Le imprese italiane vogliono crescere all’estero

Le imprese italiane guardano all’estero per compensare, almeno in parte, il calo di domanda in Italia dovuto alla crisi. Nel 2013 l’export italiano è cresciuto, sia quello verso i paesi europei che quelli al di fuori del nostro continente. Ad esempio, le vendite di prodotti e di servizi italiani hanno avuto un forte aumento a maggio di quest’anno in Giappone, Russia, nei paesi del Sud America, in quelli del Sud-Est asiatico e in Cina. Dai dati pubblicati dall’Istat emerge che, rispetto al periodo precedente, c’è stato un balzo in avanti per l’energia e i beni strumentali.

Intanto Unione Europea e Stati Uniti stanno discutendo un grande accordo commerciale per favorire gli scambi di merci e servizi fra i due continenti. Questa sarebbe la piattaforma di scambi più grande del mondo e offrirebbe vantaggiose opportunità per i paesi coinvolti, a patto che i negoziati vengano discussi «con attenzione – avvisa Alessandro Politi, docente di geopolitica ed esperto di monitoraggio strategico – per valutare gli effetti di breve e lungo periodo». Il “libero mercato”, anche in un periodo di crisi, potrebbe danneggiare le economie più deboli e peggiorare gli effetti della congiuntura economica. Secondo un’indagine del Ministero dello sviluppo economico italiano il nostro paese sarebbe quello a trarre maggiori vantaggi da un accordo commerciale con gli Usa.

Quali sono le strategie efficaci per tenere su di giri il volano delle esportazioni italiane nel breve e nel lungo periodo? Come spiega Giorgio Barba Navaretti dietro e dentro un bene esportato ci sono tante cose, ovvero «servizi, prodotti agricoli e prodotti importati», e bisogna tenere a mente quattro «lezioni di grandissima importanza per la politica economica del nostro Governo». Navaretti sostiene che non bisogna temere le forniture estere perché «i componenti importati sono indispensabili per la competitività delle imprese che continuano a produrre in Italia». Inoltre «gli innesti internazionali delle imprese devono essere incoraggiati e rafforzati», cioè non avere paura delle delocalizzazioni.

«Il vantaggio comparato» secondo Navaretti è un punto di forza dell’Italia: si tratta di quel valore aggiunto nazionale dovuto a diversi fattori, per esempio le «reti di fornitura sul territorio nazionale, fondate su competenze ed economie di agglomerazione costruite in decenni di attività». Oppure lo stesso valore aggiunto del “made in Italy”.

Il Mercato unico europeo, che è «l’area a maggiore integrazione produttiva del mondo», deve essere «rafforzato». Infine occorre investire sui «servizi» che «sono componenti fondamentali del manifatturiero, soprattutto ad alto valore aggiunto» nei quali, dagli anni ‘90 ai 2000, sono stati creati posti di lavoro che hanno «più che compensato i posti direttamente persi negli impianti industriali».

Nei prossimi anni saranno una trentina i mercati nei quali le grandi imprese italiane potranno espandersi con più facilità. Le aree a più alto potenziale sono state individuate dalla ricerca che Ice-Prometeia ha condotto per il Comitato Leonardo sui paesi emergenti. Per i beni di consumo i mercati più appetibili sono in Medio oriente, Cile, Messico e Malesia; per i beni di investimento, ovvero i macchinari per la produzione di altri beni, le maggiori opportunità sono in Indonesia, Malesia, Messico, Colombia e Perù. Infine, i mercati più attraenti per le infrastrutture sono in Indonesia, Pakistan, Thailandia e Vietnam.

Per le piccole e medie imprese italiane, però, questi nuovi mercati sono difficili da raggiungere. Il ministro degli esteri Emma Bonino ha lanciato un’appello alle grandi imprese «che nei mercati ci vanno da sole» e che potrebbero «portarsi dietro una parte di piccole e medie imprese».

Approfondimenti:

– L’appello del Ministro degli Esteri Emma Bonino alle grandi imprese che vanno all’estero su Tiscalinotizie.

(Augusto Giannattasio per italianioltrefrontiera.com)

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