La Repubblica: Slovacchia, disillusa sull’euro e timorosa dell’onda lunga della crisi

Segnaliamo alcuni articoli pubblicati ieri su Repubblica da Andrea Tarquini, l’inviato del giornale a Berlino che tiene un occhio su tutta l’Europa centro-orientale. Il giornalista ha passato alcuni giorni nell’ex Mitteleuropa per tastarne il polso. È passato anche da Bratislava, e della Slovacchia fa forse un ritratto un po’ più roseo di quanto i numeri statistici dicono.

Tarquini sottolinea tuttavia la grande delusione che inizia a serpeggiare in una Mitteleuropa che è «tornata prospera e nel mercato grazie alle sue rivoluzioni non violente», ma con la paura che l’onda lunga dell’eurocrisi e dell’eurorecessione possa contagiare tutti o quasi. Tarquini nota che passeggiando per gli splendidi centri storici di Praga o Varsavia, Bratislava, Budapest o Cracovia, si respira la realtà pulsante di questi paesi: una «voglia di farsi ceto medio, fretta di lavorare, produrre, far carriera. E anche tanta voglia di studiare per qualificarsi al meglio». E quando scrive che «la spesa pro capite per la pubblica istruzione a ogni livello è altissima», includendo la Slovacchia nel mazzo, prende un abbaglio, trascurando che la Slovacchia è proprio l’ultimo in classifica tra i paesi OCSE per la spesa nel settore istruzione, situazione tra le scatenanti (insieme al livello degli stipendi) delle correnti proteste e scioperi nelle scuola slovacche.

Venendo alla Slovacchia, Tarquini ha incontrato l’economista Martin Vlachynsky del think-tank Iness, l’Istituto di studi economici e sociali, che nota come all’entrata del suo Paese nell’euro «la moneta unica piaceva a tutti qui da noi e ovunque nella nuova Europa centrale tornata alla democrazia. Adesso è diverso, prevalgono interrogativi, incertezze, dubbi».

Se allora c’era la speranza di decollare ed entrare nel club dei ricchi, per la Slovacchia e gli altri Paesi entrati recentemente nell’UE, ora qui c’è disillusione a causa della crisi del debito sovrano e del contributo forzato ai fondi salvastati, che sono molto impopolari e «ci costano» 12.000 euro a nucleo famigliare. Il reddito medio greco è superiore a quello di molti dei nostri paesi. «Vada a dire alla gente di aiutarli, o di entrare nell’euro. […] È molto impopolare dire sempre sì a BCE e Bruxelles». Il legame a doppio filo della Slovacchia con la Germania, dice Vlachynsky, «con la Bundesbank che annuncia un brutale rallentamento della crescita del PIL tedesco», porterà qui gravi problemi, solo in parte mitigati per Polonia e Cechia che con le loro monete nazionali hanno almeno un margine di manovra. «Un raffreddore dei tedeschi diventa minimo una polmonite per noi». E l’onda lunga della crisi dell’euro potrebbe costringerci a consolidarci nell’emergenza «con aumenti del carico fiscale pericolosi per la congiuntura». Il rallentamento della Germania e la crisi europea, poi, potrebbero riportare tentazioni di guardare ad est. Un esempio, dice Vlachynsky, è la recente notizia di un disimpegno degli statunitensi di US Steel, la maggiore acciaieria e più grande datore di lavoro in Slovacchia, per la quale si sono fatti avanti i russi. Non è il caso di generalizzare, dice l’economista, «ma era dal 1989, dalla caduta dell’URSS, che non accadeva»

Gli articoli di Andrea Tarquini su Repubblica:
– «La paura della Mitteleuropa: Bruxelles non ci abbandoni»
Slovacchia: «Entrare nell’euro per noi non è stato un buon affare»

(P.S.)

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