Chi sono questi slovacchi? – di Pavel Vilikovsky (2 di 2)

La storia slovacca si è svolta in massima parte all’interno del regno dell’antica Ungheria, dove le origini etniche dei suoi abitanti non ebbero alcun ruolo significativo: fino alla fine del XVIII secolo la lingua dominante fra le persone colte era il latino, e solo nella seconda metà del XIX secolo e all’inizio del XX cominciò a manifestarsi una netta tendenza a trasformare le varie nazionalità che vivevano in Ungheria in una nazione ungherese. Gli slovacchi, però, tendono a liquidare la loro stessa storia come un millennio di oppressioni. Il vuoto creato da una storia così rinnegata viene colmato dai miti, che essendo più vaghi e romantici sembrano, ad alcuni slovacchi, più idonei dei fatti per conquistare un riconoscimento generale.

Il mito della slovacchità

Questa opinione può condurre a episodi comici. Poco dopo la nascita della Repubblica Slovacca, nel 1993, ci fu una conferenza di storici, alla quale prese parte come ospite d’onore l’allora vice-presidente della Banca Nazionale Slovacca. La sua presenza a una conferenza di quel tipo è già un fatto interessante, ma la cosa più affascinante fu il suo discorso. Egli sottolineò che la cosa di cui gli slovacchi avevano urgente bisogno in quel momento storico erano i miti, e fece un appello agli storici perché provvedessero a fornirli.

Ebbene, è vero che gli slovacchi non hanno miti nel vero senso del termine; d’altro canto, la nostra storia, per come si riflette nel pensiero degli slovacchi comuni, persino quelli con una preparazione universitaria, è solo un ammasso di miti, e il compito degli storici non è crearne di nuovi, ma rimpiazzare quelli già esistenti con i fatti. È un compito molto difficile, perché gli slovacchi amano i loro miti. In altre parole, sono dei mitomani. Non si tratta di una caratteristica esclusiva degli slovacchi, visto che è condivisa da altre piccole nazioni, ma ritengo che possa essere considerata tipicamente slovacca: dietro alla sensazione che il nostro passato – o anche il presente, a dire il vero – non sia sufficientemente glorioso, si cela sempre la solita, vecchia mancanza di autostima e fiducia in se stessi.

A parte il mito dei mille anni di oppressione sotto gli ungheresi e il mito parallelo dei mille anni di lotta per uno Stato slovacco indipendente, esiste, per esempio, un mito profondamente radicato sui missionari bizantini Cirillo e Metodio, i quali, invitati dal re della Grande Moravia Rastislav a diffondere la religione cristiana nel nostro territorio, avrebbero gettato le fondamenta della cultura slovacca.

È vero che essi inventarono un nuovo alfabeto per le tribù slave del luogo e scrissero alcune opere nella loro lingua, ma la religione cristiana era stata introdotta in quel territorio prima del loro arrivo, e gli slovacchi sono cattolici, non ortodossi, e scrivono in caratteri latini, non glagolitici o cirillici. Nella nostra cultura non ci sono tracce lasciate dalla breve attività pastorale dei due missionari, a parte qualche frammento delle loro opere, ma gli slovacchi identificano prontamente la lingua slovacca con quella approvata come lingua liturgica dal papa nel IX secolo, e con questo pretesto sostengono che si tratta della più antica lingua europea. E credono anche che i missionari fossero spinti da amore fraterno tra slavi, sebbene né Costantino né Metodio, e nemmeno l’imperatore di Bisanzio che li aveva mandati lì, fossero di origini slave, e le ragioni della loro missione fossero palesemente politiche.

In modo analogo, gli slovacchi mitizzano i loro personaggi storici. L’esempio più noto è forse la figura del bandito Jánošík, che fu impiccato all’inizio del XVIII secolo. La sua attività di rapinatore è circoscritta a due anni, e a quell’epoca di rivolte feudali non costituiva nulla di eccezionale, ma nel folclore slovacco egli ha assunto il ruolo di un Robin Hood “che prendeva ai ricchi per dare ai poveri”; e gli slovacchi, ancora oggi, mostrano un benevolo atteggiamento verso il furto o la rapina, quando sono coronate da successo. Il nome di Jánošík è stato dato a tante di quelle organizzazioni, istituzioni, di eventi pubblici o prodotti, persino a un popolare formaggio, così da diventare alla fine sia lui, sia l’ammirazione degli slovacchi per lui, argomento di barzellette e soggetto di numerose commedie. Questo potrebbe essere, speriamo, un segno che la nostra nazione sta diventando maggiorenne. Il risultato dell’atteggiamento di rifiuto che gli slovacchi hanno nei confronti della propria storia è stato quello di essersi ritrovati con poche figure storiche che hanno dovuto adempiere a molte funzioni, spesso contraddittorie. Affinché ciò fosse possibile, è stato necessario chiudere un occhio sui fatti: ma questo, per gli slovacchi, non è un problema! Ciò di cui essi hanno bisogno non è la lezione che la storia può offrire a chi è desideroso di trarne insegnamento, ma eroi da venerare.

La versione integrale di questo articolo è apparsa sul numero 83 della rivista Lettera internazionale.

(Pavel Vilikovsky)

da Reset/Caffè Europa per gentile concessione
Parte 2 di 2 – fine (vedi qui la prima parte)

 

PAVEL VILIKOVSKÝ (Palúdzka, Slovacchia,1941) è tra le massime voci della letteratura slovacca contemporanea. È prosatore, saggista, traduttore, redattore di riviste letterarie. Vedi la scheda in italiano su di lui sul sito litcentrum.sk.

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