Emigrazione, nuovo capitolo. Lasciare il Paese per i giovani può essere un investimento

di Luciano Segafreddo, direttore del “Messaggero di Sant’Antonio”

La mobilità di migliaia di giovani italiani verso l’estero, in questi mesi di allarmante disoccupazione, continua ad attirare l’attenzione di studiosi, patronati e regioni italiane coinvolte dal fenomeno. Alcune reti e associazioni – come Connectalent, ITalents, Unaie (Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati) – stanno svolgendo indagini e convegni a livello anche internazionale per valorizzare le potenzialità di questi giovani, affrontando problematiche e individuando prospettive. C’è la volontà di rispondere con maggior consapevolezza agli interrogativi posti dall’Italia che, in questo momento di crisi, rischia di perdere le sue migliori risorse per mancanza di progettualità. «Ogni giorno riceviamo lettere di laureati italiani che vogliono venire in Canada, per cercare lavoro: per me sono dei cervelli in fuga, che l’Italia perde», ci ha scritto di recente Giovanna Giordano, presidente del Comites di Montreal e dell’Intercomites del Canada.

Ma è una fuga, o piuttosto la ricerca di opportunità professionali? Sono convinto che lasciare l’Italia possa divenire un investimento. Tra le migliaia di giovani che negli ultimi tempi hanno fatto questa scelta, non sono pochi coloro che – grazie a una preparazione adeguata e ai loro contatti lavorativi – hanno trovato un’occupazione nei paesi d’accoglienza. In questo successo personale, ha un peso crescente la preparazione culturale e professionale. È un dato che deve far riflettere: ogni istituto scolastico e ogni università dovrebbe fornire ai propri studenti gli strumenti per garantirsi un lavoro pure – tenendo conto dell’attuale situazione sociale ed economica – nello scenario internazionale.

Anche a distanza di qualche tempo, nutro un positivo ricordo dei dibattiti dei 417 oriundi alla Conferenza dei giovani italiani nel mondo, svoltasi a Roma nel 2008. Insieme, presentarono all’allora governo e alle Regioni italiane progetti e concrete proposte per instaurare nuovi rapporti tra le due Italie. Nonostante tali richieste non abbiano trovato sbocchi concreti, ciò che vorrei sottolineare è la testimonianza d’identità italiana – slegata dagli stereotipi – che gli oriundi hanno saputo dare. Conquiste personali, certo, che però hanno le radici nell’appartenenza a un patrimonio culturale comune. Nati e cresciuti in paesi multiculturali, hanno dimostrato di poter ridonare conoscenze, condividere valori, creare rapporti costruttivi. Il tutto, senza trascurare la madre lingua e la cultura italiana, coltivate con amore nonostante i contributi dell’Italia per l’insegnamento di queste materie all’estero abbiano subito una drastica diminuzione.

Così, un giovane italo-australiano, presente a Roma, definì la nostra lingua e cultura «la forma più universale d’unione e di riconoscimento di un popolo e, per gli italiani all’estero, l’elemento di sintesi dell’identità, una calamita che attrae e lega». Forti appelli, poi, si levarono per una maggiore qualificazione dei media per gli italiani all’estero e per un’informazione circolare, «di ritorno», perché, come sottolineato da Marcelo Carrara, di Mar Del Plata (Argentina), «se l’Italia non conosce quello che facciamo, non ci considererà mai come una vera risorsa».

Sono esperienze di oriundi, che uniamo a quelle di altri giovani italiani all’estero, dalle quali emerge il loro senso d’appartenenza alla terra dei padri. Sono loro l’unica prospettiva per il futuro delle comunità italiane nel mondo.

(Nell’immagine: Gli Emigranti, Angiolo Tommasi, Genova 1895)

(padre Luciano Segafreddo – direttore del “Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero / pubblicato da Inform)

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