È dal Meridione d’Italia che si capisce la storia ceco-slovacca e dell’Europa Centrale

di Francesco Leoncini

Ho più volte espresso il convincimento che bisogna partire dal Sud d’Italia per studiare la storia dell’Europa centrale. Da Palermo Federico II di Svevia governava il Sacro Romano Impero e concedeva con la Bolla siciliana del 1212 la dignità regia al duca boemo Otakar I e ai suoi successori. Gli Angioini si estesero dall’Italia meridionale al Regno d’Ungheria, che con Luigi d’Angiò ebbe la sua massima espansione, dal Baltico all’Adriatico.

Pochi sapevano che a Padula, in provincia di Salerno, nell’imponente Certosa di San Lorenzo, non seconda a Montecassino, erano stati sistemati negli anni del Primo conflitto mondiale gran parte dei prigionieri e disertori cechi e slovacchi, molti dei quali andarono a formare, come volontari, la Legione “czeco-slovacca”, che si batté con gli italiani sul Piave e nel Trentino negli ultimi mesi della guerra e fu poi citata nel Bollettino della Vittoria. La sua costituzione fu conseguenza diretta del “Congresso di Roma dei popoli soggetti all’Austria-Ungheria” svoltosi tra l’8 e il 10 aprile 1918 che segnò una svolta nella politica estera italiana, bloccata da tempo sulla pregiudiziale anti-jugoslava e ferma nella convinzione che dopo il Patto di Londra, con il quale l’Italia era passata dalla neutralità all’intervento a fianco dell’Intesa, fosse ancora possibile il mantenimento in vita della Monarchia asburgica, pur privata di città essenziali per i suoi commerci e la sua sicurezza come Trieste e Pola. Vi era stato un ritorno alle idealità mazziniane, basate su un’alleanza strategica tra il Risorgimento e  la rinascita dell’autocoscienza nazionale delle popolazioni slave, in particolare con quelle dell’area balcanica che aspiravano a realizzare la “Grande Illiria”. Questa era stata vista dai governi post unitari come una possibile concorrente sull’Adriatico, cosa che appariva del tutto infondata nel momento in cui si fosse realizzata l’acquisizione della Venezia Giulia e dell’Istria.

Ma si erano manifestate anche urgenti esigenze di carattere militare. L’uscita di scena della Russia con la pace di Brest Litowsk,  il 3 marzo, permetteva ai comandi austriaci di concentrare tutta la loro potenza di fuoco sul fronte italiano, era pertanto necessario chiamare a raccolta tutte quelle forze e quei movimenti che nel corso del conflitto si erano dichiarati per l’abbattimento della Monarchia. Il Comitato ceco-slovacco che si  era costituito a Parigi fin dal 1915 poteva contare su una personalità di assoluto rilievo internazionale quale Tomáš Garrigue Masaryk, intellettuale di spicco e anticonformista nella Praga di fine Ottocento, e su una personalità come quella di Milan Rastislav Štefánik, scienziato di grande  esperienza, di origine slovacca ma emigrato in Francia per approfondire i suoi studi di astronomia e che si era subito arruolato nell’Armée all’inizio della guerra, successivamente passato alla nascente aviazione e incaricato di importanti missioni da parte del Maresciallo Foch. Ad essi si era unito presto il più diretto allievo di Masaryk, Edvard Beneš, che dimostrerà fin dall’inizio le sue qualità di gran tessitore diplomatico.

Serbi e croati da parte loro avevano raggiunto a Corfù nel luglio 1917 un accordo per la creazione di uno Stato jugoslavo ed un’intesa con l’Italia  nel marzo del ’18, anche se lasciava nel vago la questione dei confini. Beneš avrebbe voluto organizzare a Parigi una grande assise internazionale per richiamare l’attenzione delle potenze belligeranti sulle richieste dei popoli soggetti agli Asburgo e per i quali gli esponenti politici all’estero reclamavano ormai l’indipendenza. Non vi era stata infatti una esplicita dichiarazione da parte dei governi alleati in favore dei loro obiettivi. Fu il deputato liberal-radicale Andrea Torre, appartenente al filone mazziniano dell’ambiente politico italiano, a impegnarsi per spostare a Roma la progettata Conferenza parigina, appoggiato in questo dal presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. La convergenza di interessi ideali e strategici ebbe come conseguenza una netta presa di posizione, a partire dall’aprile di quell’anno, per la distruzione dell’Impero austro-ungarico. Immediato corollario fu la stipula il 21 dello stesso mese di una Convenzione con  il Comitato ceco-slovacco di Parigi rappresentato da Štefánik per l’istituzione di una Legione giuridicamente sottoposta all’autorità di quest’ultimo, cosa che ne significò il riconoscimento come governo de facto.

Va ascritto a merito della Società cooperativa “Nova Civitas” di Padula, diretta dall’avvocato Caterina Di Bianco e dal prof. Vincenzo Maria Pinto, aver riproposto con una iniziativa di rilievo internazionale tutto il complesso delle vicende politiche, diplomatiche e militari che hanno segnato la formazione dello Stato comune dei cechi e degli slovacchi ma nello stesso tempo di aver richiamato l’attenzione della storiografia italiana su un episodio a lungo trascurato e considerato “minore”. Si trattò invece di un momento “alto” della politica italiana. Esso costituì il superamento della Realpolitik sonniniana in una prospettiva che riconduceva l’Italia a diventare il punto di riferimento ideale dei movimenti di riscatto nazionale dei popoli dell’Europa centrale e offriva ad essa l’occasione di agganciarsi alle grandi democrazie occidentali.

La classe politica di allora non seppe essere all’altezza di questo compito e ripiegò dopo la fine del conflitto su una linea di mero e contraddittorio rivendicazionismo territoriale riprendendo un atteggiamento di ostilità verso il processo unificatore jugoslavo e raffreddando di conseguenza i rapporti con la neonata Repubblica cecoslovacca.

E’ fortemente auspicabile che questa riuscitissima manifestazione nella splendida Certosa di San Lorenzo costituisca l’avvio di un rinnovato interesse verso la storia dell’area danubiano-balcanica e del ruolo di quella corrente liberal-democratica di ispirazione mazziniana che venne travolta prima dal fascismo e dopo la Seconda guerra mondiale dalla contrapposizione fra i blocchi.

Francesco Leoncini
Storico dell’Europa Centrale e Orientale, autore di numerosi libri sull’argomento.

 

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