Se ad est si spegne il sogno europeo

Sul finire degli anni novanta, quando le ferite della divisione in blocchi contrapposti dell’Europa non si erano ancora del tutto rimarginate, Slavenka Drakulić, giornalista croata di Fiume, nota per i suoi reportage dalla Jugoslavia in guerra, diede alle stampe un libro dal titolo molto evocativo: “Caffè Europa, siamo ancora un continente diviso?”.

Guardando a quello che sta accadendo in Europa oggi, e segnatamente nei paesi che un tempo appartenevano al campo “socialista”, mi sono tornate alla mente alcune istantanee scattate dall’autrice tra le pieghe del suo lavoro. In particolare quelle che ritraevano le insegne con i nomi dei bar più alla moda nelle strade di Sofia o di Varsavia, di Vilnius o di Praga, di Zagabria o di Lubiana, perfino di Tirana. Nomi inglesi o francesi, prevalentemente, e la parola “Europa” dappertutto.

Era l’aspirazione a lasciarsi alle spalle il proprio passato, che aveva fatto di quelle città le capitali dell’”altra Europa”, quella più povera e disgraziata. Perché l’Europa, quella vera, era un’altra cosa, a prescindere dal dato geografico: era l’abbondanza, la terra promessa, la libertà.

Passò qualche anno ancora e il sogno sembrò avverarsi, per davvero. Uno dietro l’altro i principali paesi che un tempo costituivano l’Europa dell’est iniziarono ad entrare nell’Unione e alcuni, quelli più diligenti, anche nel club dell’Euro. Era finalmente caduta ogni barriera tra il “di qua” e il “di là”, non più “noi” e “loro” ma “europei”, tutti insieme.

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(Luigi Pandolfi)

Foto: wigu/flickr.com

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