A un anno dal terremoto in Emilia Romagna, in un Paese in crisi

Ad un anno dal terremoto di magnitudo 5.9 che alle 4:03 del 20 maggio 2012 colpì brutalmente la ricca pianura tra Mantova e l’Emilia e che svelò un’altra “inaspettata” fragilità di un territorio che si credeva immune e di un’economia di altissimo livello che in pochi conoscevano, fatta di piccole eccellenze e di grandi impegni, molto è stato fatto e moltissimo resta da fare. Il presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, che è anche commissario delegato alla ricostruzione, ha detto che è stato «Un anno in cui c’è stata una reazione straordinaria, frutto di una cultura profonda, di un grande lavoro di comunità. Un anno in cui è stato creato un impianto solido e flessibile, definita su una pagina bianca una gestione delle emergenze per molti versi inedita. Un anno in cui molto è stato fatto senza nascondere i problemi ma sempre tenendo ferma una priorità: le richieste dei cittadini e delle imprese terremotate sono dei diritti e come tali vanno rispettati. Ora si va avanti continuando non a porsi delle scadenze ma degli obiettivi di qualità, per uscire dal dramma del sisma più efficienti e rinnovati di prima».

Ma le dichiarazioni “commemorative” di oggi e gli impegni reiterati delle istituzioni non possono farci dimenticare le ferite ancora aperte in un territorio che ha saputo mischiare agricoltura ed industria, efficienza e solidarietà in quel modello emiliano che già cominciava a mostrare le crepe di una crisi europea e mondiale, ma che sapeva trovare anche le produzioni di punta per attenuarla.

Proprio questa crisi, e la crisi etica, politica ed economica del nostro Paese, hanno forse steso un’ombra sul terremoto emiliano-romagnolo che somiglia sempre più alla nebbia di promesse non mantenute, di opere mal progettate, di recupero sociale e culturale non fatti che sta uccidendo lentamente L’Aquila.

Quel che chiedono gli imprenditori, i lavoratori e la gente della Bassa Padana colpita da un sisma al quale non riuscivano a credere è che questo Paese intristito ed incanaglito abbia uno slancio che ricominci proprio da dove la vita è stata più brutalmente colpita. Ma questo Paese che si gingilla tra l’Imu e i processi di Berlusconi, che si barcamena sull’orlo di un precipizio europeo, non sembra in grado di affrontare la sua emergenza più grande che sarebbe probabilmente anche la sua più grande occasione per un New Deal italiano: la cura del territorio, la prevenzione, il recupero. La grande opera della quale avrebbe bisogno il lavoro ed il Paese mentre invece si continua a pensare alle infrastrutture pesanti, alla Tav contestata, ed a rimpiangere il Ponte di Messina che qualche partito di governo vorrebbe far resuscitare.

Come dice giustamente oggi Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente territorio e lavori pubblici della Camera, «In occasione del primo anniversario del terremoto in Emilia Romagna è necessario prestare la massima attenzione non solo alla ricostruzione, ma anche alle politiche di prevenzione, troppo spesso annunciate e mai realizzate. La Commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera nel suo primo atto ha approvato all’unanimità una risoluzione che impegna il governo a stabilizzare il credito di imposta del 55% in edilizia e ad estenderla anche agli interventi di consolidamento antisismico. Bisogna inoltre allentare il Patto di Stabilità per gli Enti Locali che hanno risorse da investire nella messa in sicurezza antisismica degli edifici pubblici, a partire dalle scuole e degli ospedali: quasi il 60% delle scuole italiane, secondo il dossier Ecosistema Scuola di Legambiente, è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica. Una via per dare maggiore sicurezza ai cittadini, ma anche per rilanciare l’edilizia e l’occupazione puntando sulla qualità. Serve una risposta seria e rapida del Governo».

Il dramma del terremoto ha svelato però anche le energie nascoste e gli obblighi e le occasioni mancati del nostro Paese, come ha ricordato Errani: «Il sisma ci ha in qualche modo costretti a fare nuovi poli scolastici e nuove integrazioni tra i diversi livelli, anticipando così ciò che sarebbe dovuto in ogni caso accadere a livello nazionale e regionale. Così come avremo alla fine centri storici più vivibili e un sistema delle imprese innovato, frutto anche di una ricostruzione fondata su alcune regole fondamentali: la certezza della verifica di un diritto al risarcimento, il contrasto alla criminalità organizzata con il tema delle white list. Per la prima volta si sta sperimentando insieme alle Prefetture un sistema di contrasto alle infiltrazioni criminali che richiede un lavoro finora mai realizzato. Tutto ciò purtroppo richiede dei tempi, ma credo siano ben spesi. E tutto questo lo abbiamo fatto anche grazie al volontariato, al dipartimento della Protezione civile guidata dal prefetto Gabrielli, alla collaborazione con i vigili del fuoco, le forze dell’ordine, agli artisti che hanno donato il proprio apporto, ai tanti cittadini che con piccole e grandi donazioni hanno espresso solidarietà cui noi rispondiamo con la trasparenza e l’efficienza, mettendo tutto in rete, non come accaduto in altre situazioni».

L’Italia migliore, quella che viene chiamata quando c’è da salvare il Paese dalle tragedie, l’Italia che non chiede nulla in cambio e che per questa viene dimenticata da una “normalità” della politica che si ciba di emergenze.

Come dice il  sottosegretario alle infrastrutture e trasporti Erasmo D’Angelis, «Credo però sia giunto il momento di andare oltre gli annunci, le promesse e le lacrime di coccodrillo sparse dopo ogni catastrofe. Non possiamo più permetterci di procedere con la sola logica delle emergenze, ma dobbiamo riuscire a lanciare quel piano di prevenzione sismica che ancora manca all’Italia per salvare beni e vite umane oggi pericolosamente a rischio nel 75% del territorio nazionale, che le carte di rischio segnalano a medio-elevato pericolo. È anche il modo per ridare ossigeno al settore dell’edilizia in crisi. Ne discuterò insieme al ministro Lupi perché sgravi e detrazioni fiscali potrebbero già costituire un meccanismo molto incentivante. Basta guardare a quanto lavoro e occupazione hanno creato le opportunità fiscali per le semplici ristrutturazioni e la riqualificazione energetica degli edifici. Bisogna rendersi conto che non si muore per un terremoto (la Terra fa il suo mestiere) ma per l’assenza di prevenzione, case progettate male e costruite peggio e troppo spesso anche su faglie sismiche attive. Purtroppo questo diventa un tema molto ‘popolare’ solo quando ci sono da piangere morti e devastazioni. Ma non possiamo più permetterci incuria e mancanza di cultura della prevenzione che in materia di difesa dai terremoti ci vede ancora inchiodati a metà strada tra la California e l’Afghanistan».

(di Umberto Mazzantini per GreenReport.it)

Foto: LaPresse

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