Parcheggiammo dietro la Biblioteca Nazionale. La piazza S. Venceslao, vista dalla balconata della biblioteca, appariva in discesa, larga e lunga, circondata da colonnette di marmo scuro (i vecchi paracarri delle nostre strade) tenuti assieme da catene di ferro. Nel mezzo la statua dell’eroe e santo praghese.

Ai lati della piazza le strade erano prive di traffico. Pochissime erano le Škoda in circolazione o posteggiate.

Erano circa le 19 di sera e la piazza si stava riempiendo di persone allegre e variopinte. Ci buttammo nella fila di persone che saliva verso il castello residenza di Svoboda, Presidente della Repubblica Cecoslovacca. La cartina con la guida del Touring  era in mano a Gigi. Cominciava a venire sera, la temperatura era fresca e tirava una leggera brezza. Ogni 30-40 metri, sfalsate a destra e sinistra, vi erano delle lampade, ancora ad olio, a forma di piramide pentagonale tagliata e capovolte, cioè con la base in alto. Due uomini, uno con un bastone e l’altro con un bidoncino ed una scala, passavano da un lato all’altro della strada ad accendere le lampade. Lo spettacolo era molto suggestivo. Mentre calava la sera ed avanzava il buio queste luci, prima fioche, poi più forti e luminose, ridavano vita alla strada animata. L’operazione di accensione della lampada era accurata, precisa e ripetitiva.

Uno dei due uomini appoggiava la scala al muro, l’altro saliva, toglieva il coperchio e controllava il livello dell’olio e la consistenza dello stoppini. L’altro, a terra, con il bastone allungava il barattolo che conteneva l’ olio; l’uomo sulla scala prendeva il barattolo, lo apriva e versava l’olio mancante nella lampada, fino a livello; poi sistemava lo stoppino e con lunghi fiammiferi accendeva una luce fioca, aspettava un attimo e infine riponeva il coperchio. Scendeva dalla scala e assieme all’altro si spostavano dall’altro lato della strada, attraversandola per la diagonale. Nel giro di mezz’ora erano anche loro nella piazza del castello e tutte le lampade erano accese. Erano state accese nel frattempo anche tutte le lampade della strada parallela, sulla balconata della biblioteca nazionale e negli edifici di fronte. Tutta la piazza era illuminata da queste luci fioche ma calde. Il contrasto era bellissimo. Ci spiegarono poi che questa era l’illuminazione di fine ottocento che fu appunto ripristinata in quegli anni.

Sulla strada si aprivano molti negozietti. Poveri, con le vetrine piene di polvere, con pochi oggetti esposti. Qualche genere alimentare, qualche batuffolo di lana, qualche pizzo, qualche servizio di vetro o di piatti, qualche tegame, qualche frutto. I negozi più vivi erano le birrerie. Bicchieri grandi un litro, mezzo, un terzo, un quarto. Le birrerie offrivano anche panini con wurstel. Lì si formavano code interminabili, perché bisognava fare due file: una per la birra ed una per i panini, così gustammo i panini senza birra e la birra senza il panino.

Tutti i negozi erano statalizzati, con personale molto giovane, vestito di verde con camicette bianche. Polvere e sporcizia erano di casa.

Salimmo fino al palazzo residenza di Svoboda. Mi ricordo un grande cancello di ferro nero, con punte ed emblemi dorati. La guardia, in divisa d’onore, faceva il cambio. Il cambio della guardia è sempre uno spettacolo che crea ressa e simpatia. I praghesi applaudivano. Erano sicuramente praghesi perché vestiti diversamente da noi. Noi con i soliti jeans e maglietta e mocassini leggeri, loro grandi camicioni colorati, pantaloni larghi e scarpe pesanti di cuoio.

Venimmo a sapere in seguito che in quei mesi il popolo applaudiva spesso l’esercito ceco. I suoi capi militari infatti avevano dichiarato fedeltà alla svolta di Dubcek e Svoboda appariva, in quanto capo dell’esercito, il garante della primavera, che i praghesi per la verità chiamavano “stagione della finestra che si apre sul mondo”.

Il portone del castello era chiuso, perchè le visite erano permesse solo in orari prefissati. Decidemmo che saremmo tornati a visitarlo.

Concludemmo che tutta quella gente era quindi salita, alle otto di sera, per assistere al cambio della guardia e per applaudire l’esercito cecoslovacco.

Venne sera. Avevamo un grande appetito. Gigi, che sapeva orientarsi benissimo con le piantine delle città e le carte stradali, dalla sede della presidenza, per dei vicolini, ci riportò di fronte alla biblioteca nazionale che appariva molto lontana ma bellissima, illuminata con quelle antiche lampade ad olio.

Ci portò in un ristorante tipico: un’orchestrina in un angolo emetteva suoni sconosciuti ma piacevoli e dolci. Sette o dieci tavoli rotondi apparecchiati per bene con tovaglioli e addobbi che ricordavano i colori della bandiera cecoslovacca. Fiori al centro tavola e molta servitù. Era evidente sia la politica della piena occupazione che quella dei salari bassi.

I camerieri e le cameriere erano nostri coetanei. Ci osservavano tutti, cred,o sia per la nostra giovane età che per il nostro inconfondibile abbigliamento, oppure per il fatto che stavamo entrando nel  locale più in di Praga.

Come si usa da noi, siamo andati immediatamente a sederci al primo tavolo a noi comodo da otto posti. Ci lasciarono in quella situazione per una decina di minuti, finché si avvicinò un signore, vestito in nero, che parlando un poco di italiano ci disse più o meno che era obbligatoria la prenotazione e l’abito da sera, inoltre il tavolo era già riservato.

Imbarazzatissimi lo seguimmo. Ci accompagnò in una saletta attigua, carina e piccola, dove era stato predisposto per noi un tavolo rotondo. Dico per noi perchè al centro tavola  era stata infilata, nel vaso assieme ai fiori, una bandierina italiana.

Gradimmo molto le critiche e lo spostamento, si erano comportati da signori.

Ci presentò una lista, scritta in ceco, tedesco e italiano. Scorremmo la lista in italiano e ci accorgemmo subito di clamorosi errori di traduzione. Ordinammo il menù più caro, quello da cinquecento corone. Una corona valeva allora, credo, cinquanta lire (in tutto circa 25 mila lire, una cifra molto alta anche per noi).

Ci portarono di tutto: molti antipasti di salumi strani, del prosciutto, delle uova, della carne alla griglia, della polenta. Versavano in continuazione vino ungherese bianco e rosso.

Alla fine, brilli e allegri, chiudemmo chiedendo della vodka. Ci fecero attendere una decina di minuti. Quando portarono la vodka, posero al centro della tavola una bottiglia prodotta in Polonia. Il gesto era evidente. Avevano portato vodka polacca per sottolineare la loro distanza e la loro paura dei russi. In sottofondo la musica cresceva di volume e si sentivano anche musiche occidentali.

Uscimmo dalla saletta molto allegri. Il salone era pieno di gente vestita a puntino, uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur, mentre i camerieri, impassibili, servivano vestiti di marrone. Per la verità stonavano un  po’.

Claudio, il più navigato, lasciò una lauta mancia. Il caposala ci salutò con un inchino e un grande sorriso. La sera era fredda, nonostante fossimo ai primi di agosto. La piazza si presentava quasi deserta. Il Renato era molto allegro e canticchiava bandiera rossa. Andammo al centro della piazza a vedere la statua. A  noi non diceva nulla. Non capivamo il significato simbolico che potesse avere per i cechi.

Renato iniziò a correre in mezzo alla piazza con le braccia alzate. Sembrava un aquilone o Icaro in procinto di volare. Danzava, volava, cantava a squarciagola. Si mise a saltare i paracarri appoggiandosi con le mani. Era molto pericoloso perché erano legati fra di loro con una catena. Infatti cadde proprio quando arrivò una camionetta della polizia con la scritta VB.

La  camionetta era di tipo militare, non aveva sirena ma una luce intermittente blu. Accorremmo a soccorrere Renato e ci trovammo circondati da tre poliziotti, con la stella rossa in fronte, che brandivano un minaccioso manganello. Ci invitarono a salire sulla camionetta. A velocità sostenuta salimmo per la stradina che portava al castello nella quale, nel frattempo, si stavano spegnando le lampade.

Arrivammo poco dopo di fronte ad un portone con la scritta blu e rossa VB. Ci fecero scendere e, sempre gentilmente, ci accompagnarono in una stanza arredata solo di panche appoggiate al muro e da un bidone, con coperchio, in un angolo. Ci chiesero con voce forte i passaporti, spensero la luce gialla, accesero quella blu e ci salutarono con un “ buonna nnottte ittalianni”. Una porta si chiuse con un giro di chiavi. Dall’unica finestra ancora aperta entrava aria fredda e una luce fioca.

Fu una notte durissima e gelida. Renato vagava ancora come  un aquilone nella stanza. Lo bloccammo e lo stendemmo sulla panca. Si addormentò poco dopo coccolato ed accarezzato da Claudio. Con Gigi e  Claudio ci ritirammo in un angolo a fumare una sigaretta. Scoppiammo a ridere sottovoce. Non c’era altro da fare che passare la notte in guardina. In guardina per un “cula mula” ed una sbronza! A turno alzammo il coperchio del bidone per pisciare. Ogni volta l’odore che saliva era sempre più insopportabile. Ci stendemmo sulle panche. Avevamo freddo e nulla per coprirci. La notte passò così, fra il russare a turno di ognuno di noi, il pisciare nel bidone e il fumare.

L’alba praghese è bellissima. Dalla finestra vedevamo il sole che lentamente illuminava la città. Si vedevano le guglie delle chiese, i ponti sul fiume, le torri del castello. Eravamo nella parte alta della città.

Finalmente alle sei del mattino, a giorno fatto, si aprì la porta.

Eravamo stravolti ed affamati. Un poliziotto ci accompagnò in una stanza  e ci fece accomodare su delle sedie di fronte ad una scrivania. Sulla parete spiccavano sia il ritratto di Dubcek che di Svoboda. I loro visi erano sorridenti e rassicuranti, la situazione nella quale ci trovavamo proprio no.

Ci fecero attendere almeno una buona mezz’ora. Finalmente, a sole alto entrò un graduato che ci salutò con un sorriso. Si accomodò lentamente, accese una sigaretta e chiese, in perfetto italiano: – Gradite un caffè? –

Non parlammo, ma agitammo la testa con gioia.

Il soldato, ad un suo cenno, uscì e rientrò  poco dopo con un vassoio, al centro del quale si trovava un bricco fumante, ai lati invece delle tazze. Il graduato ci versò il caffè. Alzò la sua tazza in segno di salute. Trangugiai l’intero contenuto della tazza, un liquido marrone caldo che aveva vagamente il sapore di caffè, in  un secondo. Gli altri fecero altrettanto. Il graduato sorridente ci offrì un pacchetto di sigarette ceche. Claudio ebbe la gradita idea di estrarre le Marlboro e di contraccambiare l’offerta. Il graduato prese il nostro pacchetto e offrì una sigaretta al soldato semplice, che impassibile assisteva il suo graduato. A noi non rimase altro che di accendere una sigaretta ceca di pessimo gusto.

A metà sigaretta il graduato disse: – Poiché siete giovani turisti ed invitati da un nostra scuola in una visita semiufficiale, l’ebbrezza di ieri notte vi costa cento corone a testa di multa, la trascrizione sul nostro registro ed una nota informativa alla vostra ambasciata. Ovviamente, pagata immediatamente la multa, potrete girare il nostro paese come vorrete. Siamo onorati di avervi graditi ospiti. –

Ringraziammo con un inchino e un sorriso da deficienti. Ci fece segno di alzarci, fummo accompagnati in un’altra stanza, pagammo le cento corone a testa, ci fu consegnata la chiave della macchina e finalmente si aprì il portone della caserma. Con nostro stupore sulla strada trovammo la nostra macchina. Nessuno di noi si ricordava di aver consegnato le chiavi a qualche poliziotto o di aver guidato fin lì.

Salimmo in macchina senza girarci indietro e partimmo lentamente alla ricerca della strada per l’ostello.

Girato l’angolo urlammo tutti in coro: – Cazzo che culo! – Il riso ci prese poco dopo quando Renato iniziò a pronunciare le parole magiche “ cula, mula”. Ridemmo, fumando, fino all’ostello.

Erano ormai le otto del mattino di una splendida domenica di agosto.

In portineria c’era il solito omino. Diverso nel viso, ma identico negli atteggiamenti. Ci consegnò la chiave della stanza sorridendo.

Entrammo nella stanza e trovammo la sgradita sorpresa di vedere il contenuto dei nostri poveri zaini sparso sui rispettivi letti. Un coro unanime pronunciò, a voce bassa: – cazzo che stronzi! –

Ci avviammo alla ricerca delle docce. La sorpresa fu grande. In questo ostello giravano in libertà ragazzi e ragazze. Bei corpi nudi di ragazzi e di ragazze entravano ed uscivano dai bagni, separati per maschi e femmine, e saltellavano gocciolanti nei corridoi per raggiungere le stanze. Eravamo piacevolmente sorpresi. Noi stavamo girando alla ricerca dei bagni e delle docce con il nostro asciugamano legato sottopancia ma naturalmente con gli slip sotto. Era chiaro fin da subito che l’ideologia atea in qualche misura concedeva libertà che a noi cattolici non erano permesse. Questo rimase per qualche anno un argomento pro-regime, o meglio pro-ideali del comunismo, che animò le nostre discussioni serali.

Con quelle splendide immagini di corpi scultorei ci vestimmo in fretta per raggiungere di corsa il centro di Praga e vedere di giorno la famosa piazza  San Venceslao.

Risalimmo al castello per visitarlo. Sale maestose, piene di specchi, tendaggi dorati, quadri, mobili sontuosi e lussuosi. Un angolo di cultura europea che nulla aveva da invidiare ai nostri palazzi rinascimentali.

Pranzammo in una birreria che si affacciava sulla piazza. Solita coda, soliti problemi: birra senza panino e panino senza birra, ma ormai il tutto faceva parte del gioco.

Durante questa pausa tornammo sulla notte passata in guardina. Renato era preoccupato che poi l’ambasciata italiana informasse le nostre famiglie. Discutemmo a lungo se andare o meno all’ambasciata per capire. Alla fine desistemmo. Nel marzo dell’anno successivo, arrivò puntuale l’informativa del ministero degli esteri trasmessa tramite i carabinieri locali con macchina e pattuglia di ordinanza.

Una splendida gioventù, anche se vestita male, o meglio in maniera diversa, ci stava sfilando davanti. Gruppi di ragazze e ragazzi che in crocchio discutevano in questa strana ed incomprensibile lingua. Noi sentivamo il vociare, vedevamo i loro sorrisi, i loro visi. Notammo con piacere che tutti sottobraccio avevano un giornale o un libro, anche se era domenica. Erano tanti quelli che soli, seduti in panchina, leggevano tranquilli.

Claudio ci propose, ma in pratica decise, la scaletta delle domande da porre l’indomani ai ragazzi dell’istituto.

Il programma prevedeva il nostro inserimento, per una settimana, in una classe della scuola per seguire i loro programmi. Eravamo già a buon punto per lo scambio l’anno successivo di una loro pari delegazione nella nostra scuola.

Le domande che decidemmo di porre seguivano sostanzialmente quattro filoni:

– il  modello di partecipazione dei giovani alla gestione della scuola in senso generale;

– i contenuti dei programmi scolastici;

– come vivevano la primavera di Praga ed il nuovo corso comunista;

– i rapporti fra i giovani.

Decidemmo in fretta delegando Claudio, perché avevamo voglia di divertirci. Ci ricordammo che avevamo prenotato per la sera e che era necessario trovare una giacca ed una cravatta.

La ricerca  fu vana, perché i negozi erano tutti chiusi. Erano aperti solo i bar e qualche chiosco di gelati.

I nostri primi contatti con gruppi di ragazzi e ragazze praghesi non ci portò da nessuna parte. Scoprimmo che la maggior parte di loro parlava tedesco e alcuni inglese. Noi  eravamo molto in difficoltà a rispondere anche con semplici monosillabi.

Venne l’ora di andare al ristorante. Entrammo con il solito abbigliamento, quindi senza giacca né cravatta. Claudio ebbe l’idea di  tenere in mano, arrotolate per il lungo, cento corone. Il capo sala fece un grande sorriso, ci fece accomodare nel salotto e di li a poco venne con quattro giacche scure e quattro cravatte a pallini di diverso colore.

Vestiti a dovere ci accomodammo in un tavolo centrale, a noi riservato, con in mostra la bandierina italiana.

Fu festa grande. Decine di persone che cenavano in allegria, che ballavano ritmi molto simili ai balli del primo dopoguerra raccontati da mia madre: tanghi, valzer, balli americani.

C’erano soprattutto Tedeschi e Russi.  La lingua differiva, ma i comportamenti erano simili: urlavano, cantavano a squarcia gola, ruttavano e ridevano con le boccacce spalancate. Le loro donne ai tavoli erano di poco meno rumorose.

Quel ristorante, ma anche gli altri, erano arredati in modo diverso dai nostri. Erano più sobri ed austeri allo stesso tempo.

Claudio tentò di invitare una ragazza ma ricevette un sonoro no che ci consentì di prenderlo in giro per tutta sera. Poi, dopo essere stato avvicinato da un cameriere, si allontanò con Renato.Tornarono dopo pochi minuti. Renato era eccitato e rosso come un peperone, Claudio rilassato e soddisfatto.

– Ragazzi – sbuffò – siamo ricchi. Abbiamo recuperato ampiamente la cena di ieri sera, le  multe e la cena di questa sera. Ho fatto il cambio in nero. Anziché cambiare una corona 50 lire l’ho cambiata a 10 lire. – Aveva cambiato 300.000  lire ottenendo 30.000 corone anziché 6.000. – Quando siamo senza cambieremo ancora qui. –

La cosa ci fece discutere sull’opportunità morale o meno di questo gesto. Le opinioni erano diametralmente opposte: chi sosteneva che fosse il regime stesso a favorire il cambio in nero, Claudio e Renato, e chi, io e Gigi, che in questo modo stessimo danneggiando il popolo cecoslovacco favorendo chi era contro il regime. La discussione, anche negli anni successivi, non arrivò mai ad una sintesi.

Il lunedì mattino alle 9 eravamo di fronte ai cancelli della scuola. Il portinaio vedendoci ci fece segno di entrare con la macchina. Poco lontano era posteggiata una macchina della polizia.

Il Comitato ci accolse in un’aula con tavolo ovale. Al centro del tavolo frutta, bibite di diverso colore e bricchi di vetro con caffè sopra fornelli elettrici.

Si presentarono un professore in rappresentanza del preside e quattro ragazzi e due ragazze in rappresentanza ognuno di un corso (meccanici, fresatori, disegnatori, elettrici ecc.)

Fra i ragazzi un certo Alessio e fra le ragazze Natascha.

Ci salutarono con un discorsetto di benvenuto leggendo lo scambio di lettere fra i presidi dei due istituti. Una donna grassa sulla quarantina traduceva. Qualcuno offri del caffè e dei biscottini. Claudio, in italiano, pose le domande. Il professore  precisò subito che non avrebbero riposto alla domanda politica sul “nuovo corso comunista”.  Alessio, ragazzo della delegazione, ci schiacciò l’occhiolino.

Il professore ci illustrò anche il programma della settimana:

– ogni mattino visita ad un reparto della scuola accompagnati da un professore del corso;
– ospiti alla loro mensa;
– di pomeriggio incontro con i rappresentanti degli studenti.

Per tutta la giornata saremmo stati accompagnati dall’interprete.

Con un grande sorriso si alzò, la presentazione era finita. Rimasero lui, l’interprete ed un ragazzo. Li seguimmo. Dopo un giro di scale arrivammo in una grande sala con moltissimi tecnigrafi. Era evidentemente l’aula di disegno. L’interprete ci fece capire che stava lavorando al progetto del motore di una macchina della Škoda.

A mezzogiorno eravamo stravolti dai discorsi sulle bielle, i quattro tempi, le valvole, le fusioni ecc.

In mensa rimasero con noi lo studente del corso e l’interprete. Notammo che la mensa era gestita  praticamente dagli studenti. Servivano  al bancone del self-service, pulivano i tavoli e i pavimenti.

Durante il pranzo si parlò solo di cibo. La mitica pastasciutta non c’era, ma vi erano alimenti buoni e all’apparenza genuini. Una bibita scura assomigliava alla Coca Cola, ma era di gusto completamente diverso.

Capimmo subito che quel soggiorno nella scuola non ci avrebbe portato a capire nulla di nuovo. I ragazzi, nel pomeriggio parlarono solo del contributo alla gestione della scuola dal punto di vista operativo, che non si pagavano tasse, che gli organismi di partecipazione era diretti dall’organizzazione giovanile del partito, che esisteva un giornale di istituto, che  sui dodici mesi uno era di vacanze, luglio, e tre mesi di lavoro in fabbrica. Loro di quella scuola andavano tutti alla Škoda.

La macchina della polizia stazionava ancora sulla piazza, ma non ci seguì. Capimmo che la situazione era rigidamente sotto controllo tramite l’interprete.

Il terzo giorno trovammo finalmente in delegazione Alessio, quello che ci aveva schiacciato l’occhio.

Durante la visita nelle officine, ci venne l’idea di scrivere un biglietto e di passarlo ad Alessio. Sul biglietto, in italiano, c’era scritto: ci vediamo stasera o domani sera, alle 20, alla birreria nella piazza del castello.

Mentre alcuni di noi parlavano con l’interprete ed il professore, Claudio, coperto, si faceva accendere una sigaretta da Alessio e gli passò il biglietto.

La  sera stessa aspettammo fino alle 22. Il giorno successivo nessuna traccia di Alessio. Non lo vedemmo neppure in mensa. Eravamo preoccupati che qualcuno avesse visto il passaggio del bigliettino. Il clima era questo.

La seconda sera puntuali arrivarono Alessio e Natascha. Fu Renato a vederli per primo e corse loro incontro. Alessio schiacciò l’occhio e prosegui, capimmo e in silenzio li vedemmo girare lungo la piazza, sostare davanti alla guardia, applaudire, ritornare e discendere. Capimmo che pensavano di essere seguiti. Ci superarono andando in giù verso la piazza. Claudio mandò Gigi e Renato davanti a loro e dalla parte opposta della strada. Ci parlavano sottovoce mentre si accendeva la sigaretta. Avevamo l’adrenalina al massimo. La situazione era di massima eccitazione e di splendida all’erta.

Noi seguivamo Alessio e Natascha. Li seguimmo per circa mezz’ora, lontano dal folla della piazza, lungo i binari di un tram.

Ad un certo punto si fermarono ad aspettarci. Ci salutarono con un sorriso e ci invitarono a seguirli di nuovo. Erano ormai le nove di sera. Aprirono un  portone e ci fecero entrare in tutta fretta. Salimmo delle scale e ci trovammo in una stanza piena di fumo, con un tavolo e dei giovani che si muovevano chiacchierando a voce normale. Il rumore di fondo, che proveniva dall’altra stanza, era quello di un ciclostile. Il nostro ingresso bloccò ogni voce e attività. Un ragazzotto alto ci accolse con un “ buona sera compagni italiani”. Noi ricambiammo, però non eravamo compagni.

Ci illustrarono la situazione. Loro erano un gruppo studentesco autonomo, non iscritto alla gioventù comunista, che Dubcek non combatteva, ma stimolava. Spesso erano controllati dalla polizia. Raccontammo del nostro episodio della piazza. Preoccupati ci dissero allora che eravamo sicuramente seguiti e che per restare più liberi ci conveniva individuare i poliziotti e fare loro un dono in lire o in dollari. La polizia era notoriamente corrotta. Il loro gruppo si chiamava “ Nella libertà, per la libertà” e facevano riferimento ad un certo Pelikan, amico di Dubcek, nome a noi, in quei giorni, del tutto sconosciuto.

Finimmo di parlare a mezzanotte. Capimmo che si era aperto uno scontro grande sul terreno delle libertà democratiche. Loro avevano paura dell’intervento armato dei russi. Erano angosciati da questa eventualità. Alcuni di loro erano certi dell’intervento e ci chiedevano se la stampa italiana ne parlasse. Riferimmo che la stampa della destra ne parlava. Noi eravamo ottimisti. Chiarimmo che, seppur simpatizzanti, non eravamo comunisti, ma del movimento degli studenti.

All’una di notte ci portarono in una taverna a bere della birra e mangiare delle gustose salsicce con senape. Un vecchio giradischi gracchiava musica occidentale, Beatles in testa. Passammo tutte le sere successive con loro.

Individuammo i due poliziotti in borghese davanti alla scuola. Ci accorgemmo che due persone, sempre le stesse, erano davanti all’ingresso della scuola, dalla parte opposta alla macchina della polizia, sia quando si entrava che quando si usciva. Claudio le avvicinò. Non sapendo come fare per il contatto, chiese fuoco per la sigaretta. Loro accesero un fiammifero, lui offrì una sigaretta da un pacchetto di Marlboro. Nel pacchetto c’erano dieci mila lire. Lasciò loro il pacchetto e li salutò.

Passammo la domenica pomeriggio con i ragazzi su un prato, vicino ad una birreria, in riva alla Moldava.

Fu una giornata magnifica. Il ragazzo che parlava italiano, sollecitato dagli altri, chiedeva di tutto. Le cose di noi che più li colpivano era due: la libertà di girare il mondo e la macchina a nostra disposizione. La sera li accompagnammo, con due viaggi, nel dancing in periferia. Si ballò tutta sera. Claudio agganciò bene Natascha. La stringeva, la baciava. Ci strabiliava.

La notte ritornammo in ostello. Oltre a noi, in macchina, c’era anche Natascha. Claudio spostò la sua brandina in un angolo avvicinandola ad un’altra. Il custode fu zittito da una mancia. Si spensero le luci. Io sentivo il respiro e l’ansimare di Claudio e  Natascha. Il ritmo cresceva, poi fu interrotto di colpo da un gridolino.

Il mattino seguente Claudio non era più in ostello e arrivò dopo le dieci. Aveva accompagnato Natascha alla scuola. Era raggiante.

Quella settimana passò veloce, scandita dagli spostamenti di Claudio, che per incontrare Natascha ci lasciava in varie parti della città per delle ore. Noi eravamo un po’ scocciati ma era un nostro grande amico, il più vecchio, il nostro capo.

L’ultimo venerdì di nostra permanenza dovevamo recarci alla scuola per i saluti finali. Era una cerimonia in più, organizzata dai nostri amici.

Era l’alba, quando il custode ci chiamò e a voce concitata gridava: – via, via, i Russi! –

Il corridoio era strapieno di ragazzi agitati che guardavano le finestre. Alzammo Renato perché guardasse fuori, disse di aver visto delle colonne militari in lontananza.

In pochi secondi preparammo gli zaini e ci precipitammo verso la macchina. Salimmo e di corsa prendemmo la strada verso Praga città.

Al bivio una pattuglia della polizia ci fermò. Ci perquisì da cima a fondo, aprì gli zaini. Trovò la macchina fotografica con dei rullini e sequestrò tutto, nonostante la nostra protesta,  La strada per il centro di Praga era bloccata, ci mandavano a destra. Trovammo diverse pattuglie. Le strade verso la città erano bloccate. Le pattuglie ci indicavano, sulla cartina, la strada verso l’Austria. Dei mezzi blindati russi nessuna vista, invece molta polizia bloccava le strade.

Dopo diversi giri oziosi, Claudio rinunciò ad entrare a Praga.  Dopo un consulto, prendemmo la strada per l’Austria. Arrivammo al confine dopo ore ed ore di viaggio. Lì c’erano due code: una di macchine straniere ed una di macchine cecoslovacche. La coda con le macchine straniere, dopo i controlli di identità, apertura dei bagagliai ecc. si muoveva, lentamente ma si muoveva. L’altra si allungava sempre di più.

Arrivammo d’un fiato in Italia.

Seguimmo gli avvenimenti dalla televisione e dai giornali. Di Alessio, di Natascha e degli altri, nonostante avessero i nostri indirizzi, nessuna notizia. Noi scrivemmo più volte a loro, ma non risposero mai. Claudio sostenne poi di aver visto il nostro interprete vicino a Pelikan, ma non fummo mai in grado di appurare la cosa.

Claudio è ancora oggi innamorato di Natascha, la descrive come se avesse la sua foto. Chissà lei dove sta!

Sono stato un’altra volta a Praga dopo molti anni. La scuola c’è ancora, la sede della VB pure, la piazza è rimasta intatta nella sua bellezza, quel palazzo della stanza con il ciclostile c’è ancora, così pure il prato, la birreria, la gente, ma di Alessio e di Natascha nessuna traccia.

Sicuramente staranno anche loro raccontando ai loro figli di quell’estate del Sessantotto a Praga e di quei ragazzi italiani che volevano sapere se il comunismo riconosceva le libertà. Capimmo subito che non  era così. Per questo forse ci iscrivemmo al Pci. L’idea era quella di cambiare il mondo.

Il mondo è cambiato. Non so se anche per merito nostro ma è cambiato.

20 agosto 2013

di Gian Carlo Storti, via www.welfarenetwork.it

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Foto: szeke_pedrosz@flickr.comFaceMePLS/flickr

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