Štefánik e la Ceco-Slovacchia (di Sergio Tazzer, parte 2)

Lasciata l’Italia, Štefánik ricevette l’ordine di missione per recarsi in Russia, con l’obiettivo di reclutare prigionieri di guerra originari di quella che sarà poi la Cecoslovacchia. La guerra in Francia aveva bisogno di “carne da cannone”. Per lui, questo incarico militare si sdoppiò in missione politica  al servizio della causa nazionale, mai dimenticando che la creazione di un esercito nazionale era uno degli obiettivi primari di Masaryk.

Fra i disertori ed i prigionieri di guerra, con l’avallo dello zar Nicola, sulle orme della già operante Česká Družina, la compagnia ceca inquadrata nell’esercito russo, ingrandita poi nella compagnia e nella successiva brigata di fucilieri ceco-slovacchi, dopo la vittoriosa battaglia di Zborov, su richiesta di Masaryk e di Štefánik, la Russia Zarista consentì la nascita dei Corpi Cecoslovacchi in Russia: era nata la Legione, dapprima oltre 31 mila soldati, cresciuti poi a 61 mila.

In Francia, nel dicembre del 1917, fu il premier Georges Clemenceau ad autorizzare la formazione di un autonomo esercito ceco-slovacco. Il giuramento del primo reparto fu il 21 gennaio 1918 a Cognac. La Legione di matrice francese era destinata ad ingrandirsi, mentre la Legione “russa” si trovò nei guai con lo scoppio della rivoluzione che depose lo zar. Non era più una corporatura gracile, si era invece irrobustita e rimase coesa fino alla fine.

Intanto Štefánik era stato inviato negli Stati Uniti per reclutare volontari. Grazie alla sua finezza diplomatica ed alle credenziali massoniche, riuscì nell’impresa di convincere le autorità americane a lasciare partire gli operai cechi e slovacchi in America che non avevano ancora la cittadinanza americana. A quelli naturalizzati, la legge non lo concedeva. Ma la scappatoia consentì gli arruolamenti, mentre le comunità nazionali raccoglievano fondi anche grazie all’azione della lobby filo ceca e filo slovacca.

Nel marzo 1918, rientrato in Europa l’ormai colonnello Štefánik arrivò a Roma. La sua fu una missione molto delicata: se il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando era a favore della creazione della Legione ceco-slovacca fra prigionieri di guerra cechi e slovacchi, una forte opposizione a questo disegno giungeva dal ministro degli esteri Sidney Sonnino, il quale aveva una visione conservatrice del dopoguerra: eccetto qualche scambio territoriale la geopolitica continentale avrebbe dovuto rimanere com’era prima dell’inizio del conflitto. Una opinione contrastata dalle forze che appoggiavano le rivendicazioni delle diverse nazionalità, che in primavera avevano dato vita ad una importante conferenza a Roma. Štefánik ebbe l’opportunità di illustrare le finalità dell’azione del Comitato nazionale ceco-slovacco allo stesso pontefice Benedetto XV. Contrariamente a Cadorna, Diaz non solo si dimostrò favorevole all’arruolamento della Legione, ma cercò di persuadere della bontà dell’idea il ministro Sonnino attraverso uomini come Sforza a Wickham Steed.

Štefánik era diventato anche una sorta di “firma” sia nei volantini di propaganda italiana verso i soldati cechi e slovacchi che combattevano nell’esercito austro ungarico, sia la bestia nera contro cui si scagliava l’imperial regia propaganda.

Alla fine, il 21 aprile 1918 Milan Rastislav Štefánik firmò, a nome del Consiglio nazionale ceco-slovacco, la Convenzione militare con il Regno d’Italia in vista della utilizzazione dei volontari ceco-slovacchi. L’Italia riconobbe, primo atto ufficiale, l’esercito ceco-slovacco emanazione del Consiglio guidato da Masaryk. I soldati venivano equiparati a quelli italiani ricevendo solennemente la loro bandiera di guerra il 24 maggio 1918 all’Altare della Patria, a Roma.

Intanto in Russia, dopo la pace di Brest Litovsk, la situazione era questa: Germania e Austria-Ungheria pretendevano la consegna dei legionari ceco-slovacchi. I capi sovietici non erano in grado di farlo, e la Legione mosse quindi verso est combattendo. Il lungo ripiegamento, l’Anabasi, iniziò il 7 marzo 1918 da Penza, cittadina sul fiume Sura, nella Russia sud-occidentale. Un accordo di non belligeranza fu firmato a marzo con il commissario del popolo Josif Vissariononvič Džugašvili, Stalin. I treni impiegati per raggiungere Vladivostok, alla partenza furono 63, ed il primo raggiunse la città siberiana un mese dopo.

Il 14 maggio si scontrarono con l’Armata Rossa a Čelyabinsk, ai confini con il Kazakhstan, poi a Petropavlosk ed a Tomsk. Giunse infine l’ordine del commissario del popolo per la Guerra, Trotsky, di annientare la Legione. Ciò fu impossibile. La Legione nel frattempo si era rafforzata e possedeva anche un reparto aereo, e Trotsky subì diverse sconfitte come a Čita, dove il capo dei reparti sovietici era Michail Vasiljevič Frunze (che nel 1925 prese il posto di Trotsky).

Per farla breve, la Legione fu raggiunta in Siberia da Štefánik, vice del generale francese Janin. Doveva utilizzarla nel quadro della offensiva delle potenze antibolsceviche contro il governo di Lenin. Si accorse ben presto che: 1) la componente armata dei russi bianchi zaristi era una crudele armata Brancaleone che si macchiava di efferatezze contro la popolazione; 2) che i legionari erano stanchi di combattere e volevano ritornare a casa. Questo in estrema sintesi, perché sull’Anabasi delle Legione potremmo andare avanti per molto.

La Legione non era solamente un esercito combattente. Ad essa facevano capo direttamente o indirettamente 105 imprese, fra cui 18 miniere, 17 industrie siderurgiche, metalmeccaniche, chimiche, 10 officine ferroviarie. Producevano dalle rotaie agli elmetti, dai telefoni alle armi, dalle pile alle munizioni, dalle caldaie agli accumulatori, dalle scarpe alle uniformi e via elencando.

Il 15 gennaio iniziarono a Vladivostock gli imbarchi verso l’Europa, con navi della Croce Rossa americana e di altri paesi, fra i quali l’Italia (il “Roma”).

Tre le direttrici del rientro:

1)            via Oceano Pacifico-Canale di Suez-Trieste;

2)            via Pacifico-Canale di Panama-Atlantico-Trieste o Amburgo;

3)            via Pacifico-Canada-Atlantico-Amburgo.

Štefánik, nel frattempo generale francese e ministro della Difesa della Cecoslovacchia (nata il 28 ottobre 1918), rientrò prima a Parigi, poi fu in Italia per colloqui politico-militari e per passare in rassegna le truppe ceco-slovacche, addestrate in Italia, e ingranditesi di numero dopo la fine della Grande Guerra.

In Cecoslovacchia, nel frattempo, stavano emergendo tra italiani e francesi forti attriti sulle competenze dei rispettivi comandi. La Francia stava sgomitando, ma l’Italia aveva sottovalutato la partita cecoslovacca, mandando come ambasciatore a Praga l’ex incaricato d’affari a Tangeri.

Erano anni che Štefánik non rientrava in patria e scelse come prima tappa quella che era stata chiamata Bratislava, dopo un breve periodo in cui il toponimo era stato Wilsonia, in onore al presidente Wilson.

Nonostante le insistenze italiane per un viaggio in treno, scortato, egli – pilota – scelse l’aereo. Salì a bordo di un Caproni CA 33, biplano da bombardamento pesante, pilotato dal tenente Giotto Mancinelli Scotti, che aveva come aiuto-pilota il sergente Umberto Merlini ed il motorista Umberto Aggiusti.

Il 4 maggio 1919, decollato da Campoformido (Udine) poco dopo le otto del mattino, si schiantò in fase di atterraggio verso le 11,30 all’aerocampo di Vainory-Szõllős, vicino a Bratislava. Non ci fu alcun superstite.

Da allora un alone di sospetti incombe sull’incidente, che fu una tragedia politica. La relazione finale dell’inchiesta sull’incidente aviatorio fu firmata dal capitano Federico Zapelloni. Qualche dietrologo sostiene che la stesura del rapporto sia stata influenzata dalla circostanza che Francia e Italia erano in concorrenza per fornire velivoli alle forze armate cecoslovacche. Leggendo la relazione Zapelloni ed anche gli altri rapporti dell’immediato dopo-incidente, non emerge questa ricostruzione fantapolitica.

Per il maggiore pilota Francesco Vece, che faceva parte della missione italiana per l’armistizio di Vienna e che si recò a Bratislava, è attendibile l’ipotesi che Štefánik abbia avuto un malore e «sia caduto sul volante all’inizio del plané per atterrare nel campo. La sua posizione al posto del pilota di sinistra è fuori dubbio, sia per la posizione dei cadaveri, sia per le lesioni da essi presentate».

A Bratislava ed a Praga fiorirono ipotesi diverse. Una sosteneva che l’aereo era stato colpito da sostenitori di Beneš (i rapporti fra i due non erano buoni) mentre era in fase di atterraggio. Un’altra invece che colpi d’arma da fuoco avevano raggiunto il velivolo, che aveva le insegne tricolori, simili a quelle dell’odiata Ungheria, ancora in armi contro la Slovacchia. La terza invece sostenne che i colpi d’arma da fuoco erano stati sparati da militanti rivoluzionari della Repubblica Sovietica Ungherese di Béla Kun.

Štefánik non ebbe tranquillità neppure da morto, tant’è che Hitler ordinò che il suo monumento a Bratislava fosse abbattuto («Die Katze muß weg», via il gatto – riferendosi al leone boemo che lo sovrastava), mentre sotto il regime comunista egli venne additato di nazionalismo e di cosmopolitismo, cosa grave di quei tempi.

Ora è invece il simbolo della Slovacchia libera e democratica, anche se qualcuno, a dire la verità, ne esagera il culto.

(Sergio Tazzer)

Intervento alla Tavola Rotonda del 6 febbraio 2012 su L’Italia e la nascita della Ceco-Slovacchia” svoltasi nella sede della Provincia di Treviso in occasione della Mostra “Dalla Moldava al Piave. I cecoslovacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra”.

Vedi qui la prima parte dell’intervento. Fotografie: in alto il monumento a Stefanik nella piazza omonima a Bratislava, fronte Danubio, sotto le legioni cecoslovacche sul Piave e in basso il memoriale a Stefanik di Bradlo, ove sono sepolti con lui due degli italiani morti nell’incidente aereo

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