Salman Rushdie: elogio del coraggio – da Gandhi alle Pussy Riot

«Troviamo più semplice, in questi tempi confusi, ammirare la prodezza fisica che il coraggio morale, cioè il coraggio del pensiero o dei personaggi pubblici. Un uomo, con il cappello da cowboy, scavalca una transenna per aiutare le vittime dell’attentato di Boston mentre gli altri fuggono, e noi acclamiamo il suo coraggio, come acclamiamo il coraggio dei militari che tornano dal fronte, o di quegli uomini e donne che lottano per sconfiggere malattie o infortuni invalidanti».

«Si fa fatica a vedere politici coraggiosi di questi tempi, con l’eccezione di Nelson Mandela e Daw Aung San Suu Kyi. Forse ne abbiamo viste troppe, forse siamo diventati troppo cinici sugli inevitabili compromessi del potere. Non ci sono più Gandhi o Lincoln in circolazione. Gli eroi degli uni (Hugo Chàvez, Fidel Castro), sono gli spauracchi degli altri. Non concordiamo più così facilmente su cosa significhi essere buoni, avere principi, essere coraggiosi».

Così inizia l’articolo sulla considerazione del coraggio nel pubblico di Salman Rushdie, lo scrittore di Bombay naturalizzato britannico (dove vive da decenni) sulla cui testa venne lanciata nel 1989 da Khomeini, dopo la pubblicazione del suo “I versetti satanici”, una fatwa  (condanna di morte), e che da allora vive sotto scorta. Nell’articolo, pubblicato in italiano da Repubblica il Primo maggio, l’intellettuale dei due mondi – asiatico e occidentale – ricorda che un tempo era diverso, erano “eroi” anche coloro che si opponevano ad un’ingiustizia, a un regime, contando solo su se stessi e sulla propria forza d’animo.

Leggete l’articolo a questo link.

Immagine: propagandatimes@flickr

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