Alexander Dubček, uno sforzo titanico per rifondare il socialismo – di Francesco Leoncini

«Il socialismo liberale di oggi deve difendere i diritti sociali, come condizione necessaria per la migliore protezione dei diritti di libertà, contro il liberismo anarchico», così scriveva Norberto Bobbio a Federico Coen per il convegno su Rosselli del febbraio 1999. Poco più di trent’anni prima Alexander Dubček in un «titanico» sforzo (la definizione è di Bohumil Hrabal) stava cercando di ridare il volto della libertà a un socialismo che era stato oscurato da decenni di cupa dittatura improntata a una logica militare e poliziesca. Certamente quel giovane dirigente comunista slovacco che già nel ’63 si mostrava sorridente e gioviale alle prime cerimonie quale segretario del suo partito a Bratislava, come appare in alcune foto d’epoca, per es. a Martin, alle celebrazioni del centenario della Matica slovenská (una specie di «Società Dante Alighieri» slovacca), aveva un più che ragguardevole passato di rigorosa formazione sovietica e di militanza politica.

Aveva trascorso gran parte della sua giovinezza in Chirghisia (oggi Kirghizistan, repubblica dell’Asia centrale) dove il padre operaio, convinto socialista, dapprima emigrato negli Stati Uniti, aveva portato tutta quanta la famiglia alla «ricerca di un sogno», come scrive il figlio nella sua Autobiografia. I suoi genitori avevano aderito alla cooperativa Interhelpo che trasferì dalla Cecoslovacchia tra il 1925 e il 1932 diverse centinaia di lavoratori in quel Paese dove si stava costruendo una «nuova società». Poi, dopo un soggiorno di tredici anni, nel ’38 i Dubček erano tornati in patria allorché Stalin aveva deciso che dovessero scegliere tra la cittadinanza sovietica e quella cecoslovacca. Alexander e suo fratello Július erano entrati nel partito comunista, e allora, come egli ricorda, «iscriversi al partito comunista non era proprio come entrare a far parte di un circolo filatelico». Durante la Resistenza perde il fratello.

Quando nel dicembre del 1967 Brezhnev, invitato a Praga da Novotný, dimostra di volere, in quel momento, rimanere estraneo alla lotta per il cambio della guardia al vertice del partito, «Questo è affar vostro», non ritiene evidentemente che ci siano tra i candidati persone che possano mettere in discussione l’ordine moscovita. E invece Alexander Dubček, eletto il 5 gennaio primo segretario, aveva ormai da tempo cominciato a riflettere sulle profonde contraddizioni nelle quali era caduto il sistema al quale si sentiva legato fin dall’infanzia. Può darsi, come ha scritto con una certa iattanza Enzo Bettiza, che egli si proponesse solo di «dare in pasto al popolo una sorta di leninismo commestibile», ma certo è che già nel febbraio, alle celebrazioni del ventesimo anniversario della conquista del potere da parte dei comunisti in Cecoslovacchia, Brezhnev deve imporre alcuni tagli al discorso ufficiale di Dubček. In uno di questi passaggi censurati, ma che poi vennero letti in altre occasioni nei mesi successivi, si diceva: «L’inevitabilità di un ampio sviluppo dei rapporti democratici esige che noi, oggi, assumiamo un atteggiamento chiaro e di principio verso i diritti civili, i doveri sociali, verso la posizione del cittadino e dell’individuo. Pensiamo al contenuto reale e alle garanzie formali della libertà e dei diritti civili, di cui non dobbiamo sopportare la minima violazione».

Unico leader comunista a guidare con vastissimo consenso un movimento riformatore, altro discorso sarà per Gorbaciov, egli aveva capito che quel modello imposto nel dopoguerra in Europa centrale non era mai riuscito a innervarsi nella realtà sociale, economica e culturale di quell’area e l’aveva capito all’ora giusta e in un luogo, un Paese da sempre industrialmente avanzato, che avrebbe costituito il laboratorio privilegiato per tentare un cambiamento di rotta. Un giornalista descrive l’irrefrenabile gioia della popolazione che sfilava il 1˚ maggio davanti alla sua tribuna: «Dubček sorrideva con aria schiva, col suo lungo naso da Pinocchio timidamente puntato verso il basso e con quel fanciullesco aspetto in contrasto con i suoi quarantasei anni, mentre riceveva bracciate di fiori dagli studenti, dai cittadini raggianti e dalle loro donne» (Tad Szulc).

Brezhnev lo guardò con sufficienza agli ultimi incontri di Čierna [nad Tisou] e di Bratislava, dal suo alto piedestallo di imperatore, e pochi giorni dopo i cigolii dei carri armati degli eserciti del Patto di Varsavia (tranne quello della Romania) stroncarono il più organico e partecipato esperimento di dare anima concreta all’ideale socialista. Esso avrebbe potuto costituire il punto d’arrivo di quel cammino verso una democrazia umanistica, avviato in Europa occidentale dopo la fine della guerra, dai laburisti inglesi, dalla Resistenza francese, dai padri costituenti italiani, dalla socialdemocrazia tedesca e proprio in quel momento irripetibile stava presentandosi l’occasione di dar vita al grande progetto unitario del Continente sulla base di un programma socialmente ed economicamente avanzato. Willy Brandt, divenuto Cancelliere in ottobre del ’69, riprese nel suo primo discorso al Bundestag i contenuti espressi dalla Primavera di Praga nello slogan «noi vogliamo osare più democrazia», ma ormai con Karel Kryl, il più famoso cantautore ceco di allora, non rimaneva che constatare «le foglie sono ingiallite e sui fiori è caduta la neve» (listy loutly a sne ilo do kvetin).

Francesco Leoncini

Storico dell’Europa Centrale e Orientale, autore di numerosi libri sull’argomento. Si ringrazia per gentile concessione il quotidiano Il Manifesto.

Nella foto: Alexander Dubcek con Leonid Breznev

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.