Il voto all’estero. Corriere della Sera / Dino Nardi (CGIE): serve riflessione seria

Il consigliere Dino Nardi del Cgie (Consiglio generale degli italiani all’estero), coordinatore della Uim per l’Europa, ha segnalato la scorsa settimana all’agenzia Aise la lettera che Franca Arena, da Sydney, ha scritto a Sergio Romano sul Corriere della Sera sul tema del voto degli italiani all’estero. Questa signora italo-australiana, spiega Nardi, «ha da sempre manifestato, scrivendo anche al Corriere, la sua contrarietà al voto all’estero e in passato anche il sottoscritto ha interloquito con lei sull’argomento sia attraverso la rubrica di Sergio Romano che in trasmissioni radiofoniche. Adesso, in prossimità del rinnovo del Parlamento italiano, questa connazionale ritorna nuovamente alla carica con le sue argomentazioni e il dottor Sergio Romano, nel risponderle, ribadisce la sua ben nota opinione critica nei confronti della Legge nr. 459 del 2001 proponendo, altresì, alcune modifiche legislative all’attuale normativa».

Sulle modifiche, sottolinea Nardi, «andrebbe fatta una riflessione seria da parte di tutti e, in particolare, da parte di tutti coloro che, a vario titolo, hanno ruoli di rappresentanza nel mondo degli italiani all’estero, proprio facendo tesoro dell’esperienza di ormai sei anni di presenza nel Parlamento italiano dei diciotto nostri diretti rappresentanti». Nardi ricorda che «per il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero l’occasione per discuterne ci sarà proprio con il seminario sul tema della Rappresentanza degli italiani all’estero, già programmato nell’ambito della prossima Assemblea plenaria che si terrà a Roma alla Farnesina ai primi di dicembre».

La lettera di Franca Arena. «Come ricorderà le scrissi in passato a proposito dei 18 parlamentari eletti dalle varie comunità italiane nel mondo. Si sperava che con la crisi economica, il governo italiano tagliasse il numero dei parlamentari inclusi quelli eletti all’estero. Mi permetta di dirle che, per mia esperienza, la maggioranza delle comunità italiane all’estero non hanno avuto alcun vantaggio da questi parlamentari, e se il governo dovesse eliminarli se ne accorgerebbero in pochi. Ho molta stima del governo Monti che ha ridato un po’ di dignità alla politica italiana. Ma il governo avrà il coraggio di affrontare questo problema che costa milioni ogni anno con pochi risultati? Basterebbe per il momento almeno una promessa di agire nella prossima legislatura. Franca Arena, Sydney».

La risposta di Sergio Romano. «Cara Signora, ricordo ai lettori che lei è nata a Genova nel 1939 ed è in Australia dal 1959. Ha fatto dapprima una carriera giornalistica in stampa e radio di lingua italiana, poi una carriera politica nel partito laburista. È stata eletta al Parlamento del New South Wales (lo Stato federale di cui la capitale è Sydney) nel 1981 e vi è rimasta sino al 1997. Lei riunisce in sé, quindi, molti fattori che rendono il suo giudizio particolarmente interessante. Ha conservato un forte legame affettivo con la sua patria d’origine, è un’australiana progressista e repubblicana (il Paese ha ancora un trono su cui siede Elisabetta II), ha una lunga esperienza politica, ha fondato e presieduto l’associazione delle donne italo-australiane. Non mi sorprende quindi che lei consideri molto criticamente la legge del gennaio 2001 con cui è stata modificata la Costituzione italiana per consentire la elezione di 12 deputati e 6 senatori in alcuni enormi collegi elettorali stranieri dall’Europa alle Americhe, dall’Africa all’Oceania. Gli inconvenienti sono stati visibili sin dal primo esperimento e una riforma sarebbe opportuna. Ma se qualcuno si accontentasse del dimezzamento dei deputati all’estero, osserverei che la formula non migliorerebbe la situazione. Avremmo pur sempre sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama persone che hanno passato buona parte della loro vita all’estero e che sono stati mandati a Roma da un corpo elettorale eterogeneo. Fra coloro che li votano vi sono molte persone che debbono la cittadinanza italiana a una legge troppo generosa, hanno nella loro patria d’origine interessi complessivamente limitati e non dovranno comunque subire le conseguenze delle leggi che i loro rappresentanti contribuiranno a votare nel Parlamento italiano. Le soluzioni possibili, a mio avviso, sono due e partono entrambe dalla constatazione che gli italiani all’estero sono troppi e non possono avere un peso determinante nella politica nazionale, come accadrebbe se a tutti fosse permesso di votare per corrispondenza. La prima soluzione permetterebbe il voto per corrispondenza soltanto a coloro che pur vivendo all’estero, non hanno deciso di espatriare definitivamente. Basterebbe fissare un termine (per esempio dieci anni) oltre il quale l’italiano all’estero perderebbe il diritto di voto. Questa formula, con qualche variante, è già stata adottata da alcuni Paesi europei che hanno forti comunità nel mondo. La seconda soluzione consentirebbe il voto a tutti coloro che hanno passaporto italiano. Ma gli eletti, in questo caso, dovrebbero andare a costituire un organo consultivo autorizzato ad avanzare proposte e a fornire pareri sulle questioni che possono interessare le comunità italiane nel mondo. Un’ultima osservazione, cara Signora, a proposito del governo Monti. Ha un mandato limitato nel tempo ed è sostenuto da una “strana maggioranza” (come la definisce il presidente del Consiglio) sulla base di un patto informale. Gode di una considerevole libertà nel campo delle norme e delle riforme che possono servire al superamento della crisi, ma lascia ai partiti il compito di affrontare le questioni che hanno carattere istituzionale, come la legge elettorale. Monti, per ora, si è limitato a chiedere che la nuova legge elettorale venga approvata il più rapidamente possibile».

(Fonte Aise)

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