Laddove la Fotografia può essere classismo

Mi è capitato, in questi giorni, di visitare il sito web di un bravo fotoreporter – Patrick Farrell del quotidiano Miami Herald. Patrick ha vinto, nel 2009, il Premio Pulitzer (il più ambito, nel fotogiornalismo) nella sezione Breaking News Photography, per aver documentato il devastante uragano su Haiti, nel 2008.

Guardando quelle immagini, dure e difficili da digerire, e pensando a quanto da me già scritto in precedenza sull’informazione attraverso la fotografia, ho fatto alcune considerazioni.

Tralasciando lo “stile” delle immagini, sempre in bianco e nero, contrastatissime ed ancora enfatizzate da un uso estremo del grandangolo, ciò che colpisce è la forte spettacolarizzazione della morte e del dolore. Troviamo fotografie davvero “estreme”: questa di un bambino nudo che spinge una carrozzina, o questa che mostra numerosi cadaveri di bambini o, ancora, questa con un uomo che infila in un sacco di tela il cadavere di un bambino.

Mi auguro che tali immagini non turbino troppo qualcuno; ma siamo oramai circondati da immagini del genere, sempre più spettacolari, sempre più crude, violente e sempre, sistematicamente, scattate in paesi del Terzo Mondo, quasi a certificare il dolore, a supporre che quelle zone del mondo abbiano l’esclusiva della morte violenta e della disperazione.

Salvo, poi, effettuare con tali immagini spericolate operazioni di marketing, monetizzandole attraverso mostre, convegni, corsi, workshops, splendidi volumi patinati e costruendosi una solida fama. Tutti eventi in cui queste fotografie vengono sempre definite “belle”. Quanto può valere il dolore? Questi fotoreporters, che vivono in paesi ricchi, possiedono generalmente parecchi soldi e viaggiano in quei posti disperati, portando il nostro sguardo potremmo dire un po’ colonialista, un colonialismo del dolore, su eventi terribili e mortiferi. La scritta: “ATTENZIONE. Queste immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità” dovrebbe forse salvare le coscienze?

Ricordo che, durante il conflitto che distrusse la città di Sarajevo, il notiziario italiano TG1 mandò in onda un servizio sul bombardamento di un mercato di quella città, a colpi di mortaio. L’orario era quello in cui ci si siede a tavola per pranzo. Rimasi di stucco, guardando quei cadaveri smembrati, il sangue e mi chiesi se quella testa umana, come posata a bella posta su un bancone della frutta, potesse davvero contribuire a far smettere quel massacro. Le proteste e le polemiche furono immediate, e la RAI fu costretta a chiedere scusa e non trasmise più simili filmati.

Tutte queste cose non hanno nulla a che fare con l’Informazione, senza contare l’intrusione violenta nel “personale”, nel dolore altrui. Le persone ritratte in questo tipo di immagini, sanno che andranno a popolare le riviste di tutto il mondo? Questi “reporters” opererebbero allo stesso modo per eventi nel “nostro” mondo? Lavorando in questo modo, si mette in atto una sorta di divisione “classista”, non testimonianza di dolore e sventura, di denuncia politica, ma di una diseguaglianza sociale sempre più estrema e profonda: la nostra realtà, quella agiata, guarda dall’alto quella disagiata, la mostra sui giornali, la utilizza per fini non propriamente informativi.

Ed è sempre peggio: siamo ormai abituati a vedere certe immagini, non ci sconvolgiamo più e le fonti giornalistiche spingono per avere fotografie e filmati sempre più estremi. L’obiettivo è vendere oppure fare più audience. Ed i reporters, obbedienti, eseguono.

(Franco Wendler)

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