Štefánik e la Ceco-Slovacchia (di Sergio Tazzer, parte 1)

Quando si parla di Cecoslovacchia, oltre a Masaryk ed a Beneš, si deve obbligatoriamente parlare di Štefánik. Si diceva allora: Masaryk pensa, Beneś dice, Štefánik fa. Milan Rastislav Štefánik nacque il 21 luglio 1880 a Košariská, allora Kosaras, Alta Ungheria (Felvidék), oggi Slovacchia.

Il ricordo delle sollevazioni degli slovacchi del 1848-49, represse nel sangue, era vivo e il sentimento irredentistico si rafforzò nel tempo, con il rifiuto all’assimilazione imposta dalla classe dirigente ungherese. Il padre di Štefánik, il pastore protestante Pavel, era un fiero slovacco che allevò i numerosi figli nel timore di Dio e nella fedeltà all’idea di Nazione slovacca.

Già a nove anni Milan abbandonò la casa paterna per studiare prima a Šamorin-Somorja per imparare la lingua magiara, poi al liceo luterano di Prešporok-Pressburgo (non ancora Bratislava), poi a Sopron e Szarvas ed infine – con una borsa di studio – all’Università Carlo di Praga, Facoltà di ingegneria. Lì venne a contatto con gli studenti slovacchi dell’associazione irredentistica Detvan, della quale divenne anche presidente. Detvan era il nocciolo duro del movimento Hlas (la Voce), che diffondeva le sue idee attraverso l’omonimo periodico. Hlas era stata fondata da Vavro Šrobár, uno dei cosiddetti “uomini del 28 ottobre”, la data che nel 1918 vide la nascita della Cecoslovacchia. Detvan e Hlas propugnavano l’alleanza con i cechi per raggiungere l’indipendenza e si collocavano sotto l’autorità morale e l’influenza morale di Tomáš Garrigue Masaryk.

E Masaryk fu il punto di riferimento fondamentale per Štefánik, che nel 1900 ruppe con il padre e cambiò facoltà, scegliendo gli studi di astrofisica. Studiò per un semestre a Zurigo, fu in Italia e finì per laurearsi in astrofisica  a Praga. Presiedeva la commissione di laurea il poeta Emil Frida. Emigrò a Parigi, poiché voleva lavorare all’osservatorio di Meudon, diretto dal poeta-astronomo Camille Flammarion. Ci riuscì, non senza patire la fame. A un’amica scriveva: «arriverò perché voglio arrivare». Per l’osservatorio di Meudon fu sul Monte Bianco, in Asia, in Africa del Nord, in Oceania ed in America Latina, dove operò a favore della Francia che lo naturalizzò nel 1912 e che nel 1914 – per i servigi resi – gli concesse anche la Légion d’Honneur. A Parigi era diventato una celebrità, accolto nei salotti più esclusivi del potere politico, letterario, giornalistico, nei quali la chiave d’ingresso e d’appartenenza era la massoneria.

Parlando della sua patria slovacca, Štefánik non mancava  di fare riferimento alla duchovražda, lo “spiritocidio” del suo popolo. Fu lui in seguito ad introdurre negli stessi salotti, quando giunse in Francia, Masaryk ed a fargli incontrare ministri e lo spesso Premier Aristide Briand, ai quali il padre della Cecoslovacchia illustrava il suo visionario disegno.

Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Štefánik si arruolò in fanteria. Iniziò dalla gavetta il 2 agosto 1914: soldato semplice, 102esimo Reggimento fanteria di linea a Chartres. Tutti pensavano che sarebbe stata una guerra di breve durata, ma si capì presto che stava andando diversamente.

Masaryk si convinse che senza una presenza militare riconoscibile dal punto di vista nazionale, sarebbe stato difficile, se non impossibile, rivendicare nulla di quanto si riprometteva: la nascita dello Stato indipendente dei cechi e degli slovacchi. «Se mettiamo in piedi un esercito – disse Masaryk – ci verremo a trovare in una posizione giuridica nuova nei confronti dell’Austria ed anche degli alleati», aggiungendo che – disponendo di una forza armata – al momento delle trattative di pace sarebbe stato possibile «ottenere almeno il minimo di quello che abbiamo chiesto. In ogni caso né gli alleati né Vienna potranno ignorarci, se  disporremo di nostri soldati».

Il ragionamento visionario di Masaryk trovò in Štefánik l’uomo destinato a concretizzarlo. In un primo tempo i volontari cechi e slovacchi furono arruolati nella Legione Straniera. Come accadde per la Legione garibaldina di Peppino Garibaldi. I volontari cechi furono inquadrati nella 2^ Compagnia di marcia straniera, e fu chiamata Compagnia Nasdar, dal saluto che si rivolgevano i compatrioti: avanti! Tutta gente proveniente dal Sokol, l’associazione ginnico-sportiva irredentista, e da Rovnost, in italiano Uguaglianza, sodalizio politico-culturale socialdemocratico. Con il leone boemo sullo stendardo, la compagnia si battè nello Champagne ed alla Quota 140, vicino ad Arras subì perdite tremende.

Intanto il fantaccino Štefánik non solo riuscì ad entrare nei reparti dell’aviazione francese, ma a Chartres l’11 aprile 1915 divenne pilota e trasferito con la squadriglia MF 54 nel quadrante di Pas-de-Calais, nel cui castello aveva sede il quartier generale del futuro maresciallo di Francia Ferdinand Foch.

Oltre che segnalarsi nelle missioni di volo, Štefánik si segnalò per aver progettato e creato il servizio meteorologico dell’Armée. Fu poi trasferito in Serbia con la squadriglia francese MF 99, soprattutto per la conoscenza della lingua e dei costumi dei popoli slavi. Oltre trenta missioni militari come tenente pilota, ma soprattutto i rapporti sulla situazione inviati direttamente allo Stato maggiore francese fanno pensare che il ruolo di Štefánik rientrasse ampiamente nel controspionaggio. Durante la drammatica ritirata dell’esercito serbo si ammalò gravemente. Fu portato in salvo, come i 200 mila serbi che erano riusciti a raggiungere le coste albanesi, dalla marina italiana. Giunto in Italia, pur in pessime condizioni fisiche, inviò numerosi rapporti allo stato maggiore francese, descrivendo la situazione politico-militare che aveva portato alla catastrofe serba.

Stefanik con la marchesa Benzoni

A Roma ritornò per dare concretezza al sogno di Masaryk di creare una legione ceco-slovacca, che nel frattempo si stava delineando in Francia. Grazie alle lettere di presentazione dei confratelli parigini, a Roma incontrò numerosi massoni italiani, e trovò anche l’amore della sua vita, la marchesa Giuliana Benzoni, nipote prediletta del potente uomo politico e più volte ministro Ferdinando Martini. Nel turbinio di incontri nei suoi soggiorni romani, Štefánik era pedinato dagli uomini della pubblica sicurezza. Fu anche ad Udine, dove incontrò Cadorna; partecipò ad alcune operazioni aeree sorvolando il fronte dell’Isonzo e quello della Carnia. A  Udine ebbe modo di conoscere numerosi generali ed ufficiali superiori. A Venezia incontrò D’Annunzio, alla Casetta Rossa, ma non cavò un ragno dal buco. Al Comando della 1^ Armata, a Verona, ebbe fattivi scambi di vedute con il comandante del controspionaggio, Tullio Marchetti. Anche da Verona volò sul territorio nemico, in Trentino, segnalando ingenti concentramenti di truppe, quelle che poi si scatenarono nella Strafexpedition.

Fine 1a parte

(Sergio Tazzer)

Intervento alla Tavola Rotonda del 6 febbraio 2012 su L’Italia e la nascita della Ceco-Slovacchia” svoltasi nella sede della Provincia di Treviso in occasione della Mostra “Dalla Moldava al Piave. I cecoslovacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra”.

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