Sette bici in viaggio lento; una “rumizada” da Trieste a Cracovia in dieci giorni

«Prima tapa Logatec (SLO-ndr). Poi se passa per Lubiana, Maribor, Bratislava al quinto giorno, poi sul confin tra Austria e Ungheria, poi monti Tatra, Polonia e Cracovia al decimo giorno. Circa déi». Questo l’itinerario, con partenza Trieste, Piazza Unità. Un migliaio di chilometri. “Circa déi”. Da farsi in bicicletta, senza aiuti esterni, e senza trucchi.

A realizzarlo, un manipolo di coraggiosi “muli” triestini, intorno ai trent’anni (provenienti casualmente dai due licei scientifici cittadini, l’Oberdan e il Galilei, e dunque rinnovando una sana competizione dei tempi di scuola) che hanno imbracciato la bici per avventurarsi verso Est (per la verità nord-est), memori delle peripezie del mitico giornalista-scrittore triestino doc Paolo Rumiz.

A guidare questa “rumizada” (anche detta “ciclomonada” con un altro lemma di sua invenzione), la quarta della serie, è Diego Manna, biologo alla Riserva marina di Miramare e cultore del dialetto triestino. Manna spiega così la rumizada, neologismo da lui creato: «Ogni volta che te ciol la bici e che te tachi a pedalar sentindote libero, eco, in quel momento te sta fazendo una rumizada» (per maggiori dettagli vedere qui). La prima Rumizada fu la Trieste-Berlino, poi sul Glosglockner (il picco più alto dell’Austria – 3798m – dove una strada panoramica porta fino a 2500m-ndr) e poi la Trieste-Budapest, lo scorso anno.

Questa volta, dunque, viaggio a Cracovia, con passaggio a Bratislava. Ed è stato proprio alla tappa della capitale slovacca che li abbiamo incontrati, mentre si scolavano le loro meritate birre slovacche dopo il centinaio di chilometri fatti in giornata. Abbiamo fatto un giro di presentazione, chiedendo loro quali sono state le motivazioni per imbarcarsi in questa esperienza.

i nostri sette nella fase preparatoria del viaggio …

Michele (“Chucketti” Zazzara) – Avevo partecipato con Diego anche alla precedente rumizada, pedalata verso est da Trieste a Budapest. In onore di Paolo Rumiz, ovviamente, che prende la bici, parte e va… Quello che mi spinge a fare questa cosa è prendermi due settimane di vacanza totale e stare con altri ragazzi (“muli”, gli suggeriscono gli altri-ndr) e divertirsi alla fine senza troppi pensieri.

Marco (Massimiliani) – Erano diversi anni che volevo provare questa esperienza di un viaggio in bici. Quest’estate ho avuto finalmente la possibilità di farlo e ne sono felicissimo, perché è un modo diverso di guardare il mondo, molto più lento. Si fa più attenzione ai dettagli, ai particolari, si vedono cose che in macchina è impossibile notare. E la cosa più bella è che in bicicletta tutti ti salutano. Tu fai semplicemente un cenno e la gente a bordo strada fa un sorriso, alza una mano… Questa è una cosa splendida, che ti scalda il cuore. Questo non accade con qualsiasi altro mezzo di trasporto.

Massimo (Rigo) – In realtà io ho iniziato a usare la bicicletta appena quattro mesi fa… Mi sono molto appassionato e una sera – dopo innumerevoli birre – ho più o meno conosciuto Diego (Manna, il capobanda-ndr) che mi ha invitato a questa avventura, dove non conoscevo nessuno. Il giorno dopo, per la verità, non se lo ricordava nemmeno, allora io ho insistito e mi sono fatto invitare di nuovo. E sono partito. Per adesso sono arrivato a Bratislava e quindi sono sufficientemente soddisfatto, ho conosciuto nuova gente, mi sto divertendo, sta andando tutto bene… Un’esperienza da rifare.

Stephane (“Pasta” Pasticier) – Io… ho poco da dire, perché sono stanchissimo… Ho già fatto dei viaggi in bici con Diego – più corti di questo, sulla settimana-otto giorni… Questa volta siamo intorno ai 12 giorni, ora siamo al giro di boa e la stanchezza si fa sentire. Ma ce la faremo, fino a Cracovia.

Paolo (Stanese) – Io mi sono aggregato al gruppo quasi all’ultimo momento. È un’estate strana, sto ridefinendo tante cose della mia vita, e sono felice di passare due settimane pedalando e pensando a quasi niente… se non alle cose che contano. Sono felicissimo di avere degli amici così in gamba intorno. È bellissimo andare in giro in bicicletta. Punto.

Riccardo (“Cionn” Ferrari) – È il terzo viaggio in bici che faccio di queste proporzioni. Il motivo per cui mi butto in questi viaggi con i miei amici è la possibilità di vedere i paesi che attraversiamo in maniera diversa. Perché con la bicicletta hai tutto il tempo non solo di attraversare in maniera distratta, ma vivere nei paesi per un po’ di tempo. La cosa bella è anche stare in compagnia di altre persone che come te sudano, faticano e cercano di arrivare. E la soddisfazione alla fine è che quando arrivi a destinazione ci sei arrivato con le tue gambe – con il mezzo meccanico, la bici – ma con le tue gambe.

Diego (Manna, il capo banda) – Io sono alla quarta rumizada. Cinque anni fa con un amico che non è potuto venire a questa (Eric Medvet, ci tiene a precisare-ndr) avevamo deciso, leggendo il libro di Rumiz (“Tre uomini in bicicletta”-ndr), di partire in bici, che è un tipo di viaggio che ti fa sentire totalmente indipendente e autonomo, senza prenotare niente, arrivi dove arrivi e solo sul posto prendi una stanza e sei slacciato da qualunque obbligo. Siamo andati a Berlino, poi sul Glosglockner, poi a Budapest, quest’anno a Cracovia – se ci arriviamo – e intanto siamo a Bratislava. Alla fine pedalare in bici, a un ritmo lento, è una cosa che ti fa sentire partecipe del posto che stai visitando, che stai esplorando. È un tipo di viaggio a cui siamo molto affezionati. Secondo me tutti dovrebbero farlo almeno una volta, magari viaggi più brevi, direi un viaggio di almeno due giorni – in bici.

i sette della rumizada 2012 a Bratislava (foto © Buongiorno Slovacchia)

«Nessuno di noi è un super sportivo», ci dice Michele Zazzara, «e non siamo dei fanatici dei tempi e delle medie…», tutt’altro, semmai abbiamo ormai la radler al posto della borraccia, insomma … «lo spirito è quello». Manna spiega che «gli anni scorsi partivamo assolutamente senza allenamento, e i primi due giorni erano durissimi, dolori alle ginocchia e alle gambe, tanto da non riuscire ad addormentarci. Quest’anno è la prima volta che – più per fatalità che altro – abbiamo tutti usato regolarmente la bici almeno un mese prima anche per spostarci in città, dunque siamo tutti più o meno allenati o almeno abituati alla bicicletta». «Quest’anno siamo tutti più competitivi», gli fa eco Riccardo Ferrari, l’”ingegnere”, colui che ha disegnato le tappe, conosce i dati tecnici, chilometri, altitudini, dislivelli, e che lancia il segnale GPS per aggiornare la mappa interattiva dell’itinerario, «così teniamo tranquille mamme e fidanzate». «Il fatto è che quando abbiamo capito che uno si stava allenando, subito tutti gli altri hanno iniziato a prepararsi», dice.

Parlando di Trieste, i sette ragazzi ne danno una visione un po’ sconsolata, di precariato, dove il futuro è un po’ fumoso, senza troppe prospettive. La città, dice ironico Massimo Rigo, il più giovane del gruppo, «offre molte prospettive per i pensionati»… il problema, magari è per chi ancora alla pensione non c’è arrivato (o non ci arriverà mai). La qualità della vita a Trieste, dicono tutti, è forse migliore che nel resto d’Italia, il lavoro, invece, manca come dappertutto. Del resto, ci sono tanti progetti in essere, ma portarli a conclusione, quello è un altro discorso, dicono. Tuttavia, secondo Paolo Stanese, da quando è cambiato il sindaco (Cosolini-ndr) «sento che ci sono molte energie nuove in gioco. C’era tanto l’idea che Trieste era la città del “no se pol” – dove non si può fare questo, non si può fare quest’altro eccetera. E un po’ alla volta invece i giovani – i trentenni, e i più giovani ancora – stanno iniziando a trovare e a crearsi i loro spazi e a ricevere un po’ di ascolto dall’amministrazione pubblica. E questa è una bella sensazione».

Trieste, Piazza Unità d’Italia

Il viaggio dello scorso anno a Budapest, con qualche nostalgia di stile asburgico, ha originato anche la voglia di documentare l’esperienza con un agile libro, “Zinque bici, do veci e una galina con do teste“ (qui il booktrailer, e qui una recensione), dove Manna, col compagno di avventure Michele Zazzara che ne cura in particolare i divertenti disegni, racconta le tappe del viaggio accompagnandole con i commenti spassosi e caustici di due “veci” di Osmizza (località dell’altopiano carsico tra Italia e Slovenia). Il libro, in dialetto triestino, è stato presentato nel giugno di quest’anno e ha già ricevuto in città un’accoglienza lusinghiera, in una delle forse poche realtà in Italia dove il dialetto ha ancora una sua specifica attualità, e pure un mercato letterario. Manna, del resto, non è la prima volta che si inoltra nella scrittura, scrive regolarmente (in triestino, eh!) su siti web e ha pubblicato la trilogia “Monon Behavior”, tre libretti in puro linguaggio finto-scientifico e finto-anglo-triestino con una chiara mission: «export triestinity worldwide», come bene spiega il risvolto.

Nel frattempo i nostri amici sono davvero arrivati a Cracovia, lunedì, rispettando i tempi e gli obiettivi. Aspettiamo di leggere il loro diario di viaggio non appena rientrati. Già si possono vedere alcuni aggiornamenti sulla loro pagina Facebook.

(Pierluigi Solieri)

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