Ambiente: rapporto UE sottolinea la tensione del dialogo sociale nelle relazioni industriali

Il rapporto “Industrial Relations in Europe 2012”, pubblicato l’11 aprile dalla Commissione Europea, sottolinea che «L’attuale crisi economica compromette seriamente il dialogo tra i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro e i governi» e rileva che «le riforme adottate recentemente dai governi non sono sempre state accompagnate da un dialogo sociale pienamente efficace, con la conseguenza che le relazioni industriali sono sempre più conflittuali in Europa». Insomma, la Commissione si è accorta che è sempre più difficile far digerire ai lavoratori le ricette neoliberiste e qualche commentatore italiano farebbe bene ad accorgersi che in Europa di “Fiom” e “Cgil” discretamente arrabbiate ce ne sono parecchie, e non tutte con l’esperienza di lotte e contrattazioni del nostro più grosso sindacato.

Nella relazione vengo esaminate altre questioni, in particolare il coinvolgimento delle parti sociali nella transizione verso un’economia più sostenibile e meno dipendente dai combustibili fossili. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, il rapporto rileva che «Le attività delle parti sociali in questo settore si intensificano e che il loro ruolo di sostegno all’agenda verde è sempre più incisivo. Come parte della strategia Europa 2020, l’Europa sta lavorando per la transizione verso un’economia più sostenibile e meno dipendente dai combustibili fossili. Il Coinvolgimento delle parti sociali in questa fase di transizione sta gradualmente aumentando, ma molto resta ancora molto da fare. Mentre alcune parti sociali inizialmente erano critiche sul programma per la crescita verde, l’approccio è diventato più favorevole e positivo. I sindacati, in particolare, hanno sottolineato la necessità di una “giusta transizione” che colleghi sostenibilità ambientale e giustizia sociale». Il rapporto conclude che «Il rafforzamento e la promozione delle attività delle parti sociali a tutti i livelli (europeo, nazionale, settoriale, regionale e aziendale) è cruciale per il successo della transizione verso un’economia verde».

Le parti sociali sono fortemente coinvolte nel realizzare la green economy negli Stati membri occidentali e del nord Europa, come in Finlandia, il Belgio e la Germania: «In una dozzina di Paesi europei, tra cui molti dei più recenti Stati membri, sono stati istituiti organi tripartiti per discutere di un approccio comune per il cambiamento climatico e per trovare soluzioni negoziate per le sfide poste dalla transizione». Il capitolo 5 del rapporto cita casi particolari in cui le parti sociali hanno contribuito con successo a realizzare un’economia più verde nei settori delle costruzioni, dell’energia, della chimica e nel manifatturiero non-metallico.

«Mentre in Paesi come il Belgio, la Francia, i Paesi Bassi e la Spagna i sindacati hanno partecipato al processo di riforma pensionistica – si legge – in altri il ruolo delle parti sociali è stato minimo, il che ha generato conflitti». Il rapporto sembra molto preoccupato per la situazione dello stato del dialogo sociale in Europa centrale e orientale, cioè dei Paesi passati dal comunismo sovietico ed un capitalismo sfrenato che spesso non riconosce i diritti dei lavoratori. «Benché esista una grande diversità tra i Paesi di questa area – si legge nella relazione – essi presentano tutti, ad eccezione della Slovenia, istituzioni di relazioni industriali fragili e frammentate. Alcune riforme pregiudicano effettivamente il coinvolgimento delle parti sociali nell’introduzione dei cambiamenti». Il rapporto dimostra che «La rivitalizzazione dei sistemi nazionali di relazioni industriali al fine di promuovere e ripristinare il consenso è indispensabile per garantire la sostenibilità a lungo termine delle riforme economiche e sociali in atto».

Il Commissario europeo per l’occupazione, gli affari sociali e l’inclusione, László Andor, un economista socialista ungherese che in patria ha a che fare con un governo reazionario e liberticida che ha scelto lo scontro con i lavoratori, ha detto: «Il dialogo sociale è soggetto a crescenti pressioni nell’attuale contesto di calo della domanda macroeconomica, di inasprimento fiscale e di tagli della spesa pubblica. Dobbiamo rafforzare il ruolo delle parti sociali a tutti i livelli, se vogliamo uscire dalla crisi e preservare i vantaggi del modello sociale europeo. Un dialogo sociale ben strutturato è altresì indispensabile per rispondere alle sfide del cambiamento demografico e per riuscire a migliorare le condizioni di lavoro e a rafforzare la coesione sociale. Il dialogo sociale deve essere intensificato negli Stati membri dell’Europa centrale e orientale, nei quali è attualmente sensibilmente più debole».

Insomma sindacati ed organizzazioni dei lavoratori in buona salute fanno bene all’economia ed alla democrazia e per la Commissione Europea (dominata da commissari di centro-destra) «È di cruciale importanza che i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro (parti sociali) partecipino attivamente all’elaborazione delle riforme della pubblica amministrazione, dal momento che le soluzioni individuate attraverso il dialogo sociale sono in genere più ampiamente accettate dai cittadini, più facili da attuare nella pratica e meno atte a suscitare conflitti. Accordi consensuali con l’intervento delle parti sociali contribuiscono quindi a garantire la sostenibilità a lungo termine delle riforme economiche e sociali.

Un dialogo sociale ben strutturato può contribuire effettivamente alla resilienza economica dell’Europa. Di fatto, i Paesi con un dialogo sociale consolidato e istituzioni di relazioni industriali forti sono generalmente quelli in cui la situazione economica e sociale è più solida e meno soggetta a pressioni. Le potenzialità del dialogo sociale di risoluzione dei problemi possono contribuire a superare l’attuale crisi. La nuova relazione illustra in che modo i risultati del dialogo sociale europeo possono incidere concretamente sulla vita lavorativa dei cittadini europei, ad esempio migliorandone le condizioni di lavoro e la salute e sicurezza sul luogo di lavoro».

È evidente che gli esempi ai quali si rifà il rapporto Ue non sono quelli della Fiat di Marchionne o il rifiuto della concertazione dei governi Berlusconi e Monti.

La relazione, prendendo in considerazione dei tagli della spesa pubblica in numerosi Stati membri, affronta essenzialmente i rapporti di lavoro nel settore pubblico: amministrazione pubblica, istruzione e assistenza sanitaria ed evidenzia che «I governi hanno considerato prioritari gli incrementi di efficienza nella ristrutturazione del settore pubblico. In alcuni Paesi questo processo ha continuato il suo corso seguendo un approccio più equilibrato che suscita minori tensioni e conserva così il margine per soluzioni collettive tra i sindacati e il settore pubblico. In altri paesi i metodi scelti per attuare decisioni hanno spesso escluso il ricorso al dialogo sociale. Tale tendenza non si registra unicamente nei Paesi che beneficiano dell’assistenza finanziaria dell’Ue e del Fondo monetario internazionale. Di conseguenza, in molti Stati membri, l’inasprimento fiscale e i tagli della spesa pubblica hanno generato un’ondata di vertenze di lavoro e hanno messo in evidenza la natura contestata di alcune delle misure di riforma che non sono passate al vaglio del dialogo sociale».

 

(Fonte Greenreport.it)

foto: katerha@flickr

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