Jurassic Park si avvicina: la resurrezione delle specie, tra sogno e incubo

La resurrezione delle specie. È quella che vorrebbe realizzare Ben Novak, biologo molecolare della University of California di santa Cruz, per riportare in vita l’Ectopistes migratorius, il piccione migratore del Nord America che si è estinto oltre cento anni fa, clonando il materiale genetico di tre individui delle specie morti a fine Ottocento e ben conservati.

È quella che hanno già tentato di realizzare alcuni ricercatori spagnoli, clonando le cellule somatiche della Capra pyrenaica pyrenaica, più nota come stambecco dei Pirenei, che si è estinta di recente, nell’anno 2000. Il tentativo di resurrezione è solo in parte riuscito. Un individuo Capra pyrenaica pyrenaica è effettivamente stato partorito da una mamma ospite (di un’altra specie), ma lo stambecco neonato è morto subito dopo, per gravi malformazioni polmonari.

In realtà progetti di “resurrezione delle specie” sparsi per il mondo ce ne sono tanti. Molti riguardano specie estinte di recente. Qualcuno pensa di riportare in vita specie antiche, come quella dei mammuth (estinta alcune migliaia di anni fa) o, addirittura, di realizzare il sogno di Michel Crichton (ricordate Jurassic Park?) riportando in vita una o più specie di dinosauro (estinte almeno 65 milioni di anni fa).

Nessuno di questi e altri progetti sono stati portati a buon fine. Ma la novità è che non appartengono più all’immaginazione di qualche scrittore e/o cineasta, ma – come riporta la rivista Nature nel suo ultimo numero – a quella, non meno creativa, di qualche scienziato.

Le tecniche possibili per dare vita a individui di una specie estinta – spiegano sempre su Nature  due californiani esperti di scienza e diritto, Jacob S. Sherkow e Henry T. Greely – sono almeno tre: l’ibridazione altamente mirata di specie esistenti; la clonazione; l’ingegneria genetica. Ciascuna presenta limiti, di natura scientifica e tecnologica. È anche per questo che, finora, la “resurrezione” di una specie estinta non è riuscita. Tuttavia è il tempo di porsi una domanda: è desiderabile?

Ci sono almeno cinque ragioni, sostengono ancora Sherkow e Greely, che inducono a rispondere: no, riportare in vita una specie estinta non è un bene. La prima riguarda il benessere degli animali: tentare di dare vita con tecniche ancora approssimate degli animali, significa esporli al rischio di sofferenze (come nel caso dello stambecco dei Pirenei), il che è vietato da molte legislazioni e non è ben visto da molti scienziati. C’è, poi, un problema di sanità pubblica: riportare in vita animali estinti potrebbe significare riattivare agenti patogeni dormienti. C’è un rischio ambientale: perché se le specie estinte ritornano in natura possono turbare gli attuali ecosistemi. C’è un rischio politico: se la gente si convince che l’estinzione delle specie non è irreversibile, ma rimediabile, allora la lotta per la tutela della biodiversità perde forza. Infine, c’è un problema etico: abbiamo il diritto di riscrivere la storia biologica del pianeta?

Ma, sostengono Sherkow e Greely, anche dei punti a favore. Anch’essi sono cinque. Il primo è che questi tentativi producono nuova conoscenza scientifica: un bene in sé. Il secondo è che generano progresso tecnologico: che può essere applicato a vantaggio di altri animali e dell’uomo stesso. Il terzo è ecologico: permette di contrastare la riduzione di biodiversità. Il quarto punto a favore è semplicemente la giustizia: molte specie sono state portate all’estinzione dall’uomo, l’uomo ripara gli errori. Rende loro giustizia. L’ultimo punto è, semplicemente, la “meraviglia”. L’effetto “Jurassic Park”. Si farebbe qualcosa di eccezionale.

In realtà, sostengono Sherkow e Greely, esistono anche problemi legali e di altra natura. Ma per ora iniziamo a discutere: quale tra questi due pacchetti di pro e di contro deve prevalere?

(Pietro Greco per Greenreport.it)

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