Chi seguirà alla Grecia?

Come è ampiamente noto, da settimane „circolano“ nomi ed ipotesi sui prossimi Paesi su cui la speculazione affonderà il tiro, nel temuto effetto Domino della crisi dell’area UE. Curiosamente –ma non troppo- leggendo i più importanti organi di stampa internazionali i due nomi sui quali „tutti“ puntano sono Spagna e Portogallo. Salvo poi „dividersi“ i commenti/pronostici per altri candidati. E, mentre l’Europa „mediterranea“ enfatizza la grande debolezza dell’Irlanda, alla stampa anglosassone piace non sottolineare questo nome, preferendo invece la „fragilità“ del sistema Italia. Per cercare di essere maggiormente obbiettivi nel nostro contributo, reputiamo importante pubblicare la tabella di fonte Commissione Europea –stime di primavera. Con l’avvertenza che, come sempre, i dati debbono essere opportunamente commentati ed integrati. Come facilmente intuibile, l’Italia è ancora „portatrice“ di uno dei più importanti stock di debito, accumulatisi nei decenni scorsi. Ma presenta, nel corrente 2010, un rapporto tra deficit e PIL atteso bene in linea con la nuova convergenza dei fissati  parametri UE . Occorre aggiungere, peraltro, che a favore del sistema Italia giocano due altri fondamentali fattori su cui i commentatori esteri non prestano la dovuta attenzione: la gran parte del debito è detenuto da „risparmiatori“ Italiani e vi è, con tutte le critiche del caso, alla base un sistema di produzione industriale articolato, variegato e ben vivo. Vivere di „prodotto“, nel medio lungo termine, è sempre più saggio che vivere di „servizi“. Siano essi finanziari, assicurativi, di consulenza. Opposto, per fare un altro esempio, il caso dell’Irlanda. Che ha un deficit in stock molto più basso (percentualmente sul PIL ed in valore assoluto) ma grossi problemi nella capacità di „rientrare“ nei limiti fissati da Bruxelles verso la nuova convergenza (con un desolante 11,7 percento di deficit atteso per il 2010) e, oggettivamente, un sistema industriale molto più „esposto“ alle fluttuazioni dell’economia mondiale; basato su molti servizi e pochi prodotti; e fondato sulla mera convenienza fiscale (e previdenziale) a delocalizzare (quasi sempre virtualmente) le sedi delle holding estere. Che, quando non generano utili, ben poco portano alle casse dell’Erario. Non è nostro scopo dare giudizi, nè partecipare al coro dei pronostici su chi e quando sarà il prossimo bersaglio della speculazione. Ma invitiamo i Lettori a monitorare sempre „i fondamentali“ prima di percepire passivamente giudizi ed analisi molto spesso „sponsorizzate“ da forti interessi.

(Ettore Bellucci)

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