Breve storia della socialdemocrazia slovacca – di Ferdinando Leonzio (parte 2 di 4)

Parte 2

Jozef  Tiso con Adolf Hitler, Berlino 1941 (foto Wikipedia Commons)

Il 5 ottobre 1938 il Comitato Esecutivo del Partito Popolare Slovacco, organizzazione della destra slovacca, col consenso di tutti gli altri partiti, ma con l’eccezione di quello socialdemocratico (quello comunista era già vietato) formò in Slovacchia un governo autonomo capeggiato da Jozef Tiso. Lo Stato venne quindi ridenominato Ceco-Slovacchia (Česko-Slovenská republika, col trattino), conosciuto anche come “Seconda Repubblica” cecoslovacca.

La durata di quest’ultima fu però assai breve, poiché il 14 marzo 1939 la Slovacchia, con l’appoggio della Germania nazista, di cui divenne stato satellite, ottenne una formale indipendenza, dando vita a quella che sarà anche detta «Prima Repubblica Slovacca » (prvá Slovenská republika o Slovenský štát), in cui fu vietato il partito socialdemocratico.

Il giorno successivo il presidente Hácha fu costretto a cedere quello che era rimasto dello Stato cecoslovacco, e cioèla Boemiaela Moravia, che il 16/3/1939 divennero l’omonimo Protettorato tedesco.

In questi territori il partito socialdemocratico si era già sciolto il 18 dicembre 1938, auspicando la formazione di un «partito unico dei lavoratori», di cui i più convinti sostenitori furono i socialisti di sinistra Šoltész, Rašla e Čech. Molti  componenti della socialdemocrazia avevano allora costituito il Partito Nazionale del Lavoro (Národní Strana Práce), che avrebbe dovuto sostituirlo, ma che, invece, ebbe vita solo nel periodo della «Seconda Repubblica» (1938-1941), di cui costituì l’opposizione democratica.

Leader ne furono l’ex esponente socialdemocratico Antonín Hampl (presidente), Jaromír Nečas (vicepresidente) e Bohumil Laušman (segretario). Con l’occupazione nazista tutti i partiti, ovviamente, cessarono di esistere.

La dissoluzione del partito comunista portò alla fuga di molti dirigenti a Mosca, dove essi ricostituirono il partito in esilio e, per altro verso, alla formazione (1939) di un autonomo Partito Comunista Slovacco, operante appunto nella Slovacchia.

Della  vecchia Cecoslovacchia non rimaneva quasi nulla, e cioè: il Protettorato di Boemia e Moravia, sotto il diretto controllo della Germania nazista e la RepubblicaSlovaccadi mons. Tiso, formalmente indipendente, ma in realtà stato satellite dei tedeschi.

Intanto a Londra Beneš (1884-1948) ed altri esiliati cecoslovacchi organizzavano un governo in esilio (giugno 1940), affiancato da un Consiglio Nazionale provvisorio, sostenuto dal Fronte Nazionale, alleanza dei partiti antifascisti. Il governo fu riconosciuto dalle potenze antifasciste solo dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale (1/9/1939): dal Regno Unito il 18 luglio 1940; dall’URSS e dagli USA nel 1941, anno del loro ingresso in guerra.La Slovacchiadi Tiso si unì all’Asse il 24 novembre 1940.

La socialdemocrazia slovacca fin dal 1939 cominciò a riorganizzarsi clandestinamente, dando vita a diversi gruppi . Alcuni di questi gruppi, su posizioni di «sinistra», furono propensi alla fusione coi comunisti; altri furono più vicini alla sinistra democratica e si collegarono col governo in esilio a Londra: tutti furono parimenti impegnati nella lotta antifascista e spesso pagarono il loro impegno col carcere, in cui finirà per trovarsi l’intera presidenza della socialdemocrazia (Korman, Pocisk, Zimak, ecc.).

Mentre l’esercito del governo fantoccio di Bratislava affiancava quello della Germania nazista,la Slovacchiademocratica si batteva contro il fascismo su due fronti: unità militari cecoslovacche, organizzate sotto la direzione del governo in esilio, combattevano accanto agli eserciti alleati per la liberazione dell’Europa, mentre la resistenza armata si organizzava in Slovacchia.

Nel dicembre 1943 il governo Beneš giunse ad un trattato di alleanza con l’Urss e si adoperò anche per l’inserimento di esponenti comunisti nel governo in esilio, al fine di rendere unitaria la Resistenza al fascismo (il progetto sarà realizzato nel marzo 1945).

Con l’«accordo di Natale» del dicembre 1943 fu creato un Consiglio Nazionale Slovacco composto dai socialdemocratici, rappresentati da I.Horváth e J.Soltész, dai comunisti e dagli esponenti della resistenza civica.

Soldati insorti nel 1944 (SNP) a Liptovska Osada

L’episodio più clamoroso ed esaltante della Resistenza slovacca, noto come «Insurrezione Nazionale Slovacca» (SNP), ebbe inizio il 29 agosto 1944, con l’obiettivo di rovesciare il governo collaborazionista di Jozef Tiso. All’insurrezione, che fu definitivamente sconfitta il 28 ottobre1944 inseguito all’intervento diretto dell’esercito tedesco, presero parte reparti ammutinati dell’esercito slovacco, prigionieri di guerra francesi, partigiani sovietici, altri partigiani provenienti da oltre 30 paesi, comunisti e partigiani di altra provenienza politica.

Durante l’insurrezione la socialdemocrazia cercò di creare una propria rete organizzativa, sotto la direzione  di un Comitato clandestino avente sede a Bratislava, di cui facevano parte J.Pocisk, F.Zimák, D.Ertl, A.Bahurinský, V.Polák, J.Čech e P.Viboch.

Sempre in questo periodo si fece strada l’idea che occorreva arrivare ad un movimento rivoluzionario unitario, praticamente alla unificazione coi comunisti.

Questa impostazione fu condivisa in particolare dai giovani socialisti impegnati nella Resistenza attiva,  mentre quelli più anziani, forse memori delle antiche polemiche coi comunisti, avanzarono molte riserve.

Anche tra coloro che accettavano l’unificazione c’erano delle differenziazioni: una parte dei socialdemocratici la considerava una soluzione organizzativa provvisoria, adottata soprattutto per una più efficace lotta contro il fascismo; altri la auspicavano come superamento definitivo della divisione del 1921, quindi anche come semplificazione del quadro politico; gli esuli di Londra la inserivano in un’unificazione dell’intera sinistra, da rinviare però ad un imprecisato futuro. Ma c’erano anche quelli che la consideravano, né più né meno, che una liquidazione della socialdemocrazia slovacca.

In effetti, il congresso clandestino – vinto dai socialisti unitari – che si tenne a Banská Bystrica (dove aveva sede il quartier generale degli insorti) il 17 settembre 1944, più che una fusione tra comunisti e socialdemocratici, fu un assorbimento di questi ultimi nel Partito Comunista Slovacco. Nel Comitato Centrale di questo partito entrò una rappresentanza socialdemocratica, numericamente non adeguata al peso politico e alla tradizione della socialdemocrazia slovacca (Ertl, Šoltész, Balco, Dolinský, Viktorín).

Questo congresso peserà negativamente anche dopo la guerra, poiché una presenza socialista autonoma, forte ed organizzata, avrebbe forse potuto impedire o limitare il successo del centro-destra, in Slovacchia, nelle elezioni cecoslovacche del 1946.

Nonostante i tentativi di alcuni che furono contrari alla fusione (A.Baurinský) e di quelli in esilio (Becko, Čaplovič) di vera rinascita della socialdemocrazia slovacca si potrà parlare solo dopo la “Rivoluzione di velluto” del 1989.

Comunque molti socialdemocratici ebbero parte attiva nella Resistenza, in particolare nei gruppi di «Gioventù Operaia» e nel 1945 ricostituirono il loro partito (Československá sociálni demokracie) ed entrarono nel Fronte Nazionale, che raggruppava le forze antifasciste cecoslovacche.

Nel partito erano allora maggioritari i socialisti di sinistra, guidati da Zdenek Fierlinger (Olomouc 11/7/1891-Praga 2/5/1976), che era dunque anche leader del partito. Fierlinger, che durante la prima guerra mondiale aveva combattuto a fianco degli Alleati nella Legione Cecoslovacca, e che aveva aderito alla socialdemocrazia nel 1924, proveniva dalla carriera diplomatica: era stato, infatti, ambasciatore cecoslovacco in Olanda, Romania, Stati Uniti, Svizzera, Austria e URSS, dove aveva conosciuto il leader comunista Klement Gottwald.

La Repubblica slovacca di Tiso cessò di esistere il 4 aprile 1945, quando l’Armata Rossa liberò Bratislava ed occupò la Slovacchia, mentre gli americani, nel maggio successivo, liberarono Plzeň.

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Gli accordi di Yalta (4-11 febbraio 1945) avevano collocato la ricostituita Repubblica cecoslovacca nell’area di influenza sovietica.

La nascita della terza repubblica cecoslovacca può facilmente datarsi al 4 aprile 1945, quando il nuovo Governo espresso dal Fronte Nazionale, che registrava la partecipazione anche dei comunisti, si insediò a Košice, città ormai liberata dalla dominazione fascista. Non era senza significato che a capo del Governo il presidente Beneš avesse nominato il leader socialista Fierlinger. La nomina certamente scaturita da un accordo fra i partiti del Fronte Nazionale, costituiva un convinto riconoscimento per il ruolo svolto dai socialisti durante la resistenza antifascista, sia in Cechia che in Slovacchia, ed anche per il loro ruolo di asse della bilancia fra l’ala comunista del Fronte e quella dei partiti moderati del centro-destra che ne facevano parte.

Il governo Fierlinger rimase in carica fino alle elezioni per l’Assemblea Costituente (26/5/1946), in cui la socialdemocrazia ottenne il 15,58% dei voti e 37 seggi, tutti in Cechia, su 300, un buon risultato, forse inferiore alle aspettative. Ma si deve tener conto che in Slovacchia le organizzazioni del partito, in seguito alla «fusione» del 1944, erano state assorbite dal partito comunista. In Slovacchia, infatti, ebbero seggi essenzialmente il Partito Democratico (43) e i socialcomunisti del Partito Comunista Slovacco (21). Il Partito del Lavoro, di orientamento socialdemocratico, ebbe il 3,11% e 2 seggi. Confluirà nel partito socialdemocratico.

Nell’Assemblea Costituente, che assunse anche il ruolo di «Camera Legistativa», la sinistra nel suo complesso poteva contare su 152 deputati su 300.

Poiché il partito comunista, con i suoi 115 deputati complessivi, si era classificato al primo posto, il presidente Benes (riconfermato nella carica il 19/6/1946) nominò un nuovo Governo con premier Gottwald, cui partecipavano tre ministri socialisti (Fierlinger, Laušman e Majer). Il partito comunista, che era già molto forte all’interno dei sindacati, nel cui Consiglio Centrale contava 94 rappresentanti su un totale di 120, ottenne ministeri chiave, quali gli Interni, l’Informazione, l’Agricoltura e le Finanze, e cominciò a radicare il suo potere nella macchina statale, mettendo uomini fidati nei posti chiave. Ciò suscitò sospetti negli altri partiti rappresentati nel governo. In particolare il partito socialdemocratico venne a trovarsi in una posizione intermedia: da un lato condivideva, per la sua natura di partito della classe operaia, le misure sociali che i comunisti andavano proponendo durante il lavoro di ricostruzione sociale in corso nel dopoguerra; dall’altro percepiva con sempre maggior chiarezza i pericoli a cui era espostala Cecoslovacchia, sia per la vicinanza dell’URSS, che per l’azione da essa concertata col partito comunista per la conquista e la gestione totalitaria del potere. Sintomo eloquente di questa posizione intermedia fu il congresso di Brno (novembre 1947), che, nonostante la mozione politica fosse approvata all’unanimità, fu vinto dalla corrente centrista, la cui prima conseguenza fu la sostituzione del leader della sinistra interna Fierlinger col centrista Bohumil Laušman.

Laušman (Žumberk 30/8/1903-Praga 9/5/1963) fin da giovane aveva aderito alla socialdemocrazia. Nel 1935, per la prima volta, era stato eletto deputato, ma, poco prima della fine della legislatura, essendo stata sciolta la socialdemocrazia, aveva partecipato alla costituzione del Partito Nazionale del Lavoro. Andato successivamente in esilio era diventato membro del Consiglio Nazionale cecoslovacco (1940-1945) costituito a Londra da Beneš. Nel 1944 aveva partecipato alla Insurrezione Nazionale slovacca e, nel 1945, alla ricostituzione della socialdemocrazia e alla formazione del Fronte Nazionale. Dopo essere stato membro dell’Assemblea Nazionale provvisoria (1945/46), il 26/5/1946 era stato eletto all’Assemblea Costituente Nazionale. Era poi stato ministro dell’Industria nel primo e nel secondo governo Fierlinger; infine, era entrato nel primo governo Gottwald.

Un curriculum di tutto prestigio, dunque quello di Laušman, il quale avrebbe potuto ridare unità alla socialdemocrazia e favorire un maggiore radicamento dei socialisti nella società.

Ma i problemi che, poco tempo dopo, gli si presentarono davanti furono forse superiori alle sue forze.

Questi problemi vanno sicuramenti inquadrati nel nuovo clima internazionale che aveva visto, proprio in quel periodo, disgregarsi, tra gli stati vincitori della seconda guerra mondiale, l’unità antifascista, alla quale era subentrata la «guerra fredda» tra i paesi del blocco occidentale, guidati dagli USA e quelli del blocco orientale ruotanti attorno all’URSS di Stalin. Tale clima era penetrato perfino nelle file del socialismo europeo, il cui tentativo di ricostituire l’Internazionale Socialista appariva frustrato dalla divisione fra i socialisti occidentali quasi tutti propensi ad una politica anticomunista o, al massimo, di equidistanza col blocco orientale, e i socialisti dell’Est, prevalentemente propensi ad una fusione coi comunisti che potesse risanare le divisioni insorte nel movimento operaio internazionale all’indomani della prima guerra mondiale.

Tale situazione politica fu calata, pur con caratteristiche sue proprie, all’interno della realtà cecoslovacca. La scintilla della crisi fu rappresentata dalla rimozione di otto commissari di polizia di Praga, sostituiti con altrettanti comunisti. I 12 ministri dei partiti del centro-destra (sui 26 del governo), per protesta, il 20 febbraio 1948, presentarono le loro dimissioni, pensando così di provocare la caduta del governo, lo scioglimento del Parlamento, nuove elezioni e l’esclusione dei comunisti dal governo. Rimanevano nel governo, oltre, naturalmente, ai comunisti, i socialisti e i due indipendenti Svoboda e Masaryk, figlio, quest’ultimo, del primo presidente. I comunisti, dal canto loro sostenevano che, poiché la maggioranza del governo era rimasta in carica, le dimissioni andavano accettate e i 12 rimpiazzati con nuovi ministri.

Per sostenere le sue tesi il partito comunista invitò alla costituzione di «Comitati d’Azione» in tutte le istituzioni, organizzazioni e luoghi di lavoro ed inoltre diede vita ad una fedele «Milizia Popolare». I leader della maggioranza centrista del partito socialdemocratico decisero di schierarsi con i Comitati d’Azione, prima ancora della sinistra di Fierlinger. La scelta sulla partecipazione al governo fu molto sofferta: il Comitato esecutivo del partito si riunì, ma sciolse la seduta senza nulla decidere, mentre un Comitato d’Azione della sinistra, con alla testa  M. Reiman e Petrankova Kousona, occupava la sede del giornale del partito Právo Lidu/Právo Ľudu (Il diritto del popolo). Fierlinger, di fronte allo sbandamento del partito, emanò un comunicato in cui, dopo aver condannato le tendenze di destra emerse a Brno, invitava i socialdemocratici a riunirsi attorno a lui. La sinistra socialdemocratica ebbe così di nuovo il sopravvento nel partito.

Il presidente Beneš, ormai vecchio e malato, cui spettava la scelta fra le due opzioni, forse al fine di evitare una guerra civile o un intervento dell’URSS, decise di seguire la via indicata dal partito comunista, accolse le dimissioni dei 12 e, il 25 febbraio 1948, nominò i ministri mancanti.

Il nuovo governo, sempre presieduto da Gottwald, risultò formato da 12 comunisti, 4 socialdemocratici, 2 indipendenti e 5 esponenti dissidenti dei partiti centristi.

I socialisti erano: Bohumil Laušman, vicepremier, che si dimise pochi mesi dopo e fu chiamato a dirigere uno stabilimento a Bratislava (sostituito nel governo da Ludmila Jankovcová); Zdenek Fierlinger, ministro dell’Industria; Evžen Erban, segretario generale dell’Unione sindacale, ministro degli Affari Sociali; Ludmila Jankovcová (1897-1990), iscritta al partito socialdemocratico dal 1922, già vicepresidente del partito, ministro dell’alimentazione (2 centristi e 2 della « sinistra »). Laušman nel 1949 emigrò in Jugoslavia e poi in Austria, dove venne rapito e riportato in Cecoslovacchia e condannato a 17 anni di carcere.

Dei 12 comunisti 3 appartenevano al partito comunista slovacco. Il nuovo governo fu approvato dal Parlamento con 240 voti a favore su 300. Il partito socialdemocratico, così lacerato, ma di nuovo in mano alla «sinistra», il 13 marzo 1948  rielesse, anche con l’appoggio di Lausman, presidente Fierlinger e rimase alleato ai comunisti.

Quanto avvenuto in Cecoslovacchia in Occidente venne subito catalogato come “il colpo di Praga” che, senza rivoluzione cruenta e senza intervento sovietico, grazie soprattutto all’abilità di Gottwald, aveva consegnato il potere ai comunisti. Ci fu però qualche voce discordante, come quella di Pietro Nenni. Il grande leader socialista italiano, in un comizio a Milano del 14 marzo 1948 ebbe a dire, fra l’altro : – […] si vuole fare un processo di lesa democrazia alla classe lavoratrice cecoslovacca perché si è costituito a Praga un governo il quale, con la sola alleanza dei comunisti e dei socialdemocratici, totalizza il 57%  […].

In realtà in Cecoslovacchia erano state rispettate le regole della corretta procedura costituzionale, ma solo nella forma; nella sostanza molto era stato il peso esercitato da organi extracostituzionali, come i Comitati d’Azione ela MiliziaPopolare, per non parlare di un possibile intervento sovietico in caso di esclusione dei comunisti dal potere. Se consideriamo quanto avvenne dopo «il colpo» non si può non classificare il regime cecoslovacco una dittatura, detta «del proletariato», ma in realtà esercitata dalla burocrazia di partito.

Lo stesso Nenni, anni dopo, con grande lealtà, rivedrà radicalmente, in senso assai critico, i suoi giudizi sulle cosiddette «democrazie popolari».

Con la nuova Costituzione del 9 maggio 1948 la Repubblica Cecoslovacca fu dichiarata «democrazia popolare», fu eliminata ogni autonomia slovacca, anche quella del partito comunista slovacco, che fu riunito al KSČ.

Il nuovo parlamento fu eletto il 30 maggio 1948 con la sola partecipazione della lista del  Fronte Nazionale, ormai riorganizzato e controllato dai comunisti; ai candidati del Fronte andò l’88% per cento dei voti, mentre il  rimanente 12% era costituito da schede bianche. All’interno della lista del Fronte, comunisti e socialdemocratici, ormai avviati verso la fusione, ebbero la maggioranza assoluta. Le elezioni successive non fanno storia: la lista unica del Fronte assegnerà due terzi dei posti al partito comunista, mentre i rimanenti seggi saranno divisi fra i cinque partiti ammessi e in realtà satelliti.

Il presidente Beneš non volle firmare la nuova Costituzione, che cambiava dalle fondamenta la struttura dello Stato e il 7 giugno si dimise. Morirà qualche mese dopo (3/9/1948).

Il 14 giugno fu sostituito da Klement Gottwald, cui successe, nella carica di primo ministro, Antonín Zápotocký.

Nello stesso mese di giugno il partito socialdemocratico si fuse, o meglio confluì nel partito comunista, che in seguito alla «fusione» non mutò neppure la sua denominazione, come invece era accaduto in altri casi analoghi, ad esempio in Polonia (Partito Operaio Unificato Polacco), in Ungheria (Partito Operaio Socialista Ungherese), in Germania Est (Partito Socialista Unificato Tedesco).

Fierlinger divenne membro del C.C. del partito comunista, poi vicepremier (1948-1953), quindi presidente dell’Assemblea Nazionale (1953-1964) e, dal 1962, membro del Presidium del partito comunista. Nel 1968 sarà tra coloro che protesteranno contro l’invasione sovietica, volta a soffocare la “Primavera di Praga”.

… Continua …

(Ferdinando Leonzio)

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