Card. Ravasi: tante lingue, una sola fede. Cirillo e Metodio, evento epocale

Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e uno dei prelati considerati più “papabili” nel prossimo conclave, è intervenuto questa mattina al Congresso internazionale intitolato ai “SS. Cirillo e Metodio fra i popoli slavi: 1150 anni dall’inizio della loro missione”, evento ideato dagli slovacchi card. Jozef Tomko e mons. Cyril Vasil che si tiene a Roma oggi e domani, parlando del “Rapporto tra la traduzione della Sacra Scrittura e lo sviluppo delle culture nazionali”. Nel testo del suo intervento, pubblicato in anteprima la scorsa settimana dal Corriere, il cardinale ha dato particolare attenzione al contributo che Cirillo e Metodio hanno dato al tema, con secoli di anticipo su operazioni spiritual-culturali simili che sono state portate avanti in altri paesi.

«Ogni traduzione delle Sacre Scritture non è solo un fenomeno pastorale pratico, è anche un evento culturale, interculturale e di inculturazione», ha introdotto il tema il porporato. Le versioni delle «Sacre Scritture nelle lingue moderne fanno la loro prima apparizione già nel Medioevo nelle forme più diverse e parziali e costituiscono un complesso delta ramificato». L’esempio della versione tedesca della Bibbia eseguita da Lutero, un’opera che lo impegnò per oltre vent’anni nel ‘500, secondo Ravasi è un segno chiaro che, in un territorio contrassegnato da diversi dialetti, la lingua utilizzata nella traduzione divenne a tutti gli effetti la madre della lingua tedesca nobile e moderna, che ha unificato la nazione, «operazione analoga all’ancor più ampia e complessa azione culturale e religiosa dei santi Cirillo e Metodio sei secoli prima», ha sottolineato il cardinale, «parallelo minore per l’effetto registrato, ma altrettanto significativo per mostrare il nesso intimo tra versione della Sacra Scrittura e lo sviluppo di una cultura nazionale». Come l’altro esempio citato della King James Version (detta anche Authorized Version), ordinata a una commissione di 50 membri che lavorarono per sette anni dal sovrano Giacomo I Stuart a fine ‘500. La nuova versione pose grande cura all’aspetto linguistico e letterario, e, «pubblicata nel 1611 a Londra, divenne un vero e proprio monumento della lingua inglese classica, influendo fortemente nella letteratura inglese».

L’opera di Cirillo e Metodio di incunea in questa linea, ma in modo ancora più radicale e globale, con la messa in luce in particolare della figura di Cirillo, che prima della missione «si era attrezzato con lo studio dell’ebraico e dell’aramaico samaritano e forse del siriaco, e che attuò il progetto grandioso di creare un alfabeto specifico, il glagolitico» (o paleoslavo). «La sua traduzione slava della Bibbia e dei libri liturgici fu un evento epocale», «culturalmente e religiosamente impressionante e formidabile, capace di anticipare di secoli alcune opzioni ecclesiali e di creare una sorgente viva ed esemplare per la civiltà slava nella sua polimorfa fisionomia, pur ancorandosi idealmente a un modello primigenio, quello dell’evangelizzazione “inculturata” dell’apostolo Paolo». Il card. Ravasi richiama, insieme a Paolo, sant’Agostino che, commentando il Salmo 44 affermava che «c’è una lingua africana, ce n’è una siriaca, un’altra greca e molte altre: queste lingue fanno il tessuto variopinto di questa regina. Ma come la varietà delle vesti s’accorda con una unità, così anche tutte le lingue convergono in un’unica fede. Vi sia pure varietà nella veste, ma nessuno squarcio!».

Tavola di Baska (Bašćanska Ploča), più antica iscrizione  in paleoslavo (XI sec) (Wikipedia)

L’inculturazione dei due Apostoli degli Slavi è ricordata dall’enciclica «Slavorum Apostoli» di Giovanni Paolo II, quando ricorda che l’attività missionaria dei due santi era retta da questo programma: “innestare correttamente le nozioni della Bibbia e i concetti della teologia greca in un contesto di esperienze storiche e di pensieri diversi”. […] Essi “desiderarono diventare simili sotto ogni aspetto a coloro ai quali recavano il Vangelo; vollero diventare parte di quei popoli e condividerne la sorte”, per cui si fecero “slavi di cuore”», divenendo “un fulgido esempio di universalismo che abbatte le barriere”, come ricordava lo stesso papa in una omelia.

Il metodo adottato da Cirillo e Metodio, secondo il prelato, «si reggeva su una premessa indispensabile: conoscere idee, lingua, tradizioni, simboli, prassi, concezioni dei popoli che accostavano, rispettandoli», un «atteggiamento straordinariamente anticipatore e prefiguratore della teologia che il Vaticano II ha espresso in molteplici attestazioni». «Il loro annuncio del Vangelo – è stato ancora Giovanni Paolo II a ricordarlo nella sua omelia nella Basilica di san Clemente del 14 febbraio 1981 – “non mortificava, d-struggeva o eliminava, bensì integrava, elevava ed esaltava gli autentici valori umani e culturali tipici dei paesi evangelizzati”».

L’invenzione dell’alfabeto da parte di Cirillo e Metodio, componente fondamentale della traduzione della Sacra Scrittura, ha sottolineato il porporato citando ancora l’enciclica, «un evento il cui effetto fu “pari a quello della lingua latina in Occidente”». Una operazione linguistica che fu senza dubbio «anche un’impresa di tipo culturale, tant’è vero che fu proprio la versione slava della Bibbia l’atto generativo che “conferì capacità e dignità culturale alla lingua liturgica paleoslava e divenne per lunghi secoli non solo la lingua ecclesiastica, ma anche quella ufficiale e letteraria”».

Oggi è indiscutibile, ha concluso, «che essi sono padri della cultura anche per quelli che non si riconoscono più nella fede cattolica». La loro fu in prima istanza un’opera evangelizzatrice, ma «può essere assunta, pur nella differenza evidente dei contesti storico-culturali, come un modello esemplare sia per il dialogo interculturale sia per la nuova evangelizzazione nella società contemporanea».

Il congresso proseguirà fino alle conclusioni di domani nelle sedi del Pontificio Istituto Orientale e della Pontificia Università Gregoriana. A chiudere i lavori sarà il Card. Tomko, che proprio in queste ore avrà un colloquio privato – come gli altri due membri della commissione pontificia che ha indagato lo scorso anno sull’affaire VatiLeaks – con Papa Benedetto XVI. Secondo previsioni dei vaticanisti, da questi incontri odierni potrebbe uscire la decisione del pontefice di emettere un Motu Proprio che permetta ai cardinali presenti in Conclave di visionare i materiali raccolti dalla commissione, due tomi da quasi 300 pagine, che secondo alcuni sarebbero tra le ragioni che hanno spinto Jozef Ratzinger a rinunciare al soglio pontificio.

(P.S.)

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