Lo stato dell’Europa – Il Vecchio continente è ancora in gamba (1/2)

Ormai è un luogo comune affermare che l’UE è in declino. Ma dietro le esagerazioni sulla crisi dell’euro, l’Unione continua a essere una potenza di prim’ordine a livello politico, economico e militare. Qui di seguito alcuni estratti di un articolo apparso su Foreign Policy, ripresi da Presseurop.eu, basato su una serie di stereotipi giornalistici, in particolare di matrice americana.

“L’Europa è storia passata”

No. Di questi tempi molti parlano dell’Europa come se fosse già caduta nel dimenticatoio. Con la sua crescita anemica, la crisi dell’euro in corso e le complessità del suo processo decisionale, l’Europa è indubbiamente un bersaglio facile per le critiche. La sbalorditiva ascesa di paesi come Brasile e Cina negli ultimi anni oltretutto ha indotto molte persone a credere che il Vecchio mondo sia destinato a diventare il proverbiale cumulo di ceneri.

Ma i sostenitori del declino farebbero bene a tenere a mente alcuni incontrovertibili dati di fatto. Non soltanto l’Unione Europea continua a essere l’economia più grande del mondo, ma oltretutto ha il budget per la difesa più cospicuo dopo quello degli Stati Uniti, con oltre 66mila uomini dispiegati in varie parti del globo e circa 57mila diplomatici (l’India ne ha più o meno 600). Il PIL procapite dell’UE in termini di potere d’acquisto è ancora oggi il quadruplo di quello cinese, il triplo di quello brasiliano e nove volte superiore a quello dell’India. Se questo significa declino, di certo supera di molto la qualità della vita in una potenza in ascesa.

Il potere, naturalmente, dipende non solo da queste risorse, ma anche dalla capacità di convertirle in risultati tangibili. E anche in questo caso l’Europa raggiunge in pieno l’obiettivo: nessun’altra potenza, a esclusione degli Stati Uniti, ha avuto un impatto simile sul resto del pianeta negli ultimi venti anni. Dalla fine della Guerra fredda, l’UE si è espansa pacificamente fino ad annettere 15 nuovi stati membri e ha trasformato buona parte dei paesi confinanti, riducendo i conflitti etnici, esportando la legalità e sviluppando le economie locali dal Baltico ai Balcani. Provate a paragonare tutto ciò con la Cina, la cui ascesa provoca paura e resistenze in tutta l’Asia.

È vero: l’UE oggi è alle prese con una crisi esistenziale. Pur facendo fatica, tuttavia, contribuisce ancora in maggior misura rispetto ad altre potenze a risolvere sia i conflitti regionali sia i problemi globali. Quando nel 2011 scoppiarono le rivoluzioni arabe, l’UE che si presumeva in bancarotta in realtà ha offerto molti più soldi per sostenere la democrazia in Egitto e in Tunisia di quanti ne abbiano dati gli Stati Uniti. Quando il leader arabo Muammar Gheddafi nel marzo 2011 era in procinto di scatenare un massacro a Bengasi, sono state Francia e Regno Unito a fermarlo e a prendere in mano le redini della situazione. Quest’anno la Francia è intervenuta per evitare che i jihadisti e i trafficanti di droga prendessero pieno possesso del Mali. Gli europei forse non hanno fatto abbastanza per fermare il conflitto in Siria, ma di sicuro hanno fatto quanto chiunque altro per porre termine a queste tragiche vicende.

Da un certo punto di vista è vero che l’Europa sta vivendo un declino inesorabile. Per quattro secoli, del resto, è stata la forza dominante nelle relazioni internazionali. Era dunque inevitabile, oltre che auspicabile, che col tempo altri protagonisti gradualmente affiorassero e colmassero il divario in termini di ricchezza e potere. Dalla Seconda guerra mondiale, questo processo di recupero delle altre potenze si è accelerato. Ma gli europei ne traggono vantaggio: per mezzo della loro interdipendenza economica con le potenze in ascesa, comprese quelle in Asia, gli europei hanno continuato ad aumentare il loro PIL e migliorato la loro qualità della vita. In altri termini, gli europei sono in declino relativo come gli statunitensi – a differenza, per esempio, dei russi alla frontiera orientale del continente – non in declino assoluto.

“La zona euro è un fallimento economico”

Soltanto in parte. Molte persone descrivono l’Eurozona, l’insieme di 17 paesi [che condivide un’unica valuta, l’euro, come un disastro economico. Nel complesso, però, quest’area ha un indebitamento minore e un’economia più competitiva di molte altre regioni del mondo. Per esempio, il Fondo monetario internazionale prevede che il deficit pubblico congiunto in termini di percentuale del PIL nel 2013 sarà del 2,6%, appena un terzo di quello degli Stati Uniti. L’indebitamento pubblico lordo rispetto al PIL è più o meno come quello statunitense, e molto inferiore a quello giapponese. Alla zona euro si deve il 15,6% delle esportazioni mondiali, un dato di molto superiore a quello degli Stati Uniti (8,3%) e del Giappone (4,6%).

La vera differenza tra la Zona euro e gli Stati Uniti o il Giappone è che vi sono squilibri interni ma non è un paese vero e proprio, e che essa ha una valuta comune ma non un tesoro comune. I mercati finanziari pertanto prendono in considerazione i dati peggiori dei singoli paesi – per esempio quelli di Grecia e Italia – invece che le cifre aggregate. E più di ogni altra cosa, la crisi della Zona euro è un problema politico più che un problema economico.

“Gli europei vengono da Venere”

Assolutamente no. Nel 2002, il famoso scrittore americano Robert Kagan scrisse “Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere”. In tempi più recenti Robert Gates, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, nel 2010 ha messo in guardia dal processo di “smilitarizzazione” dell’Europa. Invece, non soltanto gli eserciti europei sono tra i più forti al mondo, ma oltretutto questi giudizi trascurano del tutto uno dei più grandi successi della civiltà umana: un continente che ha scatenato i conflitti più devastanti della storia ha ormai concordato di rinunciare alla guerra sul suo territorio.

Inoltre, all’interno dell’Europa vi sono enormi discrepanze di atteggiamento nei confronti degli usi e degli abusi della forza. I paesi più falchi da questo punto di vista, Polonia e Regno Unito, sono più vicini agli Stati Uniti che alla colomba Germania. E diversamente da potenze in ascesa come la Cina, che proclamano il principio di non ingerenza, gli europei sono ancora pronti a utilizzare la forza per intervenire all’estero. Chiedetelo agli abitanti della città maliana di Gao, occupata per circa un anno dagli islamisti finché i soldati francesi non li hanno cacciati, se considerano gli europei dei timidi pacifisti.

Al tempo stesso, ora che gli Stati Uniti si sono ritirati dalle guerre in Afghanistan e Iraq per concentrarsi sul processo di “nation-building a casa nostra” paiono loro sempre più venusiani. Secondo Transatlantic Trends, un sondaggio a scadenze regolari effettuato dal fondo tedesco Marshall, soltanto il 49% degli americani pensa che l’intervento in Libia fosse la cosa giusta da fare, rispetto al 48% degli europei. E adesso vogliono ritirare i loro contingenti dall’Afghanistan più o meno tanti americani (68%) quanti europei (75%).

Molti americani che criticano l’Europa puntano il dito contro i bassi livelli delle spese militari del Vecchio continente. In realtà, secondo l’Istituto di ricerche per la pace internazionale di Stoccolma, nel complesso gli europei hanno pagato nel 2011 l’equivalente del 20% delle spese militari mondiali complessive, rispetto all’8% della Cina, al 4 della Russia e a meno del 3% dell’India.

[…Continua…]

(Mark Leonard e Hans Kundnani per Foreign Policy, trad. italiana di Presseurop.eu)

Foto: wigu/flickr.com

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