32 anni dalla strage di Bologna, Napolitano: decorrere tempo non lenisce dolore

È passata ormai ben oltre una generazione, ma il ricordo di quanto accadde a Bologna quel 2 agosto 1980 non potrà affievolirsi per chi ne ha avuto un tocco diretto in quello strano giorno dove – siamo in era pre-internet, ovviamente – le notizie si accavallavano, non si sapeva, si faticava a capire. Chi scrive era studente, e quella mattina era al lavoro, un impiego estivo al bar di un autogrill. Le prime notizie arrivarono da automobilisti che erano da poco passati da Bologna, sulla A1, e avevano visto il fumo, la colonna di polvere e fumo alzarsi dalla città, senza sapere altro. Poi alla radio hanno saputo; e arrivavano al bar scossi, per un caffè, un’acqua minerale, una bibita.

Lì, pur così lontani dal luogo dell’ “incidente”, eravamo tutti un po’ turbati. Ma ancora non sapevamo. Si disse lo scoppio di una caldaia, versione convalidata da membri del governo di allora. Ma poi arrivò la tragica verità: una bomba. Un atto bestiale, perpetrato dall’uomo, da quella parte oscura e brutale dell’animo umano malato. Furono 85 le anime strappate ai loro corpi, di persone che, gioiose e spensierate si recavano in vacanza, per lo più sul mare della costa romagnola. Un po’ da tutta Italia, ma anche dall’estero, in genere a coppie, spesso intere famiglie con giovani, bambini e anziani. E altre 200 sono rimaste ferite o mutilate per sempre. Che aspettano giustizia, non contente di quello che la cosiddetta “verità giudiziaria” ha rivelato finora.

È straziante ancora oggi fermarsi al monumento alle vittime alla stazione ferroviaria di Bologna, vedere quello squarcio stridente nel muro della sala d’aspetto, vedere il foro provocato dalla bomba nel pavimento, pur se ricoperto col calcestruzzo. E vedere quell’orologio posto sull’ala destra della stazione, quella colpita, che tutt’ora è il simbolo della strage, orologio che si fermò sull’ora dello scoppio, le 10 e 25, e ancora è fermo a quel momento. Non manco mai di lanciare uno sguardo a quell’orologio ogni volta che passo di lì, così in contrasto con il suo gemello sull’altra ala della stazione, che invece segna l’ora giusta. A Bologna quel 2 agosto il tempo si è fermato. Per sempre.

Oggi a Bologna era presente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si è rivolto ai famigliari delle vittime nel trentaduesimo anniversario della strage. «Il decorrere del tempo non lenisce il dolore e rinsalda l’impegno nel perpetuare la memoria di uno dei più tragici fatti della storia del nostro Paese», ha detto, esprimendo al presidente dell’Associazione delle vittime, Paolo Bolognesi, la solidarietà dell’intero Paese, con un «pensiero commosso alle ottantacinque vittime di quel vile atto terroristico e agli oltre duecento feriti, rimasti indelebilmente segnati dall’orrore di quella mattina».

Nel dirsi «vicino ai famigliari delle vittime e dei feriti» il capo dello Stato ha richiamato quanto ebbe a dire lo scorso 9 maggio: «Il tener vivo – anche nelle sue forme più sofferte – il ricordo delle vittime innocenti del terrorismo consente di trasmettere e condividere il senso della libertà e della democrazia, la volontà di contribuire alla tutela dei principi e dei diritti costituzionali, da qualunque parte vengano insidiati o feriti. In questa ottica, assumono particolare importanza sia le iniziative intraprese per ricostruire ogni aspetto delle inchieste giudiziarie e parlamentari sulla strage sia quelle, umanamente toccanti, che ripercorrono quel drammatico 2 agosto 1980 attraverso i volti e le storie delle vittime e di tutti coloro che hanno visto violentemente interrotti sogni, speranze, prospettive e che oggi testimoniano la brutalità senza senso di un attentato tanto folle quanto feroce».

(PS)

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