L’impresa: una serenata in “gondoleta” sul Danubio a 71 anni suonati

È passata da Bratislava nei giorni scorsi la gondola del progetto “Una gondola per l’Europa”, pilotata dal gondoliere Vittorio Orio, con lo scopo di promuovere la voga alla veneta e la città di Venezia, e insieme la ricerca medico-scientifica per le malattie rare della Fondazione Città della Speranza di Padova. La fondazione, nata nel 1994, ha concluso i lavori e inaugurato proprio nel giugno di quest’anno il nuovo Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza, una struttura di oltre 17.500 mq, dei quali10.000 dedicati esclusivamente alle attività di ricerca per circa 400 ricercatori a regime.

Uomo dai mille mestieri e dalla strabordante umanità, marinaio e vogatore di lungo corso, nella sua cosiddetta “terza età” ha deciso di stabilire una serie di record finora non eguagliati né tantomeno superati. Con la tipica voga alla veneta, Vittorio Orio, discendente di una antica famiglia aristocratica veneziana che gli ha però lasciato soltanto il nome, ha portato la sua gondola ormai ai quattro angoli del mondo occidentale. Partito un po’ per scherzo una notte da Venezia dirigendosi a Trieste, ha fatto quello che nessuno prima aveva fatto da solo in gondola a un remo. Nonostante cinque giorni di pioggia e vento, Orio è arrivato nella città della bora accolto con onore dal sindaco di allora, Illy. Da quella volta, ormai diciotto anni fa, Vittorio Orio sembra averci preso gusto e quasi ogni anno ha lanciato sfide sempre più impegnative, portando la tipica barca nobiliare veneziana in ambienti del tutto diversi da quello per il quale era stata concepita, la laguna. La gondola ha infatti il fondo totalmente piatto tipico delle barche da laguna, adatta ai bassi fondali, e può essere molto pericolosa in situazioni diverse.

Dopo Trieste, Orio da Venezia si è recato a Ravenna, sempre per mare, poi ha solcato il Po da Cremona verso la Serenissima, in seguito è andato a Portorose in Slovenia, ha attraversato per il lungo il Lago di Garda, ha navigato il Reno da Basilea attraverso la Ruhr fino a sbucare nel mare nella cosiddetta Venezia del nord, Amsterdam, un viaggio di 1000 km fatto nel 2000 con la moglie svizzera Monika, anche lei appassionata vogatrice.

Vittorio Orio con il Primo segretario Roberto Rizzo a Bratislava

Dopo è venuta la traversata della Manica, in gondola a due remi, un tratto di mare non certo noto per la sua tranquillità, poi i forti venti dello Stretto di Messina; ancora, da Pola (Croazia) a Venezia, da Venezia a Roma – prima sull’Adriatico fino ad Ancona e poi autotrasportato a Roma dove è stato accolto da Papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro «in mezzo a un milione di persone», come ci tiene a sottolineare Orio, forse esagerando un po’, ma senza alcuna malizia. Una cosa che ci ha colpito molto, di lui, e lo esporremo meglio in altro articolo-intervista, è la naturalezza e genuinità di quest’uomo, che tante ne ha passate ma che, pur mettendo a rischio la sua vita, non mira a “far soldi” o altro, ma lo fa per altri scopi più nobili.

Negli ultimi anni, spiccano la Locarno-Milano e la circumnavigazione del Lago di Costanza, ancora in Svizzera. Ma le imprese che più lo hanno forse fatto notare all’estero sono state la Albany-New York sul fiume Hudson nel 2007, con i vigili del fuoco newyorkesi che lo hanno accompagnato a Ground Zero, e il periplo lo scorso anno di Staten Island, sempre a New York, con la gondola in parata al Columbus Day il 10 ottobre 2011, sempre grazie e con i vigili del fuoco di New York, ai cui 343 caduti dell’11 settembre 2001, in gran parte italo-americani, Orio ha voluto dedicare le due imprese.

Il progetto danubiano, a sentire lui, è dovuto alla visione romantica della principessa Sissi, poi regina d’Ungheria e imperatrice (moglie di “Cecco Beppe”, come veniva soprannominato in Italia Francesco Giuseppe I d’Austria, o “Franzi”, come veniva chiamato dalla madre), mentre solca il Danubio sulla barca regale per dirigersi da Vienna a Budapest nella famosa serie di film austriaci degli anni Cinquanta con Romy Schneider protagonista. Ma più precisamente, il Danubio unisce molti paesi e popoli, culture, lingue e tradizioni, e proprio per questo è perfetto per un progetto che vuole porre l’accento sulla fratellanza universale, al di là di ogni sentimento nazionale.

Orio, partito da Vienna la mattina di venerdì 14 settembre, è arrivato a Bratislava dopo una sessantina di chilometri intorno alle 15:30, accompagnato dalla barca appoggio a motore. Dopo una prima parte del viaggio con vento a favore, Orio ha dovuto fare i conti con un vento traverso fastidioso che trasformava il ferro di prua in una vera e propria vela, rendendo la gondola ingovernabile. La sua grande esperienza, ha ammesso, lo ha sempre aiutato in queste situazioni.

Ad attenderlo a Bratislava vi erano alcune persone dell’Ambasciata d’Italia, tra le quali il Primo segretario Roberto Rizzo, e giornalisti locali, oltre a noi, naturalmente, che siamo contenti di aver potuto portare da Vittorio i quotidiani Sme e Novy Cas che hanno pubblicato oggi l’articolo su di lui. Nel momento in cui scrivo, fra l’altro, il pezzo di Martina Hilberova con la video-intervista è in evidenza sulla homepage di Sme.sk. Un ringraziamento a Dalila Cereova dell’Ambasciata che ha aiutato la giornalista di Novy Cas ad intervistare Vittorio Orio.

Roberto Rizzo con lo staff della gondola

Assieme a Orio sono arrivati a Bratislava Tony Noni (vero nome Antonio Gavagnin, di Pellestrina, a sud della laguna veneziana, che reclama un doge tra i suoi avi), con la funzione di pilota della piccola barca appoggio. Poi Tullio Cardona, giornalista del Gazzettino, che da qualche mese sta imparando la voga alla veneta (con maestro Vittorio) e che ogni giorno scrive un resoconto dell’avventura, da pubblicare – wifi permettendo – al sito Venessia.com. E Giuseppe Tajariol, detto Ciccio, savonese ritornato alle origini paterne a Pordenone, oggi in pensione ma a lungo comandante di barche da diporto (per i profani come me, trattasi di yacht privati di varie dimensioni) che ancora oggi pilota di quando in quando, che in questo progetto ha il compito di supporto a terra e trasporto delle barche. Dunque quattro uomini, ognuno con la sua storia e le sue motivazioni, uniti dallo spirito di gruppo e dall’orgoglio di un’avventura comunque mai tentata prima da nessuno.

La mattina di sabato siamo andati a salutare i nostri mentre ripartivano dalla capitale slovacca. Come abbiamo saputo solo in seguito, i dubbi sull’attraversamento delle dighe di Gabcikovo erano del tutto fondati. Dopo una serie di consultazioni tra il gestore dell’ostello Paddler, il canoista Branislav Turek (che con grande gentilezza non ha voluto essere pagato dai quattro veneziani), e una serie di suoi conoscenti, sembrava che il passaggio del bacino di Gabcikovo non dovesse creare problemi, e il sabato mattina tutti erano più rilassati alla partenza perché ottimisti sull’attraversamento del braccio di mare lungo 30 km tra i due sbarramenti. In realtà, una volta sul posto, abbandonato il corso storico del Danubio ed entrati nell’invaso creato negli anni Settanta per migliorare la navigazione fluviale e produrre energia elettrica pulita, mentre la distanza tra le due rive si allargava fino a 3 km le acque iniziavano ad agitarsi parecchio a causa di un vento meschino. E dopo aver visto le onde alzarsi anche oltre le più sfavorevoli previsioni, le due barche sono state soccorse dalla polizia fluviale che le ha costrette e in parte trainate a riva, spiegando che più avanti avrebbero incontrato onde alte oltre due metri. Inoltre, le barche si stavano dirigendo verso le turbine dell’impianto elettrico. L’intervento congiunto di polizia, polizia fluviale e vigili del fuoco ha fatto sì che la gondola venisse portata a terra, accompagnata oltre la barriera e di nuovo rimessa in acqua, dove i marinai bagnati e stanchi hanno potuto riprendere il viaggio rinfrancati dal fatto che sono stati tutti molto gentili. A dire di Tullio Cardona, poi, nonostante l’offerta di una ricompensa con la domanda “quanto dobbiamo”, gli slovacchi hanno risposto con orgoglio che «qui da noi i salvataggi sono gratis».

Dunque, pericolo scampato per Vittorio e i suoi amici, che hanno potuto continuare il viaggio senza doversi aspettare ulteriori sorprese di questo genere. Sabato sera hanno fatto tappa a Medvedev, punto geografico slovacco senza il conforto di un villaggio, dove non c’è nulla oltre a un attracco e una trattoria con camere. Poi, ieri sera, fermata a Komarom, sulla riva ungherese del Danubio, e stasera Esztergom, ormai in Ungheria. Arrivo previsto a Budapest mercoledì 19 settembre.

(Pierluigi Solieri, testo e fotografie)

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