Intervista a Mario Biondi: che botta quando Burt Bacharach mi disse “yeah man”!

Sbarcato da pochi minuti da Tokyo, ancora un po’ sottosopra per il jet lag, abbiamo avuto venerdì la possibilità di fare due chiacchiere con Mario Biondi prima che si recasse velocemente in hotel per poi andare a tenere le prove in Incheba, dove alla sera ha tenuto il concerto clou della prima serata del Bratislava Jazz Days festival. Lo incontriamo presso la residenza dell’Ambasciata d’Italia dove è stato ricevuto dall’Ambasciatore Martini e alcune altre persone, e gli parliamo dopo un’intervista per l’agenzia di stampa slovacca Tasr.

Biondi, omone grande dallo sguardo buono e un sorriso aperto e naturale (nonostante il cranio rasato e la barba che ne danno un’immagine aggressiva), ci è piaciuto molto. È una persona con i piedi ben saldi per terra, e gli va dato atto di aver mantenuto una umanità e semplicità che ci pare intaccata malgrado il momento di grande notorietà internazionale che sta vivendo in questi anni. E non crediamo che sia facile, una volta parte del cosiddetto jet-set, mantenere questo fermo contatto con la realtà. Si presenta con un berretto di maglia genere hip-hop calato sugli occhi, uno sciarpone al collo (ovvio, tra poche ore deve cantare) e stivaletti con le ghette bianche (ma le fanno ancora?). È accompagnato da Samantha Iorio, parte del suo management ma anche cantante lei stessa, che lo affianca da solista e in duetto nei suoi concerti.

Gli spieghiamo chi siamo, cos’è Buongiorno Slovacchia, per la cui definizione abbiamo sempre una certa difficoltà. Nei fatti non sappiamo più nemmeno noi se si tratta di un giornale italiano in Slovacchia o piuttosto di un giornale slovacco in lingua italiana [quest’ultima è nella realtà la sua definizione più corretta, come da registrazione al Ministero della Cultura slovacco]. E veniamo in qualche modo a parlare di lingua italiana, nei giorni in cui le istituzioni del Belpaese nel mondo festeggiavano la Settimana della lingua italiana. Parlando di questo, Biondi ci dice – con la sua voce profonda e calda che rievoca il Barry White dei bei tempi – della sua sorpresa nel trovare più persone che parlano bene l’italiano a Tokyo di quanto lui non veda in Italia…  hanno una proprietà di linguaggio incredibile, dice, adoperano un vocabolario e una terminologia eleganti, quasi arcaici, con una ricchezza di vocaboli che in Italia abbiamo per lo più dimenticato, per fare spazio invece a una sorta di slang infarcito di espressioni dialettali.

Il compositore e vocalist siciliano, figlio e nipote d’arte (nato a Catania come Mario Ranno 41 anni fa), ha alle spalle una carriera da collaboratore con molti nomi della musica italiana e internazionale (tra tutti, citiamo Ray Charles, Burt Bacharach, Chaka Kahn).  All’inizio di quest’anno ha tenuto sei concerti sold-out al leggendario jazz club londinese Ronnie Scott, e altri sei nell’esclusivo club Blue Note di Tokyo. Dopo Bratislava il tour di Biondi terminerà con dodici serate di nuovo a Londra, di nuovo al Ronnie Scott.

Buongiorno Slovacchia: Prima volta in Slovacchia per te, che cosa ti aspetti da questo pubblico, ti conosce già?

Mario Biondi: «Non mi piace in genere aspettarmi qualcosa… perché si rischia, in un modo o in altro, di rimanere delusi. Mi piace “vedere” cosa trovo. Mi piace conoscere persone, stringere loro la mano e vedere che cosa ne nasce… Non conosco l’audience locale e mi aspetto il piacere di conoscerla».

BS: il tuo concerto capita in un periodo piuttosto nutrito per gli amanti della musica a Bratislava, tra Chaka Kahn, Sting, Kool & the Gang, Garbage… solo per citarne alcuni.

MB: «Sì, mi hanno detto di Chaka… fra l’altro, ho la sua stessa camera. Abbiamo lavorato insieme da poco, abbiamo fatto un brano con il gruppo Incognito. Kool & The Gang è stato uno dei miei gruppi preferiti. Ho lavorato anche con loro nel 2006-2007… ».

BS: Questo è un festival jazz. Non è la prima volta che partecipi a un festival del genere, anzi, hai fatto anche Montreux (il maggiore e tra i più prestigiosi in Europa-ndr), per esempio… Ha ancora senso oggi suddividere la musica moderna tra jazz, soul, rithm & blues, pop eccetera? Anche dopo la grande ondata fusion mondiale, nel tuo caso in particolare anche il movimento dell’acid jazz, che ha mischiato parecchio le carte combinando un po’ tutti gli stili possibili?

MB: «Beh, credo che una radice sia necessario mantenerla. E non nego il fatto di essere orgoglioso di far parte della radice jazz, malgrado io sia un puro italiano sudista [ha detto proprio così, raddoppiando la d – ndr]. Forse sarebbe il caso di suddividere la musica in buona e cattiva, sì, quello sì. Principalmente la musica è buona o cattiva… Però diventa in effetti un’operazione un po’ soggettiva…».

BS: Ma quali sono i parametri per definire buona o cattiva una canzone? È il successo che decide se una cosa è buona?

MB: «No, decisamente no. Anzi… tutt’altro».

BS: Ma come, tutt’altro? Tu hai molto successo..

MB: «Beh, non è detto che io sia per forza di qualità alta. Credo di aver colto probabilmente nel pubblico qualcosa, ho comunicato qualcosa al mio pubblico. Ma non posso dire di essere bravo, il migliore o il peggiore… Questo è troppo difficile da dire».

BS: Questo tuo successo ormai planetario è stato sudato momento per momento, o è stato anche un colpo di fortuna?

MB: «Mah, piano piano, ho fatto passi tutti i giorni. Credo che siano tante le componenti del successo. Dire che sia totalmente un colpo di fortuna mi è difficile, dopo quasi trent’anni di lavoro nella musica. Ma sicuramente una quota di fortuna ci sarà stata».

BS: Quanto aiuta il talento? Anche nel rapporto con i tuoi colleghi musicisti o con il pubblico? Il pubblico percepisce dove c’è talento o semplicemente applaude la musica per il bel suono – che poi è composto da decine di ingredienti perfezionati in base ai gusti del momento?

MB: «Non so rispondere a questa domanda… non so più. È una di quelle cose sulle quali si dibatte spesso. Oggettivamente la musica ha pieso una piega strana… per esempio ci sono molti artisti non perfettamente intonati che arrivano molto profondamente al pubblico. E bisogna dar loro ragione. Non puoi metterti contro chi è stonato se il pubblico ne è trascinato. Una volta c’erano regole molto più ferree riguardo alla musica. Ricordo mio padre e mia nonna, entrambi cantanti. La nonna mi diceva le regole dei suoi tempi, mio padre mi spiegava i modelli del suo periodo, un periodo nel quale, per fare un nome, il più stonato era Domenico Modugno, o Lucio Battisti… Insomma [e si allarga in un sorriso – ndr], ne abbiamo fatta di strada…».

BS: Mario Biondi, tu ti senti più jazz, più pop, qual è la vena musicale che percepisci più tua? Ti senti un crooner?… A volte nei tuoi concerti, e nei video, fai un po’ il gigione…

MB: «Spero di essere pop… ma in generale, io adoro la musica. Crooner?… Può darsi, davvero la figura del crooner mi è sempre piaciuta molto. Io sono cresciuto all’ombra di Al Jarreau, e parlando di “gigioni” lui è sicuramente il numero uno. Mi piace il contatto con il pubblico, mi piace giocare, scherzare, ogni tanto mi piace essere serio. Mi piace essere me stesso, oggettivamente, non mi pongo troppi problemi di etichette. Sono quello che sono».

BS: Il mercato della musica negli ultimi… dieci anni è cambiato significativamente [eeh! dice Biondi eloquentemente – ndr], con il dowload da internet, spesso illegale [euph! ripete – ndr]. Quindi oggi fare il musicista significa soprattutto andare live? Registrare forse non porta più tanto come una volta?…

MB: «Beh io devo dire che finora… posso reputarmi fortunato. Nel giro di pochi anni ho messo insieme otto dischi di platino… insomma, non posso lamentarmi [del mercato musicale – ndr]. Quando li presi io valevano circa centomila copie, oggi un disco di platino rappresenta… cos’è, settanta-settantacinquemila copie… credo di avere comunque venduto una buona quantità di dischi. Certo, quando parlo con gli “anziani” della musica, loro mi dicono: tu saresti stato uno da un milione e mezzo di copie. Allora, lì un po’ mi brucia… Però, vabbé [esplode in una grassa risata – ndr] che vuoi fare? Il live è comunque sicuramente una delle risorse principali, se basato su uno spettacolo di qualità e su un certo tipo di show. Penso però che anche la produzione discografica  prenderà una qualche piega, inventeranno qualcosa… sento già delle nuove invenzioni, diversi sviluppi in arrivo. Non so dove ci porteranno, vedremo».

BS: Tu sei anche autore? Scrivi anche per altri…

MB: «Sì. Sono autore, sono arrangiatore… anche per altri, ma poco, non mi rimane molto tempo, e un po’ mi dispiace».

BS: Hai un aneddoto, un episodio particolare che ti è rimasto stampato in mente in questi anni di viaggi, di esperienze diverse?

MB: «Mi reputo una persona molto fortunata. Ho passato forse venti, ventitré anni della mia vita cercando di realizzare il mio sogno, quello di vivere di musica e vivere nella musica. Anche con un po’ di dignità. Quella è la parte principale, no? In questi anni ho avuto forse una delle più grandi soddisfazioni: un pugno in pancia da Burt Bacharach. Questo signore ottuagenario [84 anni – ndr] che mi ha dato un cazzotto in pancia e mi ha detto: yeeah meen!! Direi che… se non parlava dello Stato nel sud della penisola arabica [lo Yemen], allora forse mi ha detto… “sì” [ride]. Una grande soddisfazione. Mi ha addirittura regalato un brano scritto da lui, originale».

Biondi e Bacharach, Taormina 2011

Il tempo stringe, Mario deve correre in hotel. Lo lasciamo andare, facendogli l’in bocca al lupo per la sera. Non gli abbiamo chiesto come si sente a “rappresentare l’Italia” in giro per il mondo. La cosa lo avrebbe inorgoglito di sicuro, ma pensiamo lo avrebbe anche intimorito. In fin dei conti, rimane una persona normale.

Come apparso sui giornali locali, l’esibizione di Biondi & The Italian Jazz Players ha «subito sorpreso nel giro di pochi secondi chi non lo conosceva per la sua voce incredibile», scrive il sito topky.com, promuovendo a pieni voti il concerto. Chiudendo gli occhi, invece dell’italiano quarantenne con berretto scuro «si può immaginare di sentire il leggendario Barry White». Commenti simili sul sito di sme.sk, dove la sua musica viene etichettata “soul-jazz”. E allora, forza Mario, continua così – e non cambiare.

Nelle fotografie di Adriana Sulikova-IIC Bratislava: in alto, Biondi con l’Ambasciatore Roberto Martini, poi Biondi con Marco Gerbi, Alexandra Kucmova e Adriana Sulikova dell’Istituto di Cultura e l’Ambasciatore Martini. Infine, Biondi intervistato dalla Tasr.

(Pierluigi Solieri)

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