Lo stato dell’Europa – Il Vecchio continente è ancora in gamba (2/2)

[Seconda parte] L’Unione europea ha i suoi problemi, come l’invecchiamento della popolazione e le divisioni interne, ma è tuttora una potenza dinamica in grado di scegliere il proprio destino. Di seguito alcuni estratti di un articolo apparso su Foreign Policy, ripresi da Presseurop.eu. La prima parte è stata pubblicata ieri.

“L’Europa ha un deficit di democrazia”

No, ma ha un problema di legittimità. Da anni gli scettici sostengono che l’Europa ha un “deficit di democrazia” perché la Commissione Europea non è stata eletta o perché il Parlamento Europeo non ha abbastanza poteri. Ma i membri della Commissione Europea sono nominati da governi nazionali eletti direttamente, e gli europarlamentari sono eletti direttamente dai cittadini europei. In generale, le decisioni nell’UE sono prese congiuntamente dai governi nazionali democraticamente eletti e dal Parlamento Europeo. Rispetto ad altri stati, o anche a una democrazia ideale, l’UE effettua più controlli e valutazioni, e richiede maggioranze più ampie per approvare le leggi. L’Unione Europea è molto democratica.

La Zona Euro, tuttavia, ha un problema più pressante di legittimità, imputabile alle modalità con le quali è stata creata. Anche se le decisioni sono prese da leader eletti democraticamente, l’UE in sostanza è un progetto fondamentalmente tecnocratico, basato sul cosiddetto “metodo Monnet”, dal nome del diplomatico francese Jean Monnet, uno dei padri dell’Europa unita. Questa strategia incrementale – prima comunità dell’acciaio e del carbone, poi mercato unico, infine unione monetaria – ha conquistato molte più aree oltre alla sfera politica. Ma quanto più questo progetto aveva successo, tanto più limitava i poteri dei governi nazionali e inaspriva la violenta reazione populista.

Per risolvere la crisi attuale, i paesi membri e le istituzioni dell’UE stanno estrapolando dalla sfera politica più aree delle politiche economiche. I paesi dell’Eurozona, Germania in testa, hanno firmato un trattato fiscale che li vincola all’austerità a tempo indeterminato. C’è quindi un pericolo concreto che ciò porti a una democrazia senza vere scelte: i cittadini avranno facoltà di cambiare i governi, ma non le politiche. Possiamo dire che sì, le politiche europee soffrono di un problema di legittimità, e la soluzione verrà più facilmente da un cambiamento politico che, per esempio, dal conferire ancora più poteri al Parlamento Europeo. Non date retta a quello che dicono gli scettici: il Parlamento Europeo ha ampi poteri già adesso.

“L’Europa sta per precipitare in una crisi demografica”

Come molti altri paesi. L’UE ha un grave problema demografico. A differenza degli Stati Uniti – la cui popolazione secondo le previsioni aumenterà fino a 400 milioni di abitanti entro il 2050 – gli abitanti dell’UE dovrebbero passare dagli attuali 504 milioni ai 525 nel 2035, per poi iniziare gradualmente a ridursi fino a raggiungere i 517 milioni nel 2060, secondo quanto calcola il dipartimento europeo di statistica.

La popolazione europea oltretutto sta anche invecchiando: quest’anno gli europei in età da lavoro inizieranno progressivamente a diminuire, per passare dagli attuali 308 milioni a 265 nel 2060. Si prevede quindi che questo dato aumenti il rapporto di dipendenza della popolazione anziana (il numero in percentuale degli ultrasessantacinquenni rispetto alla popolazione complessiva in età da lavoro), che si prevede passerà dal 28% del 2010 al 58% del 2060.

Ma queste fosche previsioni demografiche non sono esclusive dell’Europa. Infatti quasi tutte le più importanti potenze del mondo devono affrontare un considerevole invecchiamento della popolazione, in alcuni casi ancora più grave di quello europeo. Si calcola che la popolazione della Cina passerà da un’età media di 35 anni a una di 43 entro il 2030 e che in Giappone tale percentuale passerà da 45 a 52, in Germania dal 44 al 49. Il Regno Unito, invece, passerà da 40 a 42, con un tasso di invecchiamento equiparabile a quello statunitense, una delle potenze con le migliori prospettive demografiche.

Di certo, quindi, la questione demografica costituirà un problema di primo piano per l’Europa. Sul breve periodo risolvere il problema è complesso, ma l’immigrazione offre la possibilità di alleviare sia il processo di invecchiamento sia il calo della popolazione: a prescindere dal cosiddetto declino, non c’è penuria di giovani che vogliano recarsi in Europa. A medio termine, gli stati membri potrebbero anche aumentare l’età pensionistica – altro difficile scoglio per la politica, col quale per altro sono già alle prese molti paesi. Sul lungo periodo, infine, alcune intelligenti politiche di sostegno alla famiglia – come gli assegni famigliari, i crediti fiscali e l’assistenza pubblica all’infanzia con gli asili nido – potrebbero incoraggiare gli europei a fare più figli. In ogni caso l’Europa è già all’avanguardia rispetto al resto del mondo per ciò che concerne la ricerca di soluzioni al problema di una società che invecchia. E i cinesi brizzolati farebbero bene a prenderne nota.

 “L’Europa in Asia è irrilevante”

No. Si sente dire, spesso e ad alta voce soprattutto da Mahbubani a Singapore, che per quanto l’Europa possa continuare a essere determinante nella sua regione, è irrilevante in Asia, l’area che avrà maggior peso nel XXI secolo. Ma l’Europa è già presente in Asia. È il più importante partner commerciale della Cina, il secondo più importante dell’India e dell’Asean (l’organizzazione delle nazioni dell’Asia meridionale), il terzo del Giappone e il quarto dell’Indonesia.

L’Europa ha rivestito un ruolo centrale nell’imporre sanzioni contro la Birmania, e in seguito nel rimuoverle quando la giunta militare ha dato il via alle riforme. Ha contribuito a risolvere i conflitti di Aceh in Indonesia, e sta mediando a Mindanao nelle Filippine. Anche se l’Europa non ha una Settima flotta dispiegata in Giappone, alcuni stati membri si stanno già occupando direttamente della sicurezza in Asia: i britannici hanno alcune strutture militari in Brunei, in Nepal e nell’isola di Diego Garcia, mentre i francesi hanno una base navale a Tahiti. Inoltre stanno rafforzando questo tipo di legami: per esempio, nel tentativo di diversificare le relazioni per la sicurezza del suo paese, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha detto di voler aderire agli Accordi per la difesa delle cinque potenze, un trattato per la sicurezza che include il Regno Unito. Gli stati membri dell’Unione Europea forniscono armi e attrezzature militari all’avanguardia come aerei e fregate a paesi democratici come India e Indonesia. Insomma, l’UE è tutt’altro che irrilevante.

“L’Europa si disintegrerà”

É prematuro dirlo. Il rischio di una disintegrazione europea è reale. Lo scenario più ottimistico contempla un’Europa divisa in tre parti: un nucleo centrale, quello della Zona Euro; una fascia di paesi che come la Polonia si sono già impegnati a entrare nell’euro (i “pre-in”); e un gruppo di paesi che come il Regno Unito non hanno intenzione di entrare nella valuta unica (i paesi “opt-out”). In uno scenario molto più pessimistico, invece, c’è da aspettarsi che alcuni paesi della Zona Euro come Cipro e Grecia siano costretti ad abbandonare l’Unione monetaria e che altri stati membri dell’UE come il Regno Unito possano uscire addirittura dall’edificio europeo, con enormi implicazioni e conseguenze per le risorse dell’UE e per la sua immagine nel mondo. Sarebbe una vera tragedia se un tentativo di salvare la Zona Euro portasse alla disintegrazione dell’Unione Europea. Tuttavia gli europei sono ben consapevoli di questo rischio e c’è la volontà politica di scongiurarlo.

Il finale della lunga storia europea resta in buona parte ancora da scrivere. Non si tratta di una semplice scelta tra una maggiore integrazione e la disintegrazione. L’elemento chiave è capire se l’Europa riuscirà a salvare l’euro senza spaccare l’Unione Europea. Se gli stati membri saranno in grado di coalizzare le loro risorse, troveranno il loro meritato posto accanto a Washington e a Pechino nel forgiare il mondo del XXI secolo. Come disse Charles Krauthammer parlando dell’America, “il declino è una scelta”. Vale anche per l’Europa.

[…Leggi anche la prima parte…]

(Mark Leonard e Hans Kundnani per Foreign Policy, trad. italiana di Presseurop.eu)

Foto: wigu/flickr.com

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