Chi sono questi slovacchi? – di Pavel Vilikovsky (1 di 2)

Suppongo di essere slovacco ma non ci ho mai riflettuto troppo e non ho mai fatto alcuno sforzo consapevole per essere slovacco, allo stesso modo in cui non ho fatto alcuno sforzo consapevole per essere un uomo. Ma, devo ammetterlo, c’è stato un tempo in cui consideravo certi fenomeni come tipicamente slovacchi, l’epitome della slovacchità. Per esempio, da bambino passavo le vacanze con mia nonna nella Slovacchia centrale. Per questo motivo ritenevo che certe parole che sentivo lì – parole come “padláš”, “fruštik”, “pigľajz” o “upískaný” – fossero la quintessenza della slovacchità. Solo più tardi, e con grande disappunto, appresi che “padláš”, che significa soffitta, viene dall’ungherese “padlás”, “fruštik”, che significa colazione, viene dal tedesco “Frühstück”, “pigľajz”, che significa ferro da stiro, viene dal tedesco “Bügeleisen” e “upískaný”, che significa sporco, viene dall’ungherese “piszkos”.

E il peggio doveva ancora arrivare: c’è un particolare formaggio di pecora che è, per così dire, endemico in una certa regione della Slovacchia, che viene esportato in molti paesi del mondo, di solito con il suo nome tedesco “Liptauer Käse”, ossia formaggio di Liptov, perché Liptov è il nome della regione. La parola slovacca per questo formaggio è “bryndza” e il piatto che si prepara con questo formaggio, chiamato “bryndzové halušky”, è probabilmente l’unico indiscutibile contributo della Slovacchia alla cucina internazionale.

Quando da adulto mi recai in Romania per una vacanza, scoprii che la parola rumena per formaggio – qualunque formaggio – era “brinza”, e fu lì che venni a sapere anche che c’era stata una colonizzazione della Valacchia qualche centinaio di anni prima. Fino ad allora, io avevo creduto che anche se non erano stati gli slovacchi a inventare quel prodotto, perlomeno fossero stati loro a dargli un nome originale. Queste amare rivelazioni mi hanno reso molto cauto nel cercare di definire la slovacchità.

Un miscuglio di tradizioni culturali

La verità è che a causa della sua posizione geografica e della sua storia, la Slovacchia è un curioso miscuglio di tradizioni e influenze culturali, e gli slovacchi sono anche loro un altrettanto curioso miscuglio di diversi gruppi etnici e nazionalità che per caso vivevano su questo territorio o lo attraversarono. Senza tornare troppo indietro nel passato, vi porterò come esempio il mio background personale: nella famiglia di mia madre c’erano quattro figlie femmine. Una di loro restò nubile, una sposò un uomo che apparteneva alla minoranza tedesca in Ungheria, un’altra sposò un ceco e l’altra ancora sposò un esule russo che era giunto in Cecoslovacchia da bambino, dopo la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre. Tutti i loro figli oggi si considerano slovacchi.

Ma c’è un esempio che può essere ancora più interessante: tra gli scrittori slovacchi della mia generazione, almeno cinque hanno antenati cechi, benché alcuni di loro siano giunti in Slovacchia parecchi secoli fa; uno è in parte croato, uno appartiene a quel gruppo etnico chiamato i “górale”, che vivevano per la maggior parte in Polonia, e due hanno un genitore ungherese. D’altro canto, uno scrittore appartenente alla minoranza ungherese e che scrive in ungherese, discende direttamente dal grande poeta slovacco Ján Kollár.

Mi auguro che ora non penserete che io sia uno slovacco sciovinista – dopo tutto io faccio parte di questo elenco, cerco solo di individuare in questo una sorta di peculiarità, poiché la letteratura è stata tradizionalmente il principale – se non l’unico – supporto e difesa della slovacchità nel nostro territorio. Fra parentesi, tre fra i maggiori scrittori della precedente generazione hanno anch’essi sangue straniero nelle vene: il nome Minác¹ deriva dalla parola turca che sta per doganiere, Bednár ha diretti antenati moravi e anche il nome Tatarka indica un’origine esotica, soprattutto perché la sua famiglia probabilmente era originaria della Polonia. Negli ultimi anni della sua vita Tatarka si definiva “un pastore dei Carpazi”, e il termine, con tutta la sua vaghezza, potrebbe davvero riferirsi a questo.

Ciò che voglio dire, in realtà, è che sarebbe piuttosto difficile trovare un oggetto o una caratteristica che un gruppo di persone così eterogeneo possa concordemente definire “tipicamente slovacco”. Gli eventi storici cruciali che ci hanno investito durante lo scorso secolo hanno generato una rapida successione di interpretazioni contraddittorie, ragion per cui ci sono in generale ben poche idee – o fatti, a dire il vero – sulle quali gli slovacchi possono trovarsi d’accordo.

La versione integrale di questo articolo è apparsa sul numero 83 della rivista Lettera internazionale.

(Pavel Vilikovsky)

da Reset/Caffè Europa per gentile concessione
Parte 1 di 2 – continua (vai alla seconda parte)

 

PAVEL VILIKOVSKÝ (Palúdzka, Slovacchia,1941) è tra le massime voci della letteratura slovacca contemporanea. È prosatore, saggista, traduttore, redattore di riviste letterarie. Vedi la scheda in italiano su di lui sul sito litcentrum.sk.

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