Osservatorio MittelEuropeo: Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, è emergenza sociale

La disoccupazione vola su percentuali a due cifre. Il mix di politiche di austerità e recessione aumenta il disagio sociale. Il mercato del lavoro è fermo e settori trainanti come le costruzioni sono in flessione drammatica. Da u rapporto di OSME – Osservatorio Sociale MittelEuropeo.

Ungheria

Secondo i dati più recenti la disoccupazione in Ungheria è dell’11,6%. Il paese affronta una crisi interna iniziata ben prima di quella globale. Nel 2006 malumori si sono avvertiti nel modo più manifesto dal cambiamento politico; gli ultimi mesi di quell’anno, infatti, sono stati caratterizzati da manifestazioni e proteste contro le misure di austerità economica decise dal governo liberalsocialista a fronte di una situazione estremamente delicata dal punto di vista dei conti. Di fatto, però, tali provvedimenti hanno finito col gravare in modo particolarmente accentuato sulle famiglie a basso reddito e non sono stati il risultato di un confronto con le parti

sociali.

Da dire che l’Ungheria, così come altri paesi ex socialisti, non brilla per dialogo sociale. La collaborazione tra governo e sindacati continua a mancare e nessun esecutivo nella storia postcomunista del paese si è distinto per un atteggiamento aperto nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori dipendenti e delle loro richieste e proposte. Con l’attuale governo si è avuta tutta una serie di modifiche del Codice del Lavoro che limitano i diritti dei lavoratori e il già angusto spazio di manovra dei sindacati. La situazione sociale è tuttora tesa e caratterizzata da fenomeni poco confortanti: come già da noi scritto, secondo il settimanale HVG almeno 500.000 ungheresi avrebbero deciso di lasciare il paese da quando Orbán è al potere.

Non si tratterebbe di poveri e disoccupati provenienti dalle zone più depresse del paese, quelle del nord-est, ma di giovani medici e operai specializzati che conoscono le lingue straniere e puntano all’Austria, alla Germania e al Regno Unito, soprattutto Londra. È vero che il settimanale descrive una disoccupazione dovuta per lo più a motivi politici legati al senso di delusione nei confronti del governo Orbán o per lo meno al disaccordo verso la sua politica, ma è anche vero che la situazione del lavoro in Ungheria è tutt’altro che rosea. La disoccupazione giovanile risulta essere intorno al 27%, pare che tra coloro i quali hanno deciso di partire vi siano diversi studenti universitari irritati dagli emendamenti costituzionali che toccano l’autonomia delle università, ma non sono pochi i giovani che giudicano tutt’altro che confortanti le prospettive di inserimento nel mondo del lavoro in Ungheria dopo la laurea.

La situazione è critica, la settimana scorsa circa 1.500 dipendenti dell’acciaieria Dunaferr di Dunaújváros hanno dato luogo a una manifestazione davanti alla sede del Comune esprimendo timore per il loro destino di lavoratori. Lo spunto: la chiusura degli impianti a gennaio malgrado l’annuncio dei loro proprietari di rinnovarli con cospicui investimenti. In una conferenza stampa svoltasi oggi i sindacati MSZOSZ, ASZSZ e SZEF, hanno invitato di comune accordo lavoratori dipendenti, pensionati, studenti e famiglie a partecipare alla manifestazione organizzata per il primo maggio per il lavoro e per i diritti sociali.

Slovacchia

Il tasso di disoccupazione in Slovacchia è in aumento. Nel mese di dicembre ha superato il 14%; si tratta del livello più alto degli ultimi nove anni. Gli analisti e i politici attribuiscono il fenomeno alla situazione economica esistente in Slovacchia e in tutta la zona dell’euro e alle misure adottate dal governo Fico in funzione di un consolidamento che appare tuttavia difficile da realizzare .

Questo non impedisce all’esecutivo di guardare con ottimismo all’evoluzione del mercato del lavoro e di promettere la creazione di nuovi impieghi. Diversi esperti e datori di lavoro, però, non sono dello stesso parere e non credono che la situazioni migliori da qui all’anno prossimo. Per l’opposizione è chiaro che l’aumento della disoccupazione è stato provocato dalla politica del governo, l’Unione Democratico Cristiana Slovacca (SDKÚ) menziona in modo particolare tra le cause del fenomeno l’aumento delle tasse e delle imposte sui salari e le modifiche al Codice del Lavoro. Per il partito questi cambiamenti hanno messo in ginocchio l’economia slovacca. Il KDH, Movimento Cristiano Democratico condivide questa visione delle cose. Il primo ministro invita i suoi connazionali a non reagire con sorpresa alla pubblicazione delle cifre sulla disoccupazione dal momento che esse descrivono una tendenza comune a tutti i paesi che hanno adottato la moneta europea. Fico aggiunge che la Slovacchia non può uscire dall’eurozona “la nostra – precisa – è un’economia aperta con una produzione che finisce per l’85% negli stati in cui circola l’euro come moneta ufficiale. Secondo statistiche effettuate dall’Ufficio Centrale del Lavoro, degli Affari Sociali e della Famiglia (ÚPSVaR), nel mese di dicembre il tasso di disoccupazione è aumentato di 0,5 punti percentuali ed è arrivato al 14,44%; si tratta della cifra più alta dal maggio del 2004 quando la disoccupazione salì al 14,47%. Alla fine del dicembre 2011 il tasso di disoccupazione risultava essere del 13,59%.

Alla fine del dicembre 2012 sono stati calcolati 3.689 posti di lavoro liberi contro i 6.530 di un anno prima. Cinque mesi fa il numero di cittadini slovacchi in cerca di un impiego e immediatamente disponibili a iniziare un nuovo rapporto di lavoro è aumentato di 13.473 persone ed è salito a 390.111. L’aumento della disoccupazione ha avuto luogo in tutto il paese. I tassi più alti sono stati rilevati nelle regioni di Banská Bystrica (20,81%), Prešov (20,66%) e Košice (19,58%). In ben tre regioni un quinto dei cittadini in età lavorativa è disoccupato. Nella regione di Bratislava si registrano i livelli più bassi che comunque superano il 6% e il numero dei disoccupati a lungo termine resta alto. Per diversi esperti non sono da attendere particolari miglioramenti nel corso dell’anno. Il governo insiste nell’attribuire l’aumento della disoccupazione esclusivamente alla situazione economica della Slovacchia e dei paesi dell’eurozona e sostiene che la sua priorità è la lotta a questo fenomeno. L’esecutivo intende reagire a questo stato di cose con l’attuazione di programmi concepiti dal Ministero del Lavoro, la revisione della legge sui servizi sociali, la realizzazione di una politica volta a incoraggiare gli investimenti per la creazione di nuovi posti di lavoro soprattutto nelle zone più svantaggiate del paese.

Repubblica Ceca

La disoccupazione cresce anche nella Repubblica Ceca. Alla fine del mese di febbraio l’Ufficio Ceco di Statistica ha rilevato un tasso dell’8,1% e descritto la più lunga recessione mai verificatasi nel paese dal 1997. Secondo l’Ufficio il fenomeno è dovuto al calo della domanda interna sia in termini di consumi da parte delle famiglie sia in termini di investimenti. Secondo i dati acquisiti nel 2012 vi è stata una flessione annua dei consumi delle famiglie pari al 3,5%. I cittadini cechi appaiono allarmati dall’aumento della disoccupazione e hanno reagito alla situazione verificatasi nel paese diminuendo la spesa per l’acquisto di beni e servizi. Risulta inoltre che l’anno scorso la produzione edile è calata del 7,6% rispetto al 2011, la flessione in questo settore dura ininterrottamente dall’inizio della crisi finanziaria.

La dirigenza del paese vede i problemi interni legati alla situazione negativa esistente nell’ambito delle economie che hanno adottato la moneta europea. Di recente il primo ministro ceco Nečas ha affermato in un incontro avvenuto col presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy che collaborare in stretta consonanza per risolvere i problemi dell’eurozona è di vitale importanza per la Repubblica Ceca. Intanto la settimana scorsa non è stato possibile raggiungere un accordo all’interno della Tripartita sull’aumento dello stipendio minimo per il prossimo anno. Esso ammonta attualmente a 8.000 corone, da considerare che l’ultimo aumento è avvenuto nel 2007. I sindacati si pronunciano per un incremento di 600 corone mentre i datori di lavoro si dichiarano indisponibili ad andare oltre le 400 corone. La decisione viene affidata al governo; il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali Ludmila Müllerová (Top 09, partito di orientamento conservatore), si prepara a presentare entrambe le proposte. Quest’ultima sostiene l’aumento dello stipendio minimo considerandolo in grado di incoraggiare l’occupazione e lo ritiene più incisivo ed economicamente meno gravoso dei sussidi che portano a un aumento della spesa pubblica e non fermano la perdita di manodopera locale che va all’estero a cercare migliori condizioni di lavoro.

L’ODS (Partito Civico Democratico) è di diverso parere: è infatti convinzione condivisa nel partito che il provvedimento nuocerebbe all’occupazione e graverebbe negativamente sui datori di lavoro. Secondo un’inchiesta realizzata dalla ČMKOS, principale organizzazione sindacale del paese, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati di un quinto a fronte di una situazione caratterizzata da sei anni di immobilità sul piano salariale, del resto l’aumento dell’equivalente dell’IVA (17,5%) avvenuto l’anno scorso per volere del governo, ha contribuito a ridurre la già bassa propensione alla spesa dei cittadini. Anche il governo ceco, come quello di altri paesi europei, indica l’austerità come unica misura in grado di fronteggiare la crisi. Intanto, secondo una recente statistica, il 67% dei cittadini cechi ritiene che gli stranieri residenti nel paese siano la causa dell’aumento della disoccupazione e della criminalità. Gli stranieri nella Repubblica Ceca sono il 4% della popolazione.

(Fonte Osservatorio Sociale MittelEuropeo, newsletter del 29 aprile 2013)

Fotografia: pitvanmeeffe@flickr

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