Finanza e sostenibilità: quando gli esperti giocano a dadi col mondo

Prendete delle scimmie. Date loro in mano un set di freccette, aspettate che le lancino verso il bersaglio. Fatto? Probabilmente, il risultato non sarà un granché, in fatto di precisione. Eppure, è esattamente questa l’immagine che lo psicologo e premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman offre per rappresentare l’affidabilità delle previsioni degli esperti. Un disastro: «Quelli che sanno di più sono poco più bravi a prevedere di quelli che sanno di meno – scrive Kahneman nella sua ultima fatica, Pensieri lenti e veloci – Ma quelli dotati delle conoscenze massime sono spesso i meno attendibili».

Il motivo, spiega lo studioso israeliano, è che «chi acquisisce più conoscenze sviluppa sempre più l’illusione della propria abilità e diventa più sicuro di sé, staccandosi gradatamente dalla realtà». Non si tratta di una semplice opinione personale (d’altronde, seguendo il ragionamento di Kahneman, quale autorità avrebbe?), ma del risultato di un’illusione cognitiva battezzata “illusione di validità”.

Una prospettiva che si è conquistata grande attenzione dopo il ventennale studio dello psicologo Philip Tetlock che, valutando 80mila previsioni di 284 persone che «per mestiere commentavano o davano consigli sulle tendenze economico-politiche», trovò che «gli esperti ebbero un rendimento peggiore di quello che avrebbero avuto se si fossero limitati ad assegnare probabilità del 50-50 ». Ovvero, il loro parere è risultato efficace come il lancio in aria di una moneta.

La ricerca “An evaluation of alternative equity indices“, appena pubblicata dalla Cass Business School di Londra, sembra confermare la stessa prospettiva. Raccogliendo dati azionari statunitensi dal 1968 al 2011, gli autori Andrew Clare, Nick Motson e Steve Thomas hanno «programmato un computer affinché selezionasse casualmente e ponderasse ciascuna delle 1.000 azioni del campione, simulando, di fatto, le capacità di scelta di una scimmia.  Il processo è stato ripetuto 10 milioni di volte per ciascuno dei 43 anni dello studio». Il risultato più sorprendente, ammette Clare, è stato rilevare che «quasi ognuno dei 10 milioni di gestori di fondi “scimmia” ha prestazioni migliori rispetto agli indici ponderati per la capitalizzazione del mercato».

Indici di borsa creati causalmente, quindi, sembrano essere più performanti di quelli elaborati dall’uomo secondo il principio della capitalizzazione di mercato. Si tratta di una scoperta, dicono dalla Cass, che «potrebbe abbattersi come una tempesta sugli investitori che hanno investito miliardi di dollari in tutto il mondo sulla base degli indici ponderati per la capitalizzazione del mercato». Sicuramente, è un risultato che fa emergere molte domande sul ruolo di predominio assoluto che l’economia mondiale attribuisce ai mercati, alla finanza, e ai loro attori.

Come osserva anche Kahneman, «i ricercatori sono generalmente d’accordo nel sostenere che tutti i trader, che lo sappiano o no (e alcuni di loro lo sanno), giocano ai dadi». A suo tempo, Einstein si rifiutò di credere che Dio potesse farlo con l’universo, ma sembra proprio che i broker lo facciano col nostro mondo. In generale, in un mondo dove vige la supremazia dei tecnici, a cosa servono dunque gli esperti? La risposta è che non è colpa loro, ma del mondo nel quale si muovono. Gli esperti che falliscono (e stiamo parlando di previsioni a lungo termine), lo fanno perché «gli errori di previsione sono inevitabili, perché – ammette Kahneman – il mondo è imprevedibile».

Questo vale per la finanza, come a maggior ragione per il mondo della sostenibilità e dell’economia ecologica in tutte le sue sfaccettature, dal cambiamento climatico all’esauribilità delle risorse. Ma il ruolo degli esperti non è improvvisamente finito: uscendo da un salutare bagno di umiltà e riscoprendo la preziosa lezione dell’ignoranza di Socratica memoria, sta a loro spingere per l’importanza di continuare ad investire in ricerca e cultura, ma soprattutto per l’adesione ad un principio di cautela: se perseguire l’attuale modello di sviluppo economico porta con sé la più che seria ipotesi di compromettere la tenuta ecosistemica del pianeta, nonché la sicurezza della nostra società, davvero ci conviene ascoltare le sirene dell’opportunismo, che continuano a gridare il contrario? Per una volta, ascoltiamo l’istinto di sopravvivenza. Non lanciamo in aria questa moneta.

(Luca Aterini per greenreport.it)

1 comment to Finanza e sostenibilità: quando gli esperti giocano a dadi col mondo

  • Francesco

    Premesso che non sono degno di commentare studi approfonditi di premi Nobel e di istituzioni di alto livello accademico ma avendo fatto il trader per 25 anni mi piacerebbe esprimere una opinione in merito.
    Negli ultimi anni la componente aleatoria e psicologica nella gestione del risparmio e nella previsione degli eventi geo-politici ha assunto sempre di piu’ una valenza maggiore ma se tutti i trader giocassero a dadi il 97% ( questo e’ il tasso di mortalita’ del trading fai da te ) dei traders stessi fallirebbe perche’ il 50 e 50 alla lunga non si realizza in un risultato a somma zero ma in una massiccia distruzione di ricchezza.
    Per fortuna i trader sono un po’ piu’ professionisti degli scommettitori d’azzardo ma il frutto di questo studio non e’ ( a mio modesto parere) fuori dalla realta’ dei fatti, non me la sento di difendere del tutto la categoria poiche’ negli ultimi 15 anni la finanza ha sopravanzato l’economia reale n-volte, alcuni studi calcolano che con i derivati la finanza sia 500 volte superiore alla ricchezza reale mondiale per cui il “trading” si e’ sempre piu’ allontanato dalla realta’ economica e dai fondamentali, si e’ sempre piu’ avvicinato a logiche probabilistiche di realizzazione di un evento tipiche delle scommesse.
    Negli ultimi anni le maggiori “investment bank” non assumevano laureati in economia ma in fisica e in matemetica con approccio quantistico. I risultati si sono visti e si continuano a vedere.
    Grazie per l’attenzione.
    Francesco De Stefano

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