Delocalizzazione, sempre più a Est. Ma fino a quando?

Pubblichiamo un commento di Matteo Tacconi, giornalista specializzato sulle tematiche dell’Europa Orientale (vedi profilo). Tacconi parte dalla notizia da noi riportata ieri sulla bancarotta dell’azienda italiana Slotex Fashion, che ha chiuso all’improvviso la sua fabbrica nella Slovacchia orientale prosciugando i conti, trasferendo i macchinari e lasciando quasi duecento dipendenti senza stipendio e una grossa somma di contributi non pagati.

«Questa storia, una brutta storia, è lo specchio di una certa Italia, che investe a Est con il solo obiettivo di abbattere i costi di produzione. Così facendo, la vita dell’impresa è segnata. Una volta che i costi produttivi del paese di destinazione si innalzeranno, ci sarà un nuovo trasloco, verso posti dove la manodopera è meno dispendiosa. Poi, dopo qualche anno, quando anche lì le buste paga saliranno, ci sarà una nuova fuga. Dalla Slovacchia alla Romania, dalla Romania alla Moldova, dalla Moldova a chissà dove. Finché, un giorno, la fabbrica chiuderà per sempre. Perché la piccola struttura non ha le risorse per affrontare tutti questi spostamenti, che hanno un costo.

Fortunatamente non tutti gli imprenditori italiani che vanno a Est ragionano seguendo questo schema. Chi lo fa è in minoranza. Senza contare che i processi di delocalizzazione, in percentuale, sono ormai inferiori ai servizi market-oriented (in altre parole si va a Est per conquistare una fetta del mercato). In ogni caso, la lezione da trarre è che è andare a Est senza conoscere il contesto in cui ci si immerge, ma con la sola idea di risparmiare, è quanto di più sbagliato, imprenditorialmente parlando, si possa fare. Prima o poi se ne pagano le conseguenze».

(Matteo Tacconi)


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