Anniversari – Armeni, il genocidio dimenticato che resta pietra d’inciampo

Il 24 aprile è stato l’anniversario del genocidio armeno (Medz Yeghern, “Grande Crimine”), considerato a tutti gli effetti il primo genocidio del Novecento. Il genocidio armeno si è svolto in due fasi principali. Il primo massacro (1894-1897) è legato alla figura del sultano Abdul Hamid II (da cui il termine “massacro hamidiano”), il quale volle punire una popolazione in rivolta attuando violentissime repressioni. Il secondo massacro (1915-1923), quello drammaticamente più importante, è invece legato al gruppo dei Giovani Turchi, che per vedere realizzati i propri obiettivi nazionalisti hanno pianificato scientificamente l’eliminazione della popolazione armena presente nel Paese. Tale pianificazione è stata dimostrata nel corso del tempo da varie personalità, come lo studioso di origine ebraica Yehuda Bauer, che nel suo libro “The Place of the Holocaust in the Contemporary History” definì il genocidio armeno il caso che più si avvicina all’Olocausto, o come il professore polacco Raphael Lemkin, che affermò di aver pensato al caso degli armeni quando nel 1944 coniò il termine “genocidio“. Recentemente, nel 2005, l’Associazione Internazionale di Studiosi del Genocidio (IAGS) ha confermato come l’Impero Ottomano attuò un genocidio sistematico nei confronti della popolazione armena.

I massacri hamidiani – Verso la fine del XIX secolo gli armeni erano una delle numerose etnie che popolavano l’Impero Ottomano. Se ne contavano circa due milioni, stanziati per la maggior parte nella regione dell’Anatolia, territorio nel quale risiedevano da secoli. Con l’Impero ormai in declino, soprattutto in seguito alla guerra russo-turca del 1877-78, gli armeni iniziarono a intravedere nella figura della Russia cristiana un nuovo protettore, che fosse in grado di difendere la popolazione armena dal pressante nazionalismo turco. La stessa Russia aveva tutto l’interesse di far ricadere il territorio popolato dagli armeni sotto la propria sfera di influenza, in modo da indebolire ulteriormente il già instabile Impero Ottomano, ambendo inoltre a qualche acquisizione territoriale. Il mancato rispetto del Trattato di Berlino del 1878, che obbligava gli ottomani a garantire un maggior numero di diritti ai sudditi armeni, fu la scintilla che fece traboccare il vaso.

Intorno al 1890 la popolazione armena si sollevò in tutta l’Anatolia, chiedendo all’Impero più riforme, la fine della loro discriminazione, il diritto di voto e un governo costituzionale. La risposta del sultano Abdul Hamid II fu durissima: gli ottomani inviarono l’esercito nella regione e incitarono la popolazione musulmana nel compiere atti di violenza contro gli armeni, indicati come “nemici dell’Islam”. In poco tempo gli ottomani si macchiarono ripetutamente di gravi delitti, il peggiore dei quali si registrò nella città di Urfa, dove circa 3.000 armeni morirono bruciati vivi all’interno della cattedrale nella quale si erano rifugiati.

Per non rimanere da soli a combattere contro il nemico ottomano, gli armeni tentarono più volte di chiedere aiuto ai governi stranieri. Per mettere in luce la causa armena agli occhi dei paesi esteri, nel 1896 un gruppo di rivoluzionari occupò la Banca Ottomana a Istanbul, prendendo in ostaggio un gran numero di impiegati. La reazione del governo fu ancora una volta molto dura, infatti sia nella capitale che nelle altre regioni dell’Impero vennero attuate grandi repressioni che portarono alla morte di migliaia di armeni (le stime parlano di circa 50.000 vittime). Il periodo di terrore durò fino al 1897, anno in cui il sultano Abdul Hamid affermò di aver risolto definitivamente la questione armena.

I Giovani Turchi e il secondo massacro – Qualche anno più tardi, nel 1909, salirono al potere i Giovani Turchi, deponendo il sultano Abdul Hamid in favore del fratello, Mehmet V. Uno dei principali obiettivi dei Giovani Turchi, gruppo politico fortemente nazionalista e caratterizzato da un forte fanatismo, era quello di perseguire l’idea di un territorio dall’Anatolia (regione ancora popolata da un gran numero di armeni) all’Asia Centrale abitato esclusivamente dall’etnia turca.

Intanto in Cilicia, altra regione a forte presenza armena, si registrarono nuovi massacri, con almeno 30.000 vittime accertate. Con l’approssimarsi della prima Guerra mondiale, il governo turco temette inoltre che il popolo armeno potesse allearsi con il nemico russo, mettendo in serio pericolo la precaria stabilità del Paese. Per queste ragioni, i Giovani Turchi, guidati dai “Tre Pascià” (Mehmed Talat Pascià, Ismail Enver e Ahmed Djemal), riunitisi nel 1911 in un congresso segreto a Salonicco, decisero di pianificare l’eliminazione sistematica del popolo armeno. L’occasione giusta per dare il via al loro piano di sterminio venne fornita dallo scoppio della guerra, che impedì di fatto ai paesi esteri di potere intromettersi nelle questioni interne relative alla Turchia.

Tutto ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando nella città di Costantinopoli (l’odierna Istanbul) si verificò un improvviso rastrellamento degli intellettuali appartenenti all’élite armena presenti in città. In un solo giorno scomparvero quasi 300 persone appartenenti alla classe dirigente tra cui giornalisti, scrittori, avvocati e persino deputati al Parlamento. Queste persone vennero deportate in Anatolia, e chi sopravvisse al duro tragitto venne massacrato una volta giunto a destinazione. Senza i propri intellettuali, la popolazione armena si ritrovò così “decapitata”. Dopo aver eliminato la classe dirigente, il governo turco, con un decreto emesso sempre nel 1915, ordinò il disarmo di tutti i militari armeni arruolatisi per la guerra (circa 350.000), che vennero arrestati e massacrati. Infine il piano dei Giovani Turchi colpì la popolazione armena dell’Anatolia, deportata verso la Mesopotamia con l’iniziale scusa di dover evacuare le zone di guerra e obbligata a vere e proprie marce della morte che coinvolsero circa 1.200.000 persone. Solo in pochi arrivarono a destinazione, mentre la maggior parte morì durante il faticoso tragitto. Le testimonianze di questo massacro sono legate alle fotografie dell’ufficiale tedesco Armin T. Wegner, che proprio durante la guerra prestò servizio in Anatolia.

Il dibattito sul riconoscimento – Chi organizzò e pianificò il genocidio si preoccupò allo stesso tempo di cercare di nascondere la verità. Per fare in modo di negare la premeditazione del massacro, i turchi come affermato in precedenza deportarono la popolazione armena con il pretesto della guerra in corso; inoltre per effettuare la deportazione di queste persone vennero incaricate alcune tribù curde, in modo da coprire le responsabilità dei funzionari governativi.

La Turchia si è sempre rifiutata di riconoscere il genocidio degli armeni, sdrammatizzando i fatti e minimizzando il numero delle vittime. Parlare del genocidio rappresenta addirittura una violazione dell’art. 301 del codice penale, che punisce le offese “allo Stato turco”; ne sa qualcosa il premio Nobel Orhan Pamuk, processato per aver ricordato l’accaduto durante un’intervista.

Il negazionismo nei confronti del genocidio armeno rischia di costare alla Turchia l’ingresso all’interno dell’Unione Europea, con la quale rischia di compromettere i negoziati, dato che vari paesi UE ne riconoscono l’esistenza, mentre per la Francia è addirittura un reato negarlo. Attualmente il genocidio armeno è riconosciuto ufficialmente da 21 stati, tra i quali l’Italia.

(Emanuele Cassano per EastJournal.net)

Foto: dal Museo del Genocidio, Yerevan (Hanay_wikipedia_CC)

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