Senza lavoro, precari, creativi ed indignati. La nuova emigrazione giovanile italiana a Berlino

Quello di Edith Pichler è un nome noto ai lettori del Corriere d’Italia. Sociologa, docente all´Institut für Wirtschaft und Sozialwissenschaften dell´Universitá di Potsdam, da anni si occupa delle questioni connesse con l’immigrazione italiana. Il suo ultimo lavoro è un saggio pubblicato per la Heinrich-Böll-Stiftung sulla nuova immigrazione italiana di Berlino (consultabile al link: migration-boell.de/web/migration/46_3602.asp). Abbiamo incontrato Edith Pichler e le abbiamo posto alcune domande sulle peculiarità di questa nuova immigrazione ovvero sui cosiddetti “nuovi mobili”, come li definisce la studiosa.

D: Ultimamente si osserva una ripresa dell’emigrazione italiana, quali sono le mete preferite di questi nuovi migranti?

Secondo i dati dell’Istat nel 2011 l’Italia ha registrato nuovamente un saldo migratorio negativo. Negli ultimi dieci anni il numero dei giovani emigrati è più che raddoppiato e fra questi è elevato il numero di persone con un titolo universitario. La loro quota è salita dall’11,9% nel 2002 al 27,6% nel 2011, mentre la quota di persone con il titolo di licenza media è sceso dal 51% al 37,9%. Le mete di questa nuova emigrazione sono sostanzialmente le stesse del passato: Germania, Svizzera, Inghilterra e Francia. La nuova mobilità contribuisce ad una continua pluralizzazione della comunità italiana in Germania. Un altro fenomeno è che la forte forbice fra immigrazione femminile e maschile si sta riducendo rispetto al passato e in alcune realtà come Berlino, meta preferita della nuova mobilità italiana, la presenza femminile fra la fascia di età 20-30 anni già nel 2010 ammontava al 51% delle presenze.

D: Ma chi sono i cosiddetti “nuovi mobili” e perché partono?

La mobilità fa parte oggi dell’Europa e anche i cosiddetti “nuovi mobili” si muovono in questo contesto. I nuovi immigrati provengono sia dalle zone del benessere del Nord e Centro-Italia, sia dal Sud. Per alcuni di loro la partenza è una decisione volontaria per “scappare” anche da un certo provincialismo; ma per altri, specialmente per giovani provenienti dalle regioni meridionali la mobilità rappresenta una specie di costrizione. Dai dati Istat sappiamo che nel gennaio 2013 il tasso di di-soccupazione giovanile in Italia è arrivato a quota 38,7% con punte che nelle regioni meridionali superano il 50%.

D: Dunque si emigra per necessità, per cercare un lavoro, proprio come accadeva nelle precedenti generazioni?

Recentemente il Centro Altreitalia di Torino ha presentato i primi risultati di un’indagine online fra persone che sono emigrate dopo il 2000. Ebbene, secondo i dati raccolti, i motivi principali per l’espatrio sono: ricerca di lavoro, studio e miglioramento della qualità di vita. Ma anche la situazione attuale del Paese è una causa della mobilità: un Paese considerato in base alle risposte “allo sfascio”, “senza prospettive”, “ingiusto”, “corrotto e senza senso civico”, con cui “non ci si identifica più”. Sono più o meno le stesse risposte che ho riscontrato anch’io durante la mia ricerca sui giovani mobili a Berlino. Quasi tutti gli intervistati collegano con la loro decisione di partire la speranza in un futuro e in una qualità di vita migliori. Anche i quattro casi esemplari che ho presentato condividono tali aspettative, partono per interesse culturale, per specializzarsi, per poter svolgere un lavoro adeguato alla loro professione, per vivere dignitosamente e venir rispettati.

D: In Germania abbiamo Länder come la Baviera e il Baden-Würrtemberg dove la disoccupazione è bassa e si riscontra una richiesta di mano d’opera anche qualificata, ed altri Länder come per esempio Berlino dove il tasso di disoccupazione fra la popolazione con background migratorio è relativamente alto. C`è un nesso tra la nuova immigrazione e la tendenza a spostarsi nelle aree economicamente forti della Germania?

Direi proprio di sì. Tra le mete preferite di questa nuova mobilità ci sono i cosiddetti “westlichen Flächenländer”, nei quali si è potuta osservare negli ultimi anni una crescita della presenza italiana. Ma è la città-stato di Berlino il Land che vede percentualmente la più forte crescita della popolazione italiana e che attrae i nuovi mobili dall’Italia, come dalla Spagna e dalla Grecia. I dati del Microzensus del 2011 confermano questo trend. Nelle regioni tedesche in cui l’immigrazione del lavoro è tradizionalmente forte va diminuendo la percentuale di persone con esperienza migratoria. È il caso per esempio della Saar dove solo il 41% della popolazione di origine italiana ha esperienza migratoria propria, mentre a Berlino in un anno questa percentuale e salita dal 67% al 72%. Ciò significa che la comunità italiana di Berlino è caratterizzata da un continuo flusso di nuovi immigrati. Infatti negli ultimi 20 anni il numero degli italiani di Berlino è più che raddoppiato: nel 2012 ci vivevano circa 20.000 italiani, e se si aggiungono le 5.161 persone con background migratorio il loro numero sale a 25.000.

D: Si può dunque parlare di un ritorno del “mito Berlino”?

In realtà Berlino ha sempre attratto persone che ci venivano per via della sua situazione culturale e sociale. Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso si era affascinati dalla vivacità culturale e sociale della città, si volevano ricalcare le orme di David Bowie e Lou Reed. Inoltre a Berlino rispetto ad altre metropoli i costi della vita quotidiana non sono ancora così elevati. Ciò ha sicuramente contribuito alla “immigrazione” di giovani che per esempio in Italia, anche vivendo i piccoli centri, non possono realizzare un progetto di vita autonomo.

D: Dopo la caduta del muro Berlino ha perso più di 100.000 posti di lavoro nell’industria e la diffusione di un terziario avanzato stenta ancora. Cosa fanno, dove sono attivi questi “nuovi mobili”?

Come nel passato è il settore dei servizi, specialmente la gastronomia ed il commercio, quello in cui sono maggiormente occupati gli italiani. Nel 2012 tra gli italiani di Berlino regolarmente occupati solo 254 lo erano nel settore produttivo, mentre 3.90l lo erano nel settore dei servizi. Molti dei giovani mobili sono attivi nei nuovi settori delle “creative industries”: nel settore culturale (teatro, insegnamento, traduzioni, organizzazione di manifestazioni e eventi culturali) nei media (giornali in lingua italiana online), nell’informatica, come liberi professionisti (architetti, avvocati, mediatori etc.), nelle pubbliche relazioni.

D: È corretto affermare che questa nuova immigrazione, essendo più flessibile, può approfittare dei processi di deindustrializzazione e terziarizzazione?

Direi di sì, ma solo in parte. Spesso si tratta di jobs a breve termine, qualche volta di nuovi mestieri “inventati” al momento, come per esempio i diversi blogs che fungono da fonte d’informazione e consulenza per i nuovi arrivati. Anche la gastronomia o i call-center servono spesso più che altro come settori complementari per sopravvivere. Tra l’altro anche la gastronomia italiana di Berlino, secondo alcuni esperti del settore, sembra non poter più assorbire il numero crescente di persone in cerca di lavoro. Cosi secondo i dati della Arbeitsagentur für Arbeit nel gennaio 2013 a Berlino erano registrati 2.605 italiani in cerca di lavoro e 1.351 come disoccupati. Insomma, nonostante i titoli di studio e l’elevato capitale culturale, i rapporti di lavoro dei giovani italiani berlinesi indicano una certa precarietà delle loro condizioni di vita. Precari “creativi”, si potrebbe dire.

D: In sintesi come caratterizzerebbe questa nuova mobilità? Quali le principali differenze e analogie rispetto al passato?

All’epoca della politica del reclutamento la causa dell’emigrazione era prevalentemente economica. I processi di integrazione europea e i diversi programmi di scambio (Erasmus, Leonardo) furono introdotti anche al fine di promuovere una certa mobilità europea. Non la necessità, ma fattori soggettivi e un “habitus transnazionale” dovevano essere il motivo della mobilità giovanile europea. Fino a pochi anni fa tale obbiettivo pareva raggiunto. Oggigiorno, in vece, l’Europa deve fare di nuovo i conti con una migrazione interna dettata dalla necessità. Giovani greci, spagnoli ed italiani, indignati e con una buona istruzione, emigrano e Berlino. E la capitale dell’agiata Germania costituisce per loro una delle mete, dove credono di poter realizzare i loro progetto di vita. C’è da sperare che la cosiddetta “bolla finanziaria” (Finanz- Blase), una delle cause della loro emigrazione, non si trasformi in una “bolla berlinese” (Berlin- Blase).

(Gherardo Ugolini per Corriere d’Italia)

Foto: Tax Credits_8125987596@flickr-CC

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