UE: lotta all’evasione fiscale, tra retorica e (pochi) fatti

Il vertice dell’ECOFIN dei ministri delle finanze europei svoltosi a Bruxelles la scorsa settimana si è chiuso con una forte retorica sull’importanza di agire contro l’evasione e la frode fiscale. Tuttavia ben poche azioni concrete sono state concordate, in particolare per mettere fine alla segretezza di diverse giurisdizioni note come paradisi fiscali. Il tema della tassazione è in cima all’agenda economica dell’UE, anche in seguito alla spinta negoziale impressa dal Regno Unito in vista del vertice del G8 che si terrà a giugno in Irlanda del Nord. Di fronte alla recessione perdurante, i governi europei hanno capito che devono racimolare più introiti anche da chi di norma non paga, per evitare di alzare ancora le tasse alla gran parte dei cittadini e delle imprese.

I ministri hanno riconosciuto che le misure di maggiore trasparenza non bastano, ma servono azioni dei paesi membri contro la pianificazione di schemi che sfruttano la mancata armonizzazione a livello europeo in materia di tassazione, consentendo così elusione ed evasione. Molto cambierebbe se si iniziasse a rendere pubblico chi controlla le società, i trust e altre strutture. Ma l’ECOFIN non ha voluto cogliere un’occasione decisiva in tal senso, ossia la revisione della direttiva contro il riciclaggio del denaro, appena avviata dalla Commissione europea. Oggi evasori e criminali possono facilmente nascondere la loro identità dietro una società o un’altra persona giuridica, e quindi aprire conti bancari per trasferire i soldi guadagnati illegalmente o non tassati. Per noi italiani il registro pubblico delle imprese è una realtà da tempo, ma rimane purtroppo ancora un’eccezione rispetto alla gran parte dei paesi europei.

È vero che i ministri delle finanze europei hanno riconosciuto l’importanza dell’introduzione di uno scambio automatico di informazioni in materia di tassazione sia a livello europeo che globale, però la misura concreta messa in campo è quasi ironica: la Presidenza intende scrivere all’International Consortium of Investigative Journalists per chiedere di fornire ai paesi membri i nomi e i dettagli che riguardano cittadini dell’UE coinvolti nella lista di “offshore leaks”. Ma le istituzioni europee non possono pensare ad altro per trovare queste informazioni sugli evasori da sole? E perché poi i governi si accontentano di mettere in campo nuove attività a livello europeo – quali la cosiddetta “EU FATCA” che riguarda la cooperazione nello scambio di informazioni automatico tra cinque paesi – senza proporre iniziative chiare, forti e concrete a livello multilaterale?

Più deprimente quanto avvenuto riguardo all’approvazione della direttiva sulla tassazione dei risparmi, che è stata rimandata in seguito all’ostruzione di Austria e Lussemburgo. Il testo introduce molta più trasparenza su trust, società e individui nella lotta ai paradisi fiscali, inclusi quelli all’interno dell’UE come il Lussemburgo. Sul dossier ci si aggiorna alla prossima riunione.

Rimandata anche la discussione sulla necessità di sviluppare una black-list europea, unica e più avanzata di quella Ocse, delle cosiddette giurisdizioni non-cooperative, ossia i paradisi fiscali presenti fuori dall’UE. Questo impegno è stato inserito lo scorso dicembre nel piano di azione europeo contro l’evasione fiscale, ma la spinta dell’esecutivo francese in tal senso non è bastata a sopire i timori dei governi che guidano i paradisi europei. Nel frattempo la lista dell’Ocse è vuota, come se i paradisi fiscali non esistessero più.

Per ultimo l’ECOFIN non si è degnato di includere nella direttiva sulla contabilità (accounting) un meccanismo di country-by-country reporting, ossia di obbligo di produzione di bilanci per le multinazionali in modo da rendere pubblico il dettaglio per ciascun paese in cui operano, inclusi i paradisi fiscali. Il Parlamento europeo l’ha richiesto con forza e con una maggioranza significativa per il settore bancario, mentre tale richiesta è diventata legge negli Usa per il settore estrattivo e dell’energia.

Sapere chi è il vero proprietario e conoscere il business che ogni società ha in ciascun paese sono due passi concreti e centrali nella lotta all’evasione. Tutto il resto rimangono chiacchiere. Probabilmente dal vertice dei capi di Stato dell’UE di questa settimana ascolteremo ancora solo le seconde.

(Antonio Tricarico per Greenreport.it)

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