Rio+20: i lobbisti delle multinazionali assediano il vertice. Il “‘bluewash” del big business

Il Corporate Europe observatory (Ceo) è a Rio de Janeiro per marcare le multinazionali ed è convinto che «I gruppi delle corporations, potenti governi e blocchi di Paesi come l’Unione Europea hanno promosso il concetto di green economy come una soluzione ai gravi problemi ambientali e sociali che abbiamo di fronte. Anche se questo potrebbe sembrare una buona cosa, le proposte sul tavolo vengono utilizzate per legittimare l’impossessamento delle risorse da parte dei ricchi, che minaccia l’accesso alle risorse della terra, dell’acqua e naturali da parte dei poveri del mondo».

Il Ceo ha monitorato i meeting preliminari che hanno preparato la sessione finale di Rio+20 che inizia oggi e dice che «La realtà della “green economy” che viene promossa e coperta sotto un’etichetta promettente, in realtà è una spaventosa agenda di privatizzazione della natura, alla ricerca di maggiori profitti ed using markets ed offsets nel nome della protezione ambientale. Come si è visto con i precedenti tentativi di introdurre i mercati nei benefit ambientali, tali proposte sono a beneficio di pochi ed a scapito dei molti, mentre affrontano l’attuale modello di consumo e di produzione, che è al cuore del problema». Secondo la Ceo, un gruppo di lavoro e ricerca che ha sede in Olanda, il vertice di Rio «Sarà l’obiettivo di un livello senza precedenti di attività delle industrie, compresi lobbyng e greenwashing. Allo stesso tempo aumentano le critiche per la presa delle corporations sull’Onu, con le Agenzie Onu che sembrano approvare il greenwashing senza alcuna critica».

A Rio+20, oltre a funzionari governativi, giornalisti e attivisti ambientali e della società civile, sono accreditati centinaia di lobbisti che stanno cercando di influenzare i negoziatori dei governi e il testo della dichiarazione finale del vertice. Gruppi di pressione come l’International chamber of commerce (Icc) e il World business council for sustainable development (Wbcsd) sono presenti in forza al vertice ufficiale ma hanno già partecipato alle riunioni preparatorie ed organizzato molti eventi di alto livello di Rio+20, come il Corporate sustainability forum, con 2000 partecipanti, il World green summit e il Business day 2012.

Il messaggio che questa frenetica attività vuole lanciare a Rio+20 è che le grandi corporations stanno abbracciando la sostenibilità e introducendo le soluzioni per la crisi sociale e ambientale che sono al centro del vertice. Ceo ricorda che «Una simile offessiva di relazioni pubbliche e di lobbying è già avvenuta nel 2002 quando si è svolto a Johannesburg il summit Rio+10. La grande industria allora presentò un diluvio di iniziative volontarie, adottate per affrontare i problemi sociali e ambientali, sostenendo che questo si sarebbe rivelato come parte della soluzione e che non era necessaria una regolamentazione. Questo show propagandistico ha avuto l’effetto desiderato di greenwashing dell’immagine delle companies le cui attività erano e sono ben lungi dall’essere sostenibili o socialmente responsabili».

Corporate Europe observatoriy ricorda un caso molto imbarazzante: «Al primo Earth Summit nel 1992, Stephan Schmidheney, un pioniere della Corporate social responsibiliy (Csr) e fondatore del Business Council for sustainable development, sollecitò “una partnership nuova e coraggiosa tra imprese e governi… Il business deve andare oltre l’approccio tradizionale di backdoor lobbying, i governi devono andare oltre il tradizionale sovra-dipendenza dalle normative command-and-control”. Schmidheney – ricorda perfidamente Ceo – non potrà partecipare al Summit del 2012 di Rio+20 dato che all’inizio di quest’anno è stato condannato a 16 anni di carcere perché ritenuto responsabile della morte di 2.000 persone causata da una delle sue aziende produttrici di amianto . Ma il suo gruppo, il Wbcsd, accompagnato da un esercito di lobbisti aziendali, sarà la voce ufficiale del business all’Onu».

Proprio l’atteggiamento dell’Onu sembra nel mirino del Ceo che denuncia un aumento delle attività della lobby del grenwashing a Rio+20, con iniziative spesso co-ospitate da Agenzie dell’Onu: «Il Corporate sustainability forum, per esempio, è organizzato dall’Ufficio del Global Compact dell’Onu in collaborazione con il Segretariato di Rio+20 e il sistema dell’Onu . Gli organizzatori offrono alle imprese e gli investitori “l’opportunità di incontrarsi con governi, autorità locali, società civile ed enti dell’Onu”. Il programma presenterà le iniziative del business in materia di acqua, ecosistemi, agricoltura, cibo e clima. Nel co-ospitare tali eventi, l’Onu sembra stia acriticamente sostenendo un approccio che lascia alle stesse corporations la possibilità di agire per migliorare il loro impatto ambientale e sociale. Il rischio di greenwashing, con il sigillo di approvazione dell’Onu è ovvio».

Dell’Uniited Nations global compact (Ungc) ne abbiamo più volte scritto anche su greenreport.it: raggruppa circa 6.000 aziende che si sono impegnate a rispettare una serie di principi riguardanti il lavoro decente, l’ambiente e i diritti umani, ma secondo il Ceo, «Il Global Compact è ampiamente criticato per il suo carattere non vincolante, consentendo alle aziende di fare “‘bluewash” (che è promuovere la loro reputazione attraverso la bandiera blu dell’Onu), senza alcun reale cambiamento nelle loro pratiche».

Anche Il Business day tenutosi ieri, la più importante manifestazione prima dell’apertura vera e propria del vertice, è stato co-ospitato dall’ufficio del Global Compacted ha visto l’attiva partecipazione di multinazionali con performance molto dubbie in materia di ambiente, come Bp, Shell, Dow, Basf, Eskom e Coca Cola che hanno parlato di sostenibilità delle grandi imprese in settori come il petrolio e il gas, la chimica tradizionale, l’acqua, l’agricoltura… la giornata si è conclusa con un pranzo lussuoso al quale hanno partecipato 400 tra Capi di Stato e chief executives delle grandi multinazionali.

Global Compact partecipa, insieme al Wbcsd ed all’ Icc, anche alla Business action for sustainable development (Basd), che negli ultimi 18 mesi è stata la campagna di alto profilo per promuovere le richieste delle industrie a Rio+20, sempre presente alle conferenze tra Agenzie Onu e negoziatori dei governativi ai meeting preparatori di Parigi, L’Aia e New York.

La Basd sostiene di essere la voce ufficiale del business a Rio +20 e riunisce molte delle più grandi multinazionali, comprese Monsanto, Shell, Basf, ArcelorMittal, Suez, che assicurano di avere le soluzioni per affrontare la triplice crisi economica, sociale e ambientale con un modello di “green economy” che dia proprio a loro un ruolo centrale, per questo dovrebbero essere evitate norme che limitino le loro attività, mentre questi obiettivi dovrebbero essere perseguiti con gli stessi meccanismi basati sul mercato, compreso il carbon trading o le compensazioni per la biodiversità. Una “green economy” che in effetti è molto simile alla ricetta politico-economica della “black economy” che ci ha portato, sulle poderose spalle delle multinazionali, alla triplice crisi planetaria. Come se non bastasse, la task force Icc sulla “green economy”, guidata da Martina Bianchini della Dow, è formata da alcune delle multinazionali con i peggiori dati ambientali e sociali, comprese ExxonMobil, Basf, Monsanto e Shell.

Il Corporate Europe observatoriy è convinto che «Questa settimana, l’industria potrebbe utilizzare dosi massicce di greenwash durante il vertice di Rio. Uno sguardo alle pubblicazioni del Wbcsd nel run-up del summit dimostra cosa c’è in serbo. Nei suoi “lobby documents on biodiversity” il Wbcsd mette in evidenza i diversi casi di studio provenienti dalle companies associate (…) Basd utilizza le classiche tattiche in materia di Csr, la promozione di studi di casi aziendali che danno un quadro irrealistico delle compagnie associate come campioni della sostenibilità, approfittando del suo alto livello di accesso ai rappresentanti dei governi ed ai funzionari di alto livello dell’Onu. E’ un paradosso, per usare un eufemismo, che un organismo dell’Onu (Global Compact), stia facendo lobbyng ad un summit dell’Onu, diventando pienamente un membro attivo di una coalizione di corporate lobby».

Non a caso la Basd ha recentemente espresso soddisfazione perché oggi, a differenza di 20 anni fa, «Il ruolo del settore privato come un partner costruttivo e motore della crescita e dello sviluppo sostenibile è ampiamente riconosciuto». Secondo Ceo tutti i discorsi sulla green economy socialmente inclusiva nascondono una delle vere e principali ambizioni di Rio+20 che è quello di «Approfondire ulteriormente la stretta collaborazione tra big business e policy makers, con un ruolo più forte per le lobby imprenditoriali negli accordi multilaterali come la Convention on biodiversity e i negoziati sul clima dell’Onu».

La presenza del corporate lobbying a quanto pare ha raggiunto livelli mai visti a Rio+20, ma i gruppi della società civile protestano perche il ruolo di policy-making dell’Onu e in gran parte nelle mani della grande industria. Una crescente coalizione di Ong ambientaliste, sociali e di sindacati ha sottolineato la stretta collaborazione tra le agenzie dell’Onu e le grandi corporations, che mette in pericolo la capacità dell’Onu di perseguire politiche “people-centred” che affrontino in modo efficace la crisi sociale e ambientale. Ceo conclude che «Il modello di green economy promosso per il vertice di Rio, incentrato su meccanismi basati sul mercato ne è un chiaro esempio. Molti chiedono all’Onu di riavviare gli sforzi per garantire che le global corporations vengano effettivamente regolamentate e che possano essere ritenute responsabili del loro impatto ambientale». Centinaia di gruppi della società civile hanno già firmato una lettera aperta per chiedere all’Onu misure forti per porre fine alla presa in ostaggio delle Nazioni Unite da parte delle multinazionali».

(Fonte greenreport.it)

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