Lo storico Rychlik: divisione Cecoslovacchia era inevitabile, il Comunismo l’ha solo differita

Cechi e slovacchi hanno trascorso la maggior parte del 20° secolo in un paese unito, la Cecoslovacchia. Ma sin dalla sua fondazione nel 1918, ognuna delle due nazioni aveva una diversa idea di come avrebbe dovuto essere organizzato il Paese, e quale fosse il loro ruolo all’interno di esso, ha scritto lo storico Jan Rychlik in un nuovo libro in lingua ceca dal titolo Cechi e slovacchi nel 20° secolo: cooperazione e conflitti. La Cecoslovacchia, in realtà, era destinata a fallire come Stato, e il comunismo ha solo rinviato la sua fine, sostiene Rychlik.

Il libro intende instradare i lettori cechi al trascurato “altro lato” della politica cecoslovacca, quello slovacco, mettendo in luce le caratteristiche peculiari delle due entità costituenti la Cecoslovacchia durante il periodo dello Stato unitario, le loro relazioni in campo politico e il progressivo rafforzamento delle tendenze autonomiste nella politica slovacca, pervenute al suo scioglimento e alla creazione di uno Stato indipendente slovacco dopo la Conferenza di Monaco di Baviera (1938) con la cessione dei Sudeti alla Germania. L’autore riserva spazio ai principali fautori della politica slovacca di questo periodo – Andrej Hlinka, Milan Hodza e Jozef Tiso, divenuto presidente della Repubblica Slovacca indipendente nel periodo 1939-1945. La seconda metà del libro è dedicata alla politica successiva alla seconda guerra nella Cecoslovacchia socialista, prima centralizzata e poi federata, e durante la normalizzazione dell’era di Husak. L’ultimo capitolo affronta i meandri della disgregazione della Cecoslovacchia e la formazione di due nuove unità distinte sulla mappa d’Europa.

Per i cechi, spiega l’autore in una intervista a Radio Praga, «il nuovo Stato era una semplice rinascita della Boemia medievale che cessò la sua esistenza nei secoli XVII e XVIII e che si estendeva a est fino a Yasinia in Rutenia. E così era anche per il mondo esterno, gli altri paesi europei». Ma gli slovacchi «non lo hanno mai visto così. Non avevano niente in comune con i cechi in passato, loro erano parte del Regno d’Ugheria. Gli slovacchi – ed è naturalmente una generalizzazione – avevano una visione della Cecoslovacchia quale unione di due stati semi-indipendenti, qualcosa come la vecchia Austria-Ungheria. Questo è anche il motivo per cui hanno sempre scritto il nome dello Stato comune, e ancora lo fanno oggi, con il trattino e la S maiuscola. Mentre per i cechi, questo era qualcosa al quale non erano preparati, e difficile per loro da sopportare».

Il problema principale della Cecoslovacchia, continua Rychlik, «era molto simile a quello dell’Austria-Ungheria: non è riuscito perché la gente di quel Paese non aveva una sola identità. Non si consideravano cecoslovacchi, anche i cechi non ne erano convinti. Dicevano cecoslovacco, ma intendevano ceco, perché l’influenza slovacca – se c’era – era molto debole». «Le richieste di autonomia politica dei rappresentanti slovacchi nella Prima Repubblica (1918-1938) non erano certamente capite dai cechi, ma nella seconda parte del XX secolo questo è diventato uno dei temi principali, in particolare del programma di riforma slovacca nel 1968». Se nel regime comunista l’autonomia politica era più che altro una questione di facciata, «dopo il 1989, l’autonomia slovacca era molto ampia, ma non ha aiutato comunque» a impedire lo scioglimento dello Stato. Insomma,  «è mia opinione personale […] che, paradossalmente, l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia e la fine violenta del processo di democratizzazione abbia esteso la vita della Cecoslovacchia».

Per quanto riguarda il fatto che molti cechi e slovacchi non volevano la fine della federazione, Rychlik pensa che dipende da cosa si intende per Stato comune. «È un termine molto ampio e per gli slovacchi non implicava affatto una federazione nella forma esistente, o addirittura lo Stato centralizzato del periodo tra le due guerre». Analizzando in profondità, l’autore ritiene che gli slovacchi parlavano di uno Stato comune con praticamente nessuna competenza per le autorità centrali, cosa che sarebbe stato un vantaggio per gli slovacchi, ma di nessuna utilità per i cechi, e sarebbe caduto a pezzi comunque. E fu così che dopo le elezioni del 1992 Vaclav Klaus, leader del primo partito (ODS) e futuro Premier, «che ha detto o accettate le nostre condizioni o ci dividiamo. Nessuna confederazione o unione libera è un bene per i cechi. Prendere o lasciare».

Per la maggior parte gli storici slovacchi, intellettuali e personaggi pubblici, prosegue l’autore nell’intervista a Radio Praha, «sono consapevoli dell’impatto positivo che ha avuto l’esistenza della Cecoslovacchia, negata soltanto da marginali gruppi politici di estrema destra. L’approccio slovacco oggi sostanzialmente ritiene che la Cecoslovacchia sia stata un bene per la nazione slovacca che si è potuta preparare per la fase finale – l’indipendenza».

(La Redazione, Fonte Radio Praha)

Share

1 comment to Lo storico Rychlik: divisione Cecoslovacchia era inevitabile, il Comunismo l’ha solo differita

Commenta

  

  

  

Si possono usare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

dicembre: 2014
L M M G V S D
« nov    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031