Serbia: dopo l’accordo con il Kosovo, via libera verso l’Europa

Dopo l’accordo in extremis sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo (qui il testo), come previsto arriva la ricompensa: la Commissione Europea, nel suo “rapporto di primavera” pubblicato lunedì 22 aprile, ha raccomandato al Consiglio UE di stabilire una data per l’avvio dei negoziati d’adesione con la Serbia, e di avviare i negoziati per la conclusione di un Accordo di stabilizzazione ed associazione col Kosovo. Il Consiglio UE si riunirà a giugno per prendere le decisioni finali, che dovrebbero essere in linea, questa volta, con quanto raccomandato dalla Commissione.

Serbia e Kosovo fanno entrambe un passo verso l’adesione all’UE, pur restando a distanza. Per Belgrado, si dovrebbero finalmente aprire in autunno i negoziati d’adesione. Dopo aver firmato un Accordo di stabilizzazione e associazione nel 2008, deposto domanda d’adesione nel 2009, e ottenuto lo status di candidato poco più di un anno fa (il 1° marzo 2012), la Serbia si accoda così al Montenegro e alla Turchia, che ha avviato i negoziati con l’UE nel 2005 e nel 2012, oltre che all’Islanda, i cui negoziati sono in corso dal 2010.

Se i tempi dovessero essere, come presumibile, gli stessi che per la Croazia (che avviò i negoziati nel 2006 e li concluse nel 2012), l’orizzonte temporale per l’adesione della Serbia all’UE potrebbe essere il 2020.

Per la Repubblica del Kosovo, dall’altra parte, si dovrebbero avviare i negoziati per la conclusione di un Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA). Il governo di Pristina è l’ultimo della regione a non avere ancora firmato un accordo con l’UE, anche a causa del non riconoscimento da parte di cinque dei ventisette paesi membri UE (Cipro, Grecia, Slovacchia, Romania e Spagna). Lo scorso ottobre, la Commissione ha presentato uno studio di fattibilità per un accordo ASA che tenga conto del limitato riconoscimento delle autorità di Pristina senza impedire la conclusione di un accordo con l’Unione.

La mancanza di tale accordo, oggi, impedisce al Kosovo di deporre domanda d’adesione all’Unione e anche di negoziare una liberalizzazione del regime dei visti, cosa che tutti gli altri stati della regione hanno ottenuto tra il 2008 e il 2010. Per i cittadini del Kosovo, una rapida conclusione dell’accordo ASA e della liberalizzazione dei visti porterebbe a dei benefici tangibili in termini di possibilità di viaggiare.

Una vittoria della condizionalità e della pace tra nemici. Gli sviluppi degli ultimi giorni e le raccomandazioni della Commissione sembrano confermare l’impianto teorico della condizionalità pre-adesione: Bruxelles riesce ad ottenere successi in politica estera quando le condizioni sono chiare ed esplicite (un accordo sulla normalizzazione delle relazioni), la ricompensa o punizione è tangibile e concreta (l’avvio dei negoziati per l’adesione e per l’ASA) e il momento è l’ultimo possibile per le parti per accordarsi prima di perdere tutto. Con questi prerequisiti, la condizionalità offre una situazione win-win in cui tutte e tre le parti (UE, Kosovo e Serbia) guadagnano dal raggiungimento di un accordo.

La prosecuzione e l’innalzamento del livello delle relazioni tra Belgrado e Pristina, inoltre, sembrano confermare il teorema secondo cui “solo Nixon potè andare in Cina”, il paradosso del peace-building secondo cui la pace si fa tra nemici. Durante il suo lungo mandato a capo della Serbia, il Partito Democratico di Boris Tadić aveva mantenuto un atteggiamento ambiguo, inseguendo l’Europa ma senza voler rinunciare al Kosovo, anche in base al rischio di contraccolpi interni da parte della destra nazionalista di Nikolić e Kostunica. Oggi gli stessi nazional-conservatori del Partito Progressista di Nikolić, arrivato al governo, possono permettersi di essere più flessibili sulla questione del Kosovo poiché non devono temere contraccolpi da destra, dove Kostunica è rimasto marginale, mentre possono godere del sostegno dall’opposizione dei Democratici e dei Liberal-Democratici. E a Bruxelles Ivica Dačić, l’alleato di Nikolić già portavoce di Milosević, incontra al tavolo delle trattative quel Hashim Thaçi che fu a capo della guerriglia indipendentista dell’UCK.

Secondo Alfredo Sasso, l’accordo è anche un test per misurare le reazioni e la digeribilità della trattativa con Pristina, di cui l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni rappresenta solo l’inizio. Per adesso, la prova sembra ampiamente superata, almeno a Belgrado. Sono di questi giorni le foto di raduni nazionalisti sempre meno frequentati, a Belgrado – e non erano più 200 persone al massimo tra Radicali, Dveri, Obraz e altri dell’ultradestra a radunarsi lunedì in piazza. Anche nella maggioranza nazional-conservatrice di governo, padre dell’accordo, viene registrata la quasi unanimità, e nessun dissenso espresso pubblicamente, mentre i principali quotidiani belgradesi applaudono al compromesso.

Le ripercussioni sull’integrazione europea degli altri paesi dei Balcani Occidentali. Lo sblocco della situazione diplomatica tra Serbia e Kosovo, anche se si è ancora lontani da una definitiva riappacificazione e riconoscimento reciproco, rappresenta un passo importante anche per l’Unione Europea, che cercherà di farlo valere nelle proprie relazioni con gli altri stati della regione dove i progressi ancora latitano. Secondo Judy Dempsey del Carnegie Europe, l’accordo ricorda che il potenziale d’attrazione dell’UE è ancora intatto, nonostante l’approfondirsi della crisi della periferia dell’euro e nonostante i passi falsi della politica estera comune. E in secondo luogo l’accordo è il primo vero successo diplomatico dell’Alto rappresentante UE per la politica estera, Catherine Ashton, di cui si ricordano decisamente più critiche che lodi.

Il primo prossimo obiettivo della Commissione dovrebbe essere la Bosnia-Erzegovina: solo pochi giorni fa, il Commissario all’allargamento Stefan Fuele ha fatto la voce grossa con i politici di Sarajevo, mettendo ben in chiaro che se la Costituzione di Dayton non sarà riformata come richiesto dalla Corte europea dei diritti umani per garantire i diritti politici delle minoranze, l’Unione potrebbe non riconoscere come democratiche le elezioni del 2014. Anche qui, lo schema della condizionalità è lo stesso: una richiesta chiara, una data ultima, e una punizione concreta. Fino ad ora tutti gli ultimatum ai politici bosniaci non hanno mai dato frutti, se non in maniera limitata. Vedremo se l’avanzamento di Belgrado verso l’integrazione spingerà anche i politici di Sarajevo ad accordarsi. Un ammorbidimento dei serbo-bosniaci potrebbe avere di converso effetti positivi sui serbi del Kosovo, gli unici per ora a rigettare senza riserve l’accordo Pristina-Belgrado.

Gli altri due stati della regione su cui il progresso tra Serbia e Kosovo potrebbe avere delle ripercussioni positive sono l’Albania e la Macedonia. A Tirana, la Commissione Europea sta aspettando lo svolgimento delle elezioni di giugno 2013, che dovranno dimostrarsi libere e democratiche perché l’UE accetti la domanda di candidatura presentata già nel 2009, e conceda anche al paese delle aquile lo status di paese candidato. Per quanto riguarda la Macedonia, la Commissione ha già raccomandato più volte negli scorsi anni al Consiglio UE l’apertura dei negoziati, ma contro di essa pende ancora il veto greco per via della questione del nome. Lo stesso blocco è in corso per quanto riguarda l’integrazione nella NATO. La Macedonia è paese candidato all’adesione all’UE sin dal 2005, a seguito degli accordi di Ohrid, ma l’impasse nel suo percorso di integrazione europea ne sta minando la stabilità e il consolidamento democratico.

(Davide Denti per EastJournal.net)

Fotografia: demokrate/flickr

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