Breve storia della socialdemocrazia slovacca – di Ferdinando Leonzio (parte 3 di 4)

Parte 3

Mentre dunque la socialdemocrazia cecoslovacca, dopo le due finte fusioni, ma sostanziali confluenze, del 1944 e del 1948 sembrava aver terminato la sua corsa, molti socialisti che avevano scelto l’esilio a Londra la fecero rivivere e riuscirono a tenere alta la bandiera dell’autonomia socialista, radicandola saldamente nella tradizione democratica occidentale.

Essi operarono fra mille difficoltà, sostenuti dai loro compagni dei vari partiti socialisti.

Ecco perché almeno alcuni di loro meritano di essere ricordati.

Anzitutto Blažej Vilím, artigiano, nato a Praga il 3/2/1909. Per breve tempo, alla fine degli anni ‘20, egli fu iscritto al partito comunista, ma ne fu espulso per presunti atteggiamenti trotskisti. Nel 1931 aderì alle organizzazioni giovanili socialdemocratiche e nel 1935 divenne segretario del sindacato dei metallurgici. Durante la seconda repubblica cecoslovacca, essendo stato vietato il partito socialdemocratico, fu tra i fondatori del Partito Nazionale del Lavoro. Durante la seconda guerra mondiale fu un membro attivo della Resistenza e fu anche arrestato dalla Gestapo (febbraio 1940).

Dopo la liberazione, in qualità di responsabile nazionale del settore, si dedicò alla ricostruzione della rete organizzativa socialdemocratica, particolarmente in Slovacchia, dove il partito era praticamente scomparso – ad eccezione del piccolo Partito Laburista, di orientamento socialdemocratico – in seguito alla fusione del 1944, da lui mai condivisa.

Nel 1945-46 fu membro dell’Assemblea Nazionale provvisoria e nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente. Al congresso socialdemocratico di Brno del 1947, in alternativa alla sinistra del partito e alla leadership di Fierlinger, sostenne la candidatura del centrista Laušman. Nel 1948 fu tra gli esuli a Londra, dove venne riorganizzata la socialdemocrazia, di cui fu presidente da maggio a settembre del 1948. Fu anche segretario generale dei socialdemocratici europei in esilio (1948-50). Nel 1968, durante la “primavera di Praga”, fu in contatto col Comitato Preparatorio per la ricostruzione socialista in Cecoslovacchia. Dal 1971 al 1974 collaborò alla rivista Prospettive del socialismo. Morì a Londra il 26/9/1976.

A succedere a Vilim, nel 1948, nella carica di presidente dei socialdemocratici in esilio (1948-1972) fu Vlacav Majer (22/1/1904-26/1/1972), minatore e sindacalista della categoria in gioventù. Iscrittosi al partito socialdemocratico, nel periodo 1935-38 fece parte del suo Comitato Centrale. Nel 1939, dopo l’occupazione della Cecoslovacchia, si unì alla Resistenza. Nel maggio 1940 entrò a far parte dell’esercito cecoslovacco in Francia, dopo il cui crollo fu evacuato, assieme alla sua unità, in Gran Bretagna, dove il presidente Beneš lo nominò membro del Consiglio Nazionale cecoslovacco. Nel periodo 1944-45 fu ministro dell’Industria e del Commercio del governo cecoslovacco in esilio.

Dopo la guerra, negli anni 1945-46 fu membro dell’Assemblea Nazionale provvisoria e ministro per l’Alimentazione nel I e nel II governo Fierlinger. Nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente, sempre per la socialdemocrazia, della cui ala destra divenne un importante esponente, fu riconfermato ministro anche nel I governo Gottwald. Al congresso di Brno si contrappose al centrista Laušman, per concorrere alla carica di presidente del partito, non riuscendo però nell’intento. Durante la crisi del febbraio 1948, che portò al “colpo di Praga” propose che i ministri socialdemocratici si unissero a quelli dei partiti d’opposizione nel presentare le dimissioni dalla carica, ma fu messo in minoranza dalla «sinistra» e dai centristi. Di conseguenza il 25/2/1948, quando cioè fu formato il II governo Gottwald, Majer non fu riconfermato ministro e, successivamente, quando nel partito prevalse nuovamente la sinistra, ne fu espulso. Nella successiva estate 1948 emigrò all’estero, rimanendovi fino alla morte.

Dopo Majer, e fino alla “Rivoluzione di velluto“ che decretò la fine del regime comunista, presidente dei socialdemocratici in esilio fu Vilém Bernard, nato a Nachod il 25/5/1912. Studiò nella sua città, dove fece parte del movimento socialdemocratico. Laureatosi in giurisprudenza, negli anni 1935-38 fu presidente degli studenti socialdemocratici e, nel periodo 1936-38, presidente del Fronte studentesco per I diritti democratici, contro la guerra e la reazione fascista. Nell’agosto 1939 si recò in Polonia, dove lo colse lo scoppio della seconda guerra mondiale; emigrò poi in URSS, dove lavorò come impiegato di banca fino al 1942, quando si arruolò nell’esercito cecoslovacco in URSS.

Nel 1943-45 fu addetto consolare dell’ambasciata cecoslovacca a Mosca. Nell’aprile 1945 fu a capo del Dipartimento politico del primo ministro Fierlinger, divenendo poi, dall’ottobre 1945 al marzo del 1946, ministro e membro della Direzione del partito. Negli anni 1945 e 1946 fece parte dell’Assemblea Nazionale provvisoria e fu poi eletto all’Assemblea Costituente, dove rimase fino al 1948.

Inizialmente vicino alla sinistra socialdemocratica di Fierlinger, al congresso di Brno si schierò coi centristi di Laušman, per assicurare l’autonomia del partito.

Verso la fine del marzo 1948 andò in esilio, prima in Austria e poi in Inghilterra, dove partecipò alla ricostituzione del partito, del cui Comitato Esecutivo Centrale fu chiamato a far parte. In seguito rappresentò il partito presso l’Internazionale Socialista e l’Unione Socialista dell’Europa Centrale ed Orientale, di cui è stato Segretario Generale nel periodo 1948-1989. Eletto alla presidenza del partito nel 1973, rinunciò a tale carica nel giugno 1989, al congresso di Heidelberg, che lo elesse presidente onorario. Morì in Inghilterra il 25/5/1992.

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Gli anni che seguirono “al colpo di Praga” furono caratterizzati dal consolidamento del potere comunista: furono allontanati dalle posizioni di comando tutti i non comunisti ed anche i comunisti non allineati; nel 1949 la Cecoslovacchia aderì al Comecon e nel 1955 al Patto di Varsavia; cessò ogni dialettica politica, tutte le istituzioni furono piegate allo stile di governo stalinista. Tutto ciò ebbe il suo rappresentante più autorevole in Antonín Novotný, successore di Gottwald alla guida del partito (1953-1968) e di Zápotocký alla presidenza della Repubblica (1957-1968).

La Costituzione del 1948 aveva definito la Cecoslovacchia “Democrazia popolare”, cioè un Paese che procedeva verso la costruzione del socialismo. In realtà essa era diventata un satellite dell’URSS.

Con la Costituzione dell’11 luglio 1960, ritenendosi ormai realizzata la società socialista, che secondo una vecchia tradizione era quella che doveva assicurare l’applicazione del principio “a ciascuno secondo il suo lavoro”, si dava vita alla Repubblica Socialista Cecoslovacca (Československá Socialistická Republika), ancora con amministrazione centralizzata. Raggiunto quindi il suo primo obiettivo, cioè il “socialismo”, la Cecoslovacchia avrebbe continuato la sua marcia verso un ulteriore sviluppo della società, cioè verso il comunismo (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”). Questo uso disinvolto del termine “socialismo” era suscettibile di causare grande confusione di linguaggio e di ingenerare effetti importanti anche nelle vicende politiche future.

Per tutto il periodo compreso tra la rivoluzione industriale e la  prima guerra mondiale, i termini socialismo e comunismo, furono usati sostanzialmente come sinonimi per indicare le ideologie e i movimenti politici che si proponevano di costruire una società senza classi, dove non fosse più possibile, secondo la prevalente visione marxista, la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Per realizzare questi obiettivi erano sorti, nei diversi Stati, partiti politici, organizzati nella Seconda Internazionale, fondata a Parigi nel 1889, che avevano indifferentemente assunto la denominazione di socialisti o socialdemocratici, dei quali il più autorevole era il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD). Il partito di cui Lenin era leader si chiamava Partito Operaio SocialDemocratico Russo (POSDR). All’Internazionale aderivano anche  partiti detti laburisti, presenti soprattutto nei Paesi anglosassoni, spesso emanazione dei sindacati e costituiti al fine di penetrare, con proprie rappresentanze, nelle pubbliche istituzioni, onde ottenere norme a sostegno dei lavoratori.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, contravvenendo agli impegni presi nei congressi dell’Internazionale, molti di quei partiti, segnatamente il tedesco, il francese e il britannico, si schierarono col proprio governo “borghese” aderendo così ciascuno di essi alla propria union sacrée, in difesa della loro patria, ma in contrasto con l’internazionalismo proletario.

Lenin, contrario alla guerra, bollò i dirigenti di quei partiti come socialtraditori e, per distinguersi da loro, fece adottare (1917) al POSDR la nuova denominazione di Partito Comunista bolscevico, poi PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica). Dopo la guerra, molte delle correnti di sinistra dei vari partiti socialisti o socialdemocratici si staccarono dal loro partito di origine per costituire un autonomo partito comunista e formarono la Terza Internazionale comunista, fortemente influenzata dal PCUS.

Il socialismo, di cui i comunisti si ritenevano i più autentici interpreti, rimaneva tuttavia per loro l’obiettivo della loro azione politica, tanto che il nuovo Stato fondato da Lenin e dal partito comunista bolscevico fu denominato URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche).

Tuttavia sia i partiti comunisti che quelli socialisti o socialdemocratici confermavano come loro obiettivo la costruzione di una società socialista. La differenza consisteva nel fatto che i comunisti miravano alla conquista rivoluzionaria del potere, da esercitare mediante la dittatura del proletariato, presto divenuta dittatura del partito comunista o addirittura della burocrazia comunista; i socialisti/socialdemocratici miravano invece alla conquista e all’esercizio democratici del potere per portare il loro Paese al socialismo, col metodo gradualista.

I socialisti/socialdemocratici, pertanto, consideravano i comunisti come coloro che avevano abbandonato l’essenza democratica e libertaria del socialismo, per costruire oppressive dittature che non avevano nulla di socialista, nonostante si dessero spesso tale appellativo.

I comunisti però consideravano se stessi come i veri e convinti fautori della costruzione della società socialista e consideravano i socialisti/socialdemocratici come rinunciatari o addirittura come rinnegati, che di socialista avevano solo il nome.

Di conseguenza i comunisti continueranno ad usare il termine “socialismo”, secondo la propria visione politica, sempre più lontana da quella dei socialisti/socialdemocratici.

Come si vede una confusione in cui anche il più agguerrito dei lettori rischia di perdersi.

Si aggiunga, inoltre, che all’interno del movimento socialista operavano (ed operano) partiti denominati “socialisti” ed altri detti “socialdemocratici” (per non parlare dei  “laburisti”).

I due termini, inizialmente intercambiabili – ed in tal senso li abbiamo usato noi – con la successiva evoluzione storico-politica, hanno indicato, in genere, come socialisti  veri e propri quei partiti che perseguivano, ma sempre con metodo democratico, un cambiamento radicale della società capitalistica; come socialdemocratici, invece, quei partiti che si proponevano di gestire al meglio la società attuale, senza modificarne la struttura, ma ponendo mano ad una politica di graduali riforme volte a realizzare una sempre maggiore giustizia sociale.

Quest’ultima differenza, politica e  linguistica, tra socialismo e socialdemocrazia, in tempi abbastanza recenti, è venuta a cadere e i due termini sono ridivenuti sinonimi, in quanto ormai il socialismo è visto come una continua evoluzione, senza strappi rivoluzionari e “fughe in avanti”, verso una società più giusta, realizzata nella libertà, basata su una democrazia sempre più larga e condivisa.

Cosa ha comportato in concreto la confusione di linguaggio causata dai comunisti in Cecoslovacchia (ed altrove, ovviamente), definendo il loro come regime socialista?

Che quando, sotto la spinta popolare, è crollato il loro potere che, secondo loro, aveva dato vita al cosiddetto “socialismo reale”, molta gente non ha fatto la necessaria distinzione fra comunismo e socialismo,  fra comunisti e socialisti/socialdemocratici, ed ha travolto nel suo giudizio negativo anche questi ultimi, che invece erano anch’essi stati vittime della dittatura. A rafforzare questa tendenza nell’elettorato ha contribuito anche la “pudica” scelta di certi partiti comunisti – compreso quello cecoslovacco – di dar vita ad improbabili «partiti democratici della sinistra», non più denominati comunisti, ma neanche socialisti, visto che tale appellativo, nel comune sentire delle società dell’Europa centro-orientale, evocava la passata dittatura, il regime cosiddetto “socialista”.

La ripresa organizzativa del vero movimento socialista/socialdemocratico e la sua incidenza sulla nuova realtà democratica saranno dunque rallentate, nel periodo successivo al crollo del vecchio regime, dal diffuso sentimento anticomunista, che coinvolgerà tutto ciò che anche lontanamente odorasse di sinistra.

Intanto abbiamo visto che in Cecoslovacchia il movimento socialista/socialdemocratico si era diviso tra coloro che si erano fusi con i comunisti, in nome dell’unità della classe operaia, ma in realtà erano stati assorbiti da loro; e i fautori dell’autonomia socialista che, se sfuggiti al carcere, avrebbero affrontato un destino di esilio, fatto di nostalgici congressi e rituali cerimonie, lontani dalle masse del loro Paese.

L’idea del socialismo, comunque intesa o interpretata, filosoficamente o politicamente, non era affatto morta in Cecoslovacchia: essa viveva nel ricordo e nella speranza di migliaia di militanti e si faceva strada persino nelle file dello stesso partito comunista, nato dal distacco dalla casa-madre socialista nel 1921.

Questa riflessione politica, questa nuova ansia di libertà, questo tormento esistenziale trovarono la loro espressione più autentica in un personaggio la cui fama avrebbe varcato i confini nazionali, anche per l’originalità del suo apporto teorico e pratico tendente a dimostrare la possibilità concreta di conciliare la trasformazione in senso socialista della società con la libertà, anzi a considerare i due termini complementari e inscindibili: fu Alexander Dubček, slovacco, ad iniziare, come fu detto, un «nuovo corso» della politica cecoslovacca.

 

Dubček era nato in uno sperduto villaggio slovacco, Uhrovec, il 21 novembre 1921. All’età di quattro anni era emigrato, con tutta la famiglia, in Unione  Sovietica. Ritornato in patria già adulto, aveva aderito alla Resistenza e partecipato all’Insurrezione Nazionale slovacca nel 1944. Nel 1951 era diventato deputato all’Assemblea Nazionale, nel 1960 era entrato nel C.C. del KSČ e nel 1963 era diventato segretario del Partito Comunista Slovacco. Un “curriculum” di grande prestigio che gli spianò la strada verso la massima carica politica cecoslovacca, anche grazie all’appoggio del gran numero di «riformatori»  che si era formato attorno a lui, da tempo convinto assertore della dottrina delle «vie nazionali al socialismo».

Il nuovo segretario del KSČ era stato eletto, al posto del conservatore Novotný, il 5 gennaio 1968, sull’onda della destalinizzazione avviata in precedenza in Unione Sovietica.

Poco più di due mesi dopo il generale Ludvík Svoboda subentrò a Novotný alla presidenza della repubblica. Seguì una ventata di libertà che investì i mezzi di informazione e gli ambienti culturali, presso i quali cominciarono a circolare idee nuove; e riemerse l’aspirazione della Slovacchia ad ottenere più ampia autonomia.

Fu allora che alcuni vecchi socialdemocratici tentarono di ricostituire il loro partito, che  prima di ogni altro aveva predicato la necessità di coniugare la giustizia con la libertà.

Cominciò così «la primavera di Praga», una breve stagione politica, durante la quale un intero popolo riprese a discutere, a decidere, a sognare… il «socialismo dal volto umano», speranza di tutti gli oppressi del mondo. Sì, del mondo, perché l’idea era contagiosa, era suscettibile di contaminare altri paesi che si trovavano in condizioni analoghe, compresa la stessa URSS. Lo capì ben presto la casta burocratica espressa dallo sclerotico regime di Breznev, la quale governava la prima potenza comunista in nome del partito, il quale esercitava il suo potere in nome del proletariato, il quale però non contava granché; lo capì dunque quella che il politico-scrittore jugoslavo Milovan Gilas aveva chiamato la «nuova classe» (nova klasa) la quale, per istinto di autoconservazione, scelse l’intervento armato (21/8/1968) che soffocò ogni tentativo di rinnovamento e soffocò anche il tentativo di ricostruzione del Partito Socialdemocratico Cecoslovacco. Per l’occasione, essa creò la dottrina della «sovranità limitata».

A ben riflettere qualcosa di simile succederà anni dopo nell’altra metà del mondo, quando il capitalismo deciderà di porre fine al progetto, altrettanto importante e contagioso di quello di Dubček, effettuato in Cile da Salvador Allende.

Il 17 aprile del 1969 Dubček fu rimosso da segretario del KSČ e sostituito con Gustáv Husák (dal 1975 anche Presidente della Repubblica), slovacco anch’egli, ma con l’incarico di avviare la cosiddetta “normalizzazione”. Nel 1970 Dubček sarà espulso dal partito.

Fu quindi restaurata la continuità col periodo precedente le riforme e si ritornò alla repressione del dissenso e quindi al conformismo e alla stagnazione della vita politica. L’unica novità di questo grigio periodo fu l’introduzione, con la legge costituzionale del 28/10/1968, in vigore dal 1/1/1969, del federalismo, al posto del vecchio stato centralistico. Si ebbe quindi la nuova Assemblea Federale, accanto al Consiglio Nazionale slovacco e a quello ceco.

Alla stagnazione politica seguì quella economica, per cui il malumore contro il regime cominciò ad ampliarsi e ad organizzarsi. La prima manifestazione pubblica di dissenso apparve su giornali tedesco-occidentali il 6/1/1977 per mezzo di un documento assai critico, chiamato Carta 77, firmato inizialmente da 243 personalità.

La crisi del regime, ormai irreversibile, si manifestò con le dimissioni (17/12/1987) di Husák da segretario del partito comunista. Una serie di manifestazioni nelle principali città, di cui la prima a Bratislava (16/11/1989), costrinse qualche tempo dopo il presidente Husák e il nuovo segretario del partito Miloš Jakeš alle dimissioni (dicembre 1989). Il 29 dicembre fu eletto alla presidenza della repubblica il ceco Václav Havel, scrittore dissidente e leader della nuova formazione Forum Civico, sostenuto da masse sempre più numerose; in Slovacchia si formò il Pubblico Contro la Violenza. Alla presidenza del Parlamento federale fu chiamato uno slovacco, il prestigioso Alexander Dubček, il comunista che fu un vero socialista.

Nello stesso mese di dicembre del 1989 Husák, prima di dimettersi, aveva nominato un governo di coalizione che comprendeva ancora i comunisti, ma in minoranza per numero di ministeri.

Nell’arco di un mese e mezzo, mediante una rivoluzione non violenta, per questo detta «Rivoluzione di velluto» (nežná revolúcia), la Cecoslovacchia passò dunque dalla dittatura alla democrazia.

… Continua …

(Ferdinando Leonzio)

Nella foto sotto al titolo: un’opera del realismo socialista cecoslovacco (fonte galerierudolfinum.cz), l’immagine del simbolo del Partito comunista cecoslovacco (KSČ) è tratta da jangaso.sk.

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