1968, alla mezzanotte del 20 agosto partì l’operazione in codice Danubio

Le prime cinque pagine di Pravda sono dedicate oggi all’anniversario dell’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, entrate in Cecoslovacchia da vari valichi di frontiera nella notte del 20 agosto 1968, con l’intento di fermare le liberalizzazioni che erano state concesse dal governo nel corso della Primavera di Praga. Le prime unità di cinque paesi (Unione Sovietica, Germania Est, Ungheria, Polonia e Bulgaria) attraversarono il confine in 18 località circa un’ora prima della mezzanotte del 20 agosto. Poco prima, ai loro comandanti era stato dato il segnale di aprire una delle cinque buste con gli ordini, bruciando immediatamente le altre quattro. Ancora oggi gli storici non sanno esattamente cosa contenessero le quattro buste distrutte, e non sono certo aiutati dal segreto inaccessibile degli archivi russi. La busta aperta conteneva un piano sotto il nome in codice ‘Danubio’. Gli storici, scrive Pravda, ritengono che gli ordini della busta ‘Danubio’ furono decisi all’ultimo minuto.

Lo storico Michal Stefansky ha detto al quotidiano che i piani per l’invasione erano comunque strettamente coordinati con quello che fu definito allora il ‘nucleo sano’ del Partito comunista cecoslovacco (KSC), con l’intenzione di provocare una divisione all’interno del presidium del partito che avrebbe tolto la fiducia al suo segretario generale Alexander Dubcek e i suoi sostenitori. Il ‘nucleo sano’ avrebbe poi preso il potere nel paese formando un cosiddetto governo rivoluzionario, rilasciando una dichiarazione con la quale il nuovo governo avrebbe accolto con favore l’intervento militare dei cinque paesi amici come aiuto fraterno nell’interesse del socialismo in Cecoslovacchia. Dubcek intuì in qualche modo cosa sarebbe accaduto e giocò alcune delle sue mosse per tempo, ma Mosca decise di accelerare i tempi temendo che il piano sarebbe stato rivelato.

Lo storico Stefansky non esclude la possibilità che una delle buste contenesse istruzioni su cosa fare in caso di un intervento della NATO, riferendosi alle parole del Ministro della Difesa sovietico Andrei Grechko pochi giorni prima dell’invasione: le truppe entreranno [in Cecoslovacchia] anche se questo dovesse portare alla Terza guerra mondiale. L’invasione fu pianificata per ben quattro mesi, ma le singole unità dei diversi paesi si imbatterono in diverse situazioni impreviste, nonostante non ci sia stata alcuna resistenza militare. Pare, a questo proposito, che il ministro Grechko abbia telefonato al collega cecoslovacco Martin Dzur poco prima dell’invasione e lo abbia minacciato di impiccarlo all’albero più vicino se ci fosse stata resistenza contro le forze del Patto di Varsavia. I civili fecero, dal canto loro, l’unica resistenza possibile – e pacifica – scambiando i segnali stradali e i nomi delle strade, in modo da confondere le idee ai carri armati e ai mezzi degli eserciti invasori. In certi casi, le persone si sono poste davanti ai mezzi blindati bloccandoli con il proprio corpo, reazioni alle quali i soldati stranieri, molti dei quali pensavano di essere arrivati in Germania Est, non erano preparati.

(La Redazione, Fonte Pravda)

Foto: prima pagine dell’edizione speciale del quotidiano Smena (organo dei giovani comunisti) del 22 agosto 1968

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